Macromonitor – 13/1/2013

Altra settimana favorevole per i mercati rischiosi, in particolare azionario e crediti, ma con buona tenuta anche dei titoli di stato.

Lo slancio dei mercati azionari, inizialmente attribuibile alla soluzione della criticità del Fiscal cliff, appare ora anche guidato da flussi di portafoglio, come mostrano le evidenze relative agli Stati Uniti, dove i fondi azionari stanno robustamente beneficiando di nuove sottoscrizioni. Mentre, come segnalato più volte, alcuni rischi globali per la congiuntura appaiono venuti meno o fortemente ridimensionati (Cina, Grecia), negli Stati Uniti lo scontro fiscale tra Repubblicani e Democratici appare in essere, e vivrà un nuovo episodio con il braccio di ferro sull’innalzamento del tetto legale del debito federale, oltre che con le misure di taglio di spesa che gli accordi di inizio anno hanno rinviato di un bimestre. Anche per questi motivi, l’andamento favorevole dei flussi sul mercato azionario potrebbe essere considerato un segnale contrarian (e quindi di cautela) sulle prospettive dei mercati rischiosi, inducendo quindi ad indagare l’esistenza di valutazioni positive più dal versante dei fondamentali e delle valutazioni, per giustificare o confutare scelte di posizionamento aggressivo sull’azionario.

Sul piano dei fondamentali, i dati di attività suggeriscono una ripresa della crescita globale nel primo trimestre di quest’anno che appare largamente scontata dalle previsioni e soprattutto entro un quadro largamente inferiore al trend storico. L’aspettativa per il primo trimestre, inoltre, poggia a livello globale sulla fuoriuscita dalla recessione di Giappone, grazie alle misure di reflazione aggressiva che saranno implementate dal nuovo governo di Shinzo Abe, e dell’Eurozona.

Sul mercato dei titoli di stato, quotazioni in lieve recupero per i Treasury statunitensi, ma da inizio anno il bilancio resta negativo, anche se i rendimenti, oggi nella parte alta del corridoio di oscillazione dell’ultimo semestre, potrebbero attrarre acquirenti, visto che l’ipotesi di una vigorosa ripresa ad oggi non sussiste. In Eurozona, proseguono i flussi in acquisto sulla periferia, con Italia e Spagna che vedono ulteriori riduzioni di spread e rendimenti.

Sul mercato azionario, nuovo rialzo delle quotazioni, che mantiene il favorevole momentum di breve termine e, negli Stati Uniti, appare sorretto anche da acquisti di investitori retail, che tradizionalmente appaiono ritardatari rispetto alle tendenze di mercato. I primi riscontri della reporting season statunitense del quarto trimestre mostrano dati di utili per azione migliori rispetto alle stime di inizio anno. Per l’azionario Usa, tuttavia, resta il rischio-incertezza legato al “secondo atto” del Fiscal cliff, mentre gli indicatori di sorpresa macroeconomica mostrano una iniziale flessione, cioè tendono ad uscire peggio delle attese di consenso. Anche la sovraperformance statunitense relativa rispetto ad altri mercati appare in erosione/esaurimento, in particolare contro Giappone (a cambio coperto, vista la debolezza dello yen).

Sul mercato delle obbligazioni a spread, prosegue l’imponente movimento di restringimento, sui due lati dell’Atlantico: l’indice High Yield statunitense rende oggi il 5,9 per cento, quello europeo il 6,5 per cento.

Sul mercato dei cambi, l’inizio anno ha visto la conferma di un pattern conosciuto: all’aumentare della propensione globale al rischio, il dollaro si indebolisce contro quasi tutte le altre valute, ad eccezione dello yen (che vivrà una nuova stagione di enormi stimoli fiscali e monetari) e del rand sudafricano, quest’ultimo affetto da evidenti e seri problemi dal versante della bilancia delle partite correnti, che mette pressione ribassista sul cambio. Dollaro più debole contro euro anche dopo la decisione della Bce di mantenere invariati i tassi ufficiali. L’euro si indebolisce contro le valute dei paesi produttori di materie prime, a probabile conferma dell’ottimismo sulla solidità della ripresa cinese.

I mercati si interrogano circa le ramificazioni di un successo della Bank of Japan a guidare l’inflazione effettivamente al 2 per cento, come richiesto da Shinzo Abe, e sull’effettivo valore dello yen in caso tale ipotesi si verifichi. Il Giappone ha visto deflussi netti di capitali (cioè il saldo tra acquisti di titoli di stato giapponesi da parte di non residenti ed acquisti di titoli esteri da parte di residenti giapponesi) da metà del 2011; tuttavia, questa tendenza non ha accelerato, da quando Abe ha cominciato a chiedere in modo sempre più vocale l’indebolimento dello yen. Ciò significa da un lato che gli investitori domestici giapponesi restano scettici sulla possibilità di successo della mossa governativa, ma anche (dall’altro lato) che, ove flussi domestici dovessero effettivamente muoversi per liberarsi dello yen, i movimenti del cambio potrebbero essere importanti, così come le conseguenze sul sistema creditizio giapponese, peraltro.

In settimana, materie prime in rialzo di circa l’1 per cento in dollari. I metalli industriali beneficiano delle ipotesi di ripresa, il gas naturale del processo di fuoriuscita dal carbone delle industrie statunitensi. Le materie prime agricole hanno ormai corretto ampia parte del ciclo rialzista iniziato nel 2011.

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