Il pericolo dello strappo inglese

di Mario Seminerio – Il Tempo

La drammatica spaccatura tra l’asse franco-tedesco ed il Regno Unito, nella notte di venerdì, segna un nuovo potenziale fronte nel processo di trasformazione dell’Europa a cui assistiamo preoccupati ed angosciati. Un accordo a ventisette membri, quindi totalitario, avrebbe aperto la strada ad un nuovo trattato europeo. La richiesta di David Cameron di ottenere garanzie a tutela del settore dei servizi finanziari britannici (che rappresenta il 10 per cento del Pil del Regno Unito), minacciato soprattutto dall’ipotesi di una Tobin Tax europea, si è infranta contro il muro di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, costringendoli quindi ad un semplice accordo intergovernativo, meno cogente di un trattato ma parimenti prono a rilevanti incertezze e tempi lunghi nelle modalità di attuazione.

Già ieri alcuni commentatori, tra i quali Wolfgang Munchau sul Financial Times, ipotizzavano uno scenario di crescente attrito tra la “nuova Eurozona” e la “vecchia” Unione europea, anche se le due istituzioni comunitarie hanno in comune pressoché tutto. Tale conflitto, unito alla crescente insofferenza e diffidenza dei britannici verso l’evoluzione “germanica” dell’Unione europea, potrebbe condurre ad esiti traumatici, come la decisione di Londra di fuoriuscire dalla Ue, scelta resa possibile sul piano formale dal Trattato di Lisbona e su quello sostanziale dalla conservazione da parte di Londra di una propria valuta. Quanto potrà essere pagante la decisione di Cameron, lo si vedrà nelle prossime settimane.

Il Regno Unito resta fortemente esposto alla congiuntura dell’Eurozona, dalla cui eventuale implosione sarebbe travolto. Gli ultimi dati sulla situazione dei conti pubblici britannici evidenziano un costante deterioramento: il deficit, prossimo al 10 per cento del Pil, non accenna a rientrare, malgrado la cura di austerità del Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, mentre la crescita potenziale del paese si è ridotta in modo permanente. L’inflazione resta molto elevata, sopra il 5 per cento tendenziale: se ciò da un lato aiuta a contenere l’onere reale dello stock di debito, dall’altro danneggia il potere d’acquisto delle famiglie. La stretta fiscale viene oggi compensata da un’espansione monetaria, attuata grazie agli acquisti di titoli di stato da parte della Bank of England. Non è azzardato dire che, se il Regno Unito non disponesse di una propria banca centrale e di una propria valuta, cioè se fosse parte dell’Eurozona, oggi si troverebbe a fronteggiare altissimi rischi di default.

Che accadrà ora, del rapporto tra Londra e Bruxelles? Se vale la tesi di Munchau, potremmo vedere un periodo di costante deterioramento: l’Eurozona rischia l’implosione, a causa del gravissimo deficit di governance. Resta la cocciutaggine tedesca nel voler imporre al resto dell’area un modello di “unione fiscale” che semplicemente non è tale ma è solo la sommatoria di politiche fiscali nazionali ferocemente restrittive, per ottenere il prima possibile un pareggio di bilancio al quale molti paesi (compreso il nostro), potrebbero arrivare morti, ignorando ogni forma di coordinamento comunitario delle politiche macroeconomiche. Londra potrebbe arrivare allo strappo definitivo e negoziare la propria uscita da una Unione europea nel frattempo divenuta Eurozona.

Ma anche l’agognata riconquista della propria insularità servirebbe ben poco a Londra: il paese non può più permettersi di avere istituzioni finanziarie la cui dimensione minacci la sopravvivenza dello stato sovrano. Nessuna crescita verrebbe, poi, dai profondi legami commerciali con un’Eurozona verosimilmente condannata ad una pluriennale stagnazione imposta dall’austerità tedesca. Alla fine, se anche non si trasformasse in catastrofe, l’eurogioco sarebbe per tutti a somma minore di zero.

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