Proseguono i violenti spasmi della politica italiana sul tema scostamento di bilancio. Presentato come misura di vita o di morte, mentre il tassametro dei tagli alle accise corre, e mentre si scopre dal Documento di Finanza Pubblica – l’ex DEF di primavera, ora solo in versione a legislazione invariata – che nei prossimi tre anni la produttività totale dei fattori, cioè la funzionalità del sistema paese, sottrarrà crescita in misura superiore a quanto previsto lo scorso ottobre nel Documento programmatico di finanza pubblica, l’ex Nadef, e che il tasso di crescita potenziale del nostro Pil è atteso comportarsi come un petardo fradicio, dopo la botta di zuccheri del PNRR che, a dirla tutta, nessuno riesce a scorgere, neppure con un microscopio elettronico.

Non escludiamo di andare da soli sullo scostamento, è stato il bellicoso proclama di Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, poi parzialmente mitigato ma anche reiterato, a conferma che la situazione resta assai poco seria e quindi italianamente molto grave. Teneteci, o scostiamo.
Scostiamo l’avanzo primario
Giorgetti è riuscito a invocare contemporaneamente lo scostamento di bilancio e il ferreo mantenimento dell’avanzo primario:
Ogni decisione che verrà presa, nella salvaguardia della sostenibilità del debito, non potrà tuttavia comportare una rinuncia all’avanzo primario di bilancio (al netto della spesa per gli interessi, ndr) faticosamente raggiunto
– Corriere, 29 aprile 2026
Scostiamo e avanziamo primariamente. Il che forse suggerisce la promessa di una pesante manovra correttiva a fine anno, nell’imminenza delle elezioni politiche 2027. Sento anche tornare a parlare del MES: lo fa il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, parlandone da politicamente vivo, che invoca l’uso di una facility secondo lui inutilizzata ma che in realtà ha già una scopo nella vita, anche se in Italia non lo ha capito praticamente nessuno. Tajani, ormai un mago del punta-tacco, subito dopo aver auspicato l’uso del MES ribadisce che il medesimo non è democratico perché sottratto al controllo del parlamento europeo. Mi attendo che a breve anche il presidente ormai vitalizio del sindacato dei banchieri italiani giunga a dar man forte alla tesi, svuotando i cassetti dell’assurdo.
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Il presidente del sindacato degli albergatori nei giorni scorsi ci ha informato che la sua “industria” è altamente energivora, di conseguenza il governo deve aiutarla. Qui la soluzione è molto semplice: l’Ilva diventi mega resort da fare invidia a quelli del Golfo prima del 28 febbraio. Possibile che io debba sempre dirvi tutto?
Nei panini rancidi del Tg1 delle 20 si susseguono pillole di metamfetamina da parte di politici di maggioranza, che invocano “un PNRR per l’energia”, stando davanti a fresche frasche che simbolizzano la vocazione ambientale ma anche il periodo dei grandi ponti primaverili italiani, preludio alla stagione estiva che ci vedrà battere ogni record di qua da Plutone. Continua a non essere chiaro in cosa dovrebbe consistere questo PNRR per l’energia, però. Presumo nell’acquisto di stampanti 3D per apprestare le molecole di gas e greggio che sono venute a mancare, mentre i contribuenti degli altri paesi Ue finanziano la joie de vivre d’aaaa Nazzione più orgogliona dell’orbe terracqueo.
Il presidente pro tempore del sindacato degli industriali continua a ripetere ossessivamente la frase “l’Europa faccia l’Europa”, che non è chiaro in cosa si dovrebbe tradurre, se non in nuovi meravigliosi regolamenti che prendono forma in linee di montaggio presidiate da marmotte lilla. Subito dopo aver pronunciato questo mantra, il Nostro aggiunge a mo’ di specifica: “E aiuti chi in passato non ha fatto i compiti a casa”. Se mi chiedono, io dico sempre che non conosco questo signore e di conseguenza non attendo di vedere i piccoli reattori nucleari Nespresso in sala mensa della mia azienda.
Silenzio dal cantore delle virtù della manifattura italiana, che al più si limita a dire che, al netto degli interessi, il debito italiano è quello che è cresciuto meno in questo lato della galassia.
Peronismo o muerte
Il maggiore sindacato italiano manda un proprio dirigente in audizione parlamentare sul DFP e ci informa della sua ricetta segreta, che tra le altre misure prevede di:
[…] Difendere l’occupazione con ammortizzatori sociali universali tipo Sure, un piano per la giusta transizione e – se necessario – anche il divieto di licenziamento” […] A livello europeo, la Cgil considera “indispensabile rilanciare una strategia economica e monetaria espansiva sospendendo il Patto di stabilità; evitando un rialzo dei tassi di interesse; mettendo in campo un piano straordinario di investimenti sul modello Next generation Eu per politiche industriali ed energetiche comuni.
Come si nota, c’è ancora chi non è riuscito a staccarsi mentalmente dai tempi del Covid, e si sveglia tutto sudato nel cuore della notte invocando il Sure e il divieto di licenziamenti. Sono, sia detto per inciso, gli stessi che vaticinavano catastrofi un minuto dopo la rimozione di quel divieto. Oggi chiedono che la Bce stampi gioiosamente moneta, non potendo stampare le sopra citate molecole di gas e greggio. Oltre ai soliti soldi dall’estero per permettere di continuare a pagare la pensione di invalidità all’Ilva. Peronismo o muerte.
Mentre mi aspetto da un momento all’altro che Matteo Renzi e Carlo Calenda, noti esperti di “to do list“, chiedano nuovamente il MES sanitario per assumere centinaia di migliaia di medici, infuriano i dibattiti e prospera il catering. Romano Prodi ci fa sapere che il governo Meloni sono quattro anni che è paralizzato da veti incrociati tra i partiti che lo sostengono, e quindi non riforma alcunché. Credo sia una sana forma di invidia del Professore, che nella mini-legislatura 2006-2008 sperimentò le stesse condizioni con un filo di maggiore litigiosità tra i partiti della cosiddetta maggioranza dell’epoca. Quella tecnica è stata affinata da Meloni, ormai opossum d’aaa Nazzzione.
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Mentre torna a riproporsi la peperonata della lotta al disfattismo e la maggioranza pro tempore attacca Istat, rea di rivedere le previsioni al rialzo. “Facciamo come la Grecia!” non pare essere la genuina emulazione a ridurre il rapporto debito-Pil ma ad assaltare l’ente statistico nazionale. Sempre in ritardo, i nostri patrioti e il loro Internet Explorer.
Nel frattempo, in Banca d’Italia danno prova della loro cristiana rassegnazione mandando in audizione parlamentare sul DFP un proprio dirigente che, pazientemente, spiega che il problema non è lo 0,1 per cento ma l’elettroencefalogramma piatto della produttività nostrana, la cui sfoglia viene tirata a mano dai tempi dell’Impero Romano. Il dito, la luna, gli scimuniti. Dall’opposizione si bercia che il governo incapace non ha risanato i conti e di conseguenza serve più debito, unendosi al nuovo eppure antico partito della Nazione, +Debito, guidato da Landini & Orsini. Ridolini.
Come finirà? Che domande: nella solita farsa tragica di Cialtronia. In attesa di avere una nuova impotente accozzaglia che potrà realizzare l’unico motivo per cui esistono le elezioni: nominare i boiardi di Stato, avendo l’accortezza di non farsi sgamare quando si scrivono contratti che prevedono buonuscite di due anni di emolumenti su un mandato triennale. Scostatevi, dilettanti.
(Immagine creata con ChatGPT)



