Proseguono i disperati tentativi del governo italiano di portare a casa nuova “flessibilità”, cioè nuova corda già insaponata con cui impiccarsi con maggior agio. Certo, questa volta si potrebbe anche pensare che sia davvero il caso, che sia “diverso” come era diverso durante il Covid o lo shock energetico successivo all’invasione russa dell’Ucraina, o alle prossime crisi.
Volendo essere cinici, si potrebbe affermare che, a un anno dalle elezioni, l’attuale maggioranza necessita di soldi da spendere nella prossima legge di bilancio. Sarebbero tutte letture parziali e di conseguenza inadeguate, per motivi che stiamo per analizzare.
Il primo punto è la disciplina di bilancio. L’Italia è in crisi fiscale da lungo tempo, frutto di autolesionistiche scelte di pura imbalsamazione dell’esistente. Siamo i più abili, in Europa e non solo, a imbalsamare un organismo che si sta decomponendo. Il sistema non riesce più a reggersi con le risorse fiscali che genera. Quindi qualcosa deve accadere, non ci sono santi. Di certo, non ci saranno i santi immaginari della tassazione degli extraprofitti di cui la sinistra farnetica ogni volta che è all’opposizione.
Alcuni paesi sono più uguali degli altri
E qui veniamo alla prima contestazione: come è possibile che l’Italia debba seguire le prescrizioni di un patto di stabilità che si accende e si spegne, mentre altri paesi se ne fregano? Due su tutti: Francia e Germania. Sono in realtà due situazioni molto differenti. La Germania sta dando fondo a decenni di frugalità per finanziare il riarmo ma sta cadendo vittima di una vera e propria sindrome italiana che porta a giocare con la fungibilità del denaro per finanziare la parte corrente del bilancio ordinario.
- Leggi anche: Germania, investimenti all’italiana
Nel frattempo, il suo settore automotive sta morendo, inghiottito dalle ombre cinesi che porteranno i grandi marchi teutonici a esportare in modo massivo anche in Germania la loro produzione cinese, dopo aver chiuso stabilimenti in patria. Ed ecco quindi che la base imponibile si squaglia. Stesso discorso per le industrie energivore tedesche. Certo, per qualche tempo potranno essere sussidiate a deficit, ma sarà solo un modo per comprare tempo a costi elevatissimi.
L’attuale élite politica tedesca sa che è condannata a spendere moltissimo, e non certo per investimenti ma solo per cercare di chiudere con le dita le crepe nella diga che sta per schiantare e portare al trionfo l’estrema destra di Alternative für Deutschland. I Cristiano democratici hanno per qualche tempo coltivato la suggestione di imbrigliare AfD e portarsela al governo, opportunamente ripulita e profumata, per liberarsi della schiavitù di grandi coalizioni sempre più piccole. Rischia di finire come in Regno Unito, con Reform UK che si sorseggia i Conservatori all’ora del the e i Verdi che sputano il nocciolo del Labour.
- Leggi anche: Regno Unito, Verdi di tasse con conti in rosso
La Francia è in una situazione diversa: chiede e ottiene da Bruxelles continui allungamenti del sentiero di aggiustamento dei conti pubblici, dopo sessioni di bilancio che sono ordalie nell’assurdo, e li ottiene pure. Ma sapete perché li ottiene? Perché a concederli non è Bruxelles, o meglio lo è solo formalmente. A concederli, finora, sono stati i mercati, che hanno deciso di essere pazienti. Ma con questo costo del debito pubblico, che sta letteralmente divorando i grandi capitoli di bilancio su cui poggiano le democrazie europee (istruzione, sanità, previdenza), quanto tempo passerà prima della resa dei conti?
Lo Zeitgeist del deficit
Come scrivo da molto tempo, lo Zeitgeist è tale, sui due lati dell’Atlantico, da creare le condizioni per una lievitazione del deficit, che viene poi concimato dagli alti tassi d’interesse, creando l’innesco per una grave crisi. I governi non vogliono né possono chiudere il deficit perché temono di essere travolti dal populismo tagliando le spese oppure di innescare grandi fughe tassando il grande capitale. Il combinato disposto di questa situazione è, appunto, il lievitare del debito.
Leggo di proposte di tipo corralito, sui capitali. Nel senso di alzare le tasse sui grandi patrimoni e al contempo mettere una exit tax talmente punitiva da tenerli rinchiusi entro i confini. Tutto molto bello ma si scorda che una exit tax, ammesso e non concesso che possa essere implementata nottetempo e senza spifferi che scatenino l’inferno, è in primo luogo una no-entry tax. Nel senso che segnala a chiunque da fuori volesse mettere soldi in un paese, che lo farebbe a suo rischio e pericolo. Spesso si tende a rimuovere o ignorare questo rovesciamento di prospettiva.
Posso anche essere umanamente solidale con Giancarlo Giorgetti che all’Eurogruppo scala una vetrata e chiede di creare una “sacca di flessibilità”, cioè usare per i sussidi energetici il tetto di deficit scorporabile destinato alla difesa. Chiara indicazione che occorre fare di necessità virtù e reinterpretare le norme e i vincoli. Allo stesso modo, Giorgetti reitera la richiesta di una tassa europea sugli extraprofitti perché teme che una di tipo nazionale farebbe fuggire capitali dall’Italia. Premesso che la Ue degli stati nazionali non funziona su tasse comuni, e si vede, una euro-tassa sugli extraprofitti (ammesso e non concesso di riuscire a definirli) sposterebbe i punti di deflusso dei capitali: dai confini nazionali a quelli dell’Unione. L’uscita avverrebbe comunque.
Dove voglio arrivare, direte voi? A uno scenario di questo tipo: se i paesi Ue continuano a fare deficit perché devono tenere in piedi un welfare che non galleggia perché la crescita scarseggia, per quanto tempo la costruzione europea reggerà? E quale sarà il punto di pressione che diventa di rottura? Non è difficile da immaginare: è l’euro. Rischiamo di tornare ai tempi cupi in cui si ipotizzava una frantumazione del valore dell’euro, tra quello di paesi senza deficit e debito e quello di altri paesi in guai seri. All’epoca si diceva: ci sarà l’euro tedesco e quello italo-greco, e non potranno avere lo stesso valore. Vai a separarli.
Ecco, questo è il mio scenario temuto, proprio nel momento in cui leggiamo e rileggiamo, da circa un anno, di fantasticherie o più propriamente farneticazioni, di un euro che rimpiazza il dollaro. Già lo scorso anno mi veniva da sorridere leggendo di politici e imprenditori che facevano la ruota per l'”euro forte” per poi mettersi a piangere per la debolezza del dollaro, che danneggia il nostro export. L’euro di Schrödinger non lo vedo benissimo. Tanto più che, di questo passo, l’export europeo farà la fine del dodo. Così risolveremo anche il “problema” del deflusso annuo di 300 miliardi di euro verso i mercati americani.
- Leggi anche: Euro, sogni d’oro e plumbea realtà
Pare che i cittadini europei mostrino un crescente gradimento per l’euro. Se vero, sarebbe utile anche essere consapevoli che la moneta di una costruzione sovranazionale priva di politica fiscale comune e che sta subendo una crisi da deindustrializzazione è una moneta a rischio alto e crescente. E ora, fiato agli imbecilli che diranno “Seminerio è diventato no-euro”.
(Immagine creata con ChatGPT)



