Regno Unito, un declino di illusioni all’italiana

Nell’ultimo decennio il Regno Unito ha visto succedersi sei premier, otto cancellieri dello Scacchiere e nove ministri degli interni. Un record che dice tutto sulla qualità del sistema politico britannico — o forse, come suggerisce Tej Parikh sul Financial Times, sulla qualità dell’elettorato che quel sistema produce e riproduce. Una sorta di involuzione italiana, con buona pace del nostro incurabile provincialismo, che ci porta a magnificare il sistema elettorale britannico con la solita stucchevole frase “la sera delle elezioni si sa già chi ha vinto”. Al netto di sostituzioni del premier per mano della maggioranza dei parlamentari del partito che quelle elezioni ha vinto. Ma andiamo con ordine.

Il Labour è in ebollizione interna. La sfida all’azzoppato Keir Starmer è lanciata. Ha iniziato l’ex Segretario alla Salute, il più o meno blairiano Wes Streeting, dimettendosi dal posto ministeriale ma evidentemente fallendo nella raccolta delle fime dei parlamentari per lanciare un formale contest. Sullo sfondo, l’ombra del sindaco della città metropolitana di Manchester, Andy Burnham, esponente della sinistra (o soft left) del Labour, che parteciperà a elezioni suppletive causate da dimissioni di un generoso esponente del Labour, e tenterà (in caso di vittoria) di sloggiare Starmer, perché per fare ciò occorre essere parlamentare. Ma avremo modo di parlare di questo e altro, tra poco, se continuerete a leggere.

Torniamo ora alla diagnosi di Parikh, che è interessante perché applicabile anche alla realtà italiana, e più scomoda della solita lamentela sul ceto politico: il problema non è solo chi siede in Parlamento, ma chi li vota e cosa pretende da loro.

Parlamento incompetente

Il bacino di competenze degli eletti si è progressivamente ristretto. Nell’ultima coorte Labour — quella eletta nel luglio 2024 — più parlamentari hanno lavorato per Save the Children che nella City di Londra. Quasi la metà dei parlamentari proviene da carriere in politica o nel terzo settore. Se aggiungiamo quelli che provengono dalla pubblica amministrazione e dai servizi pubblici, il totale sale a circa due terzi. Scienza, tecnologia, ingegneria e business commerciale sono sistematicamente sottorappresentati. Il risultato è un Parlamento che parla di economia senza averla mai praticata.

Ma il problema va oltre il ceto parlamentare. Una democrazia funzionante richiede che l’elettorato accetti l’idea che ogni scelta ha un costo. In Regno Unito, e ovviamente non solo in Regno Unito, questo meccanismo è inceppato. “Affinché una nazione prosperi, deve attraversare dei trade-off”, scrive Parikh. Quanto è vero, detto da italiano. Invece, il trade-off è stato elevato a nemico da abbattere, il concetto di transizione non può superare le poche ore o giorni, in un abbattimento della soglia di attenzione e di dolore politico che è causa ed effetto della “società dei social” che stiamo vivendo.

C’è un diffuso nimbyism, (not in my backyard), che porta a rifiutare cantieri e opere pubbliche. Si chiede un welfare avvolgente rifiutando i vincoli di realtà. Ad esempio, un tabù è il generoso triple lock delle pensioni pubbliche, che le indicizza al maggiore tra il tasso di crescita delle retribuzioni, quello dell’inflazione e 2,5%, e che sta portando alla rovina i conti pubblici con una progressione potenzialmente letale.

Una parte dell’elettorato è convinta che basti tassare di più le imprese per finanziare la spesa pubblica aggiuntiva. Convinzione alimentata da una percezione distorta della realtà: secondo i dati dell’Institute of Economic Affairs, i britannici sovrastimano sistematicamente i margini di profitto del settore privato, credendo che ci sia molto più da estrarre di quanto effettivamente esista. I numeri sono in effetti impressionanti e raccontano una incredibile distorsione di percezioni.

Nel frattempo, il rapporto tasse/Pil si avvia verso un massimo storico del dopoguerra, e lo spread tra spesa pubblica ed entrate continua ad allargarsi. Investimenti infrastrutturali, quelli che in teoria (molto in teoria) servirebbero per aumentare la produttività nel lungo termine, vengono scartati dai decisori politici perché il loro orizzonte temporale eccede quello della legislatura. La pressione dei conti pubblici spesso determina che la spesa in conto capitale venga sacrificata a esigenze immediate di bilancio.

La produttività britannica ristagna dal 2007. I tassi di interesse sul debito a lungo termine sono già i più alti del G7. Non sono coincidenze. Qui, la mia chiave di lettura è sempre quella racchiusa nel motto: “la crescita scarseggia, e il welfare non galleggia”. Nel senso che le società si trovano a fare i conti con insufficienti risorse fiscali per redistribuzione, e diventano sempre più orientate a giocare un gioco a somma zero. Dove, se vinco io, è perché tu perdi.

Socializzazione, cioè social media

Il discorso pubblico non aiuta. Larga parte dei media britannici tratta la politica come cronaca rosa di palazzo, non come analisi di policy. I social media hanno poi premiato le posizioni binarie e le narrazioni semplici, penalizzando la complessità. Il divario tra percezione economica e realtà si è allargato a destra come a sinistra. Viene fatto un interessante riferimento al passato, a una trasmissione della BBC del secolo scorso, Question Time, per mostrare la ben diversa qualità e profondità del dibattito pubblico. Se siete italiani e non più giovanissimi, ricorderete le nostre Tribune politiche. Riguardatele: scoprirete che valgono le stesse considerazioni. Poi è arrivato Gianfranco Funari.

Parikh descrive un meccanismo autoreferenziale: un elettorato che rifiuta i trade-off genera leader populisti e di corto respiro, che producono crescita lenta, che alimenta politiche a somma zero (per i motivi che ho segnalato sopra), che logorano i leader prima della fine del mandato, che seleziona parlamentari di carriera privi di esperienza reale, che ricomincia da capo. Un ciclo che si auto-sostiene.

Da qui, si giunge al cakeism, che indica il volere tutto e subito, senza tradeoff (“Having the cake and eating it too“, che è il nostro “avere la botte piena e la moglie ubriaca”). Uno dei massimi campioni di cakeism è stato, lo ricorderete, Boris Johnson. Ma lui ha solo interpretato lo Zeitgeist.

La soluzione indicata nell’articolo — più alfabetizzazione finanziaria e mediatica, maggiore esposizione a punti di vista diversi — è il tipo di risposta che si dà quando non si ha una risposta vera. Parikh cita come precedente virtuoso l’effetto disciplinante della crisi dell’eurozona su Grecia e Spagna (e Portogallo, aggiungerei): in sostanza, la tesi è che i britannici potrebbero imparare la lezione solo dopo averla pagata cara. Non è propriamente una proposta di policy ma credo abbia un robusto fondo di verità.

Ogni democrazia, conclude il pezzo, tende ad avere il governo che si merita. Nel caso britannico, l’evidenza suggerisce che il merito sia ancora abbondante.

Ossessione Brexit

Nel frattempo, come accennavo, infuria il “dibattito”. Ha iniziato Wes Streeting, lanciando il sasso in piccionaia col rientro nella Ue, unione doganale e mercato unico inclusi. Andy Burnham, che in passato pareva esprimere concetti analoghi, si è tirato indietro, probabilmente timoroso che il suo ritorno a Westminster, che passa attraverso una elezione suppletiva in un collegio elettorale depauperato e – quindi – fortemente schierato col Leave, possa esserne messa a rischio. Tra l’altro, Burnham se la vedrà con un idraulico di Reform UK, e potrebbe non essere una passeggiata.

Ma questa crescente centralità della Brexit nel dibattito pubblico britannico, a dieci anni di distanza dal referendum, indica chiaramente dove stanno illusioni e diversivi da ipersemplificazione. Da un lato, c’è chi vede gli esiti della Brexit come la prova che “extra Ue nulla salus“; dall’altro, ci sono quelli che, analogamente ai comunisti in purezza, la ritengono una meravigliosa idea implementata male, e si propongono di porre rimedio. Nel mezzo, il povero Starmer, che farfuglia di “rimettere il Regno Unito al cuore dell’Europa” ma al contempo ha tutte le sue belle “linee rosse” contro la Ue. Desolante.

Torniamo, per concludere, a Burnham. Che, tempo addietro, ha spaventato i Bond Vigilantes dicendo in sostanza che non bisogna farsi “incravattare” dai mercati obbligazionari. Salvo poi fare marcia indietro, visto anche l’impatto sui rendimenti dei Gilt, e promettere il rispetto delle regole fiscali che nel frattempo hanno azzoppato Starmer e la sua Cancelliera, Rachel Reeves. Burnham ha una piattaforma politica tanto semplice quanto netta: riavvolgere il nastro delle stagioni delle privatizzazioni thatcheriane delle utilities.

Non ha tutti i torti, visti i risultati indecenti in termini di costosa qualità del disservizio e ricca distribuzione di dividendi. Ma nazionalizzare costa, e ancor più costerebbe usare le tariffe per proteggere i ceti popolari e impoveriti. Quindi, se Burnham spergiura che rispetterà l’equilibrio di bilancio, cioè non farà deficit, ciò significa una cosa sola: che aumenterà le tasse. Il Regno Unito ha una pressione fiscale ancora di molti punti percentuali inferiore a quella dell’Europa continentale ma il suo elettorato, che come detto è nemico giurato dei trade-off, vuole bassa pressione fiscale e welfare scandinavo. Ricorda, anche qui, l’illusione italiana. Ma anche di questo vi ho avvisato, ormai parecchi anni addietro.

E ora, si avanzino i parassiti che, all’ora di cena, illustrano dai tg in 15 secondi tutte le meravigliose iniziative che i loro partiti hanno realizzato o realizzeranno per voi, vostra moglie e la vostra botte rigorosamente non spillata. Lo fanno per il bene vostro e della vostra soglia di attenzione, sia chiaro.

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