Quel gran genio di François

All’indomani dell’intervista televisiva di François Hollande, l’istituto nazionale francese di statistica ha comunicato che il rapporto deficit-Pil del paese nel 2012 è sceso (si fa per dire) dal 5,3 al 4,8 per cento, contro un obiettivo governativo del 4,5 per cento, che salirebbe al 4,6 per cento se Eurostat decidesse di integrare nel deficit anche i costi dell’ultimo salvataggio di Dexia. Il debito pubblico passa dall’85,8 al 90,2 per cento, nuovo massimo. Ma i guai, soprattutto autoinflitti, non finiscono qui.

Il governo francese, come noto, ha ammesso che non riuscirà a raggiungere l’obiettivo del 3 per cento di deficit-Pil alla fine del 2013, e confida di riuscire ad ottenere dalla Commissione europea l’allungamento di un anno del percorso di consolidamento fiscale. Nel 2012 la pressione fiscale è aumentata di ben l’1,2 per cento, al 44,9 per cento del Pil, per effetto dell’aumento del gettito d’imposta (di ben il 5,3 per cento).

Ma il capolavoro di François Hollande pare destinato a realizzarsi sulla saga della super-Irpef. Inizialmente fissata al 75 per cento per redditi superiori al milione di euro, è stata cassata dal Consiglio costituzionale francese perché discriminatoria in quanto applicabile, nella formulazione originaria, a redditi individuali e non a quello cumulativo del nucleo familiare. Successivamente, il Consiglio di Stato ha sentenziato che la pressione fiscale non può eccedere il 66 per cento del reddito, pena l’incostituzionalità, complicando ulteriormente le cose.

Per aggirare l’ostacolo, Hollande ha avuto un lampo di genio, sia pure sotto dettatura dello stralunato Conseil d’Etat: applicare il prelievo a livello d’impresa, sulla massa salariale dei dipendenti che hanno un lordo di almeno un milione di euro. Si tratta, di fatto, dell’applicazione analogica della “tassa sui trader” imposta dal governo di François Fillon (regnante Sarkozy) nel 2009 sulla parte variabile di retribuzione eccedente i 27.500 euro, e che fruttò la modesta cifra di 300 milioni di euro. Ma oggi la faccenda si complica, oltre a confermare che noi italiani stiamo per perdere il primato di politici divorziati dalla realtà, oltre che economicamente e giuridicamente analfabeti.

Intanto, usare le imprese come sostituti d’imposta impropri lascia scoperti tutti i soggetti che non sono lavoratori dipendenti: artisti e sportivi, ad esempio, e più in generale lavoratori autonomi. Poi, non è chiaro chi venga effettivamente inciso dal super-prelievo: l’impresa potrebbe, ad esempio, pagare il dovuto senza rivalersi sul lavoratore, in tutto o in parte, ad esempio perché timorosa di perdere figure manageriali chiave. In questo caso, per le imprese si avrebbe un aumento secco dei costi, che non potrebbe non avere ripercussioni negative, anche sull’occupazione. E il buon Hollande scoprirebbe che i percettori di redditi superiori al milione non pagherebbero un euro in più. Molto probabile che si scateni una guerra guerreggiata tra pratiche elusive e successive “precisazioni” della norma, che finirebbero con lo sfiancare il sistema, italianizzandolo. Non è un caso che la presidente degli imprenditori francesi, Laurence Parisot, sia rimasta basita dall’iniziativa. E con qualche ragione, diciamo.

Ma quello che conta è che, ieri sera, Hollande abbia dato fiato alla sua personalissima versione dell’assai menagramo “mission accomplished” di bushiana memoria, sostenendo che la crisi dell’euro sarebbe stata “risolta” (o forse qualcosina di meno, visto che il presidente ha usato il verbo régler, comunque di impronta piuttosto trionfalistica), anche se “permangono paesi fragili”, nel cui novero l’inquilino dell’Eliseo inserisce l’Italia ma non la Francia, con il suo 10,2 per cento di disoccupazione a fine 2012. E’ con questa visione psichedelica della realtà che l’Eurozona andrà a fracassarsi sugli scogli. E gli occhiali non sono esclusivamente francesi.

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