Osteria Imu, bevetevela responsabilmente

Oggi sul Giornale torna, in tutta la sua magnificenza giustificatoria, il professor Francesco Forte. Il quale si esibisce in un editoriale preziosamente istoriato di sapienza economica per giustificare la tesi brunettian-pidiellina secondo la quale l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa sarà l’innesco del rinascimento italiano. Più precisamente, per usare il sottotitolo del pezzo, “l’Imu è l’unico cric che risolleverà l’Italia”. Più probabilmente, sarà la rimozione forzata di un paese in divieto di sosta.

Forte inizia subito col latinorum della professione economica, il ricorso ad esoterici paper, quei documenti pieni di numeri, a volte male interpretati alla fonte (pur senza arrivare ad errori di foglio elettronico alla Rogoff & Reinhart), riferiti a realtà e contesti economici, temporali ed istituzionali i più disomogenei, ma che tornano utili per lanciare l’ipse dixit della politica.

Nel caso della tesi che Forte cerca di dimostrare, la sacra scrittura è questo working paper del National Bureau of Economic Research, realizzato nell’ottobre 2011 da Lisa J. Dettling e Melissa Schettini Kearney, secondo il quale il livello dei prezzi delle abitazioni avrebbe un impatto sulle “decisioni di fertilità delle famiglie”. In altri termini, sulla propensione a fare figli. Non che la rivelazione sia sconvolgente, a dire il vero. Nella realtà statunitense, peraltro, esiste una consolidata prassi di utilizzo degli incrementi di valore immobiliare a fini di espansione dei consumi. Avete un mutuo, quando i tassi scendono lo rinegoziate (se non siete “sott’acqua”, cioè se il debito residuo è inferiore al valore di mercato della casa), e con i soldi che risparmiate potete comprarvi l’ultimo flat screen da sessanta pollici, un suv o il nuovo barbecue per il giardino di casa.

O magari potete anche farci un figlio, come mostra e dimostra il paper citato, che assume che i figli si possano classificare come “beni normali”, cioè beni la cui domanda aumenta al crescere del reddito. A dirla tutta, i figli potrebbero anche essere “beni inferiori”, quelli la cui domanda decresce all’aumentare del reddito, ma non sottilizziamo. L’evidenza che emerge dal paper NBER è che i prezzi degli immobili hanno un impatto rilevante sull’effetto-ricchezza (altri studi mostrano anche che tale impatto è significativamente superiore a quello prodotto dalla rivalutazione del mercato azionario), e che si trasmette ai consumi attraverso il cosiddetto mortgage equity withdrawal, che opera quando i prezzi immobiliari salgono. Ci siete ancora? Bravi. A partire da queste inferenze, il buon Forte scopre il fuoco e la ruota e si entusiasma per il messaggio pro-natalista che l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa avrebbe anche da noi. Il tutto senza chiedersi quale è la distribuzione della proprietà immobiliare per coorti anagrafiche in questo paese (in soldoni, quale è l’età media dei proprietari immobiliari e come sono messi i giovani nell’accesso al credito ipotecario, quest’ultima una palese domanda retorica), e se da noi vi sono meccanismi simili alla mortgage equity withdrawal. Ma per rafforzare comunque il concetto, Forte ci sbatte dentro un bell’effetto Pigou, e non ci pensa più.

Tutto origina dalla eliminazione dell’Imu prima casa: pensate, la cosa più virale che sia mai stata sperimentata in questo paese dopo le interviste di Laura Boldrini:

«Tolta l’Imu sulla prima casa aumenta anche il valore del patrimonio immobiliare, importantissimo parametro per le garanzie dei prestiti delle banche e della loro capacità di farli. E si può rimettere in moto, sia pure parzialmente, il mercato edilizio»

In realtà, il valore di un asset dipende dalla capitalizzazione dei suoi flussi di reddito attesi, scontato per un tasso di interesse che ne rifletta la rischiosità. Se in Italia il costo del credito si è innalzato drammaticamente per il credit crunch e per prospettive fortemente deteriorate sul mercato del lavoro (tutto si tiene), come si può pensare che la restituzione di un paio di centinaia di euro annui possa determinare un innalzamento del valore della proprietà immobiliare? Non c’è in giro un paper che spieghi a Forte questa relazione? O forse basterebbe un testo base di economia?

Dove trovare i fondi? Detto, fatto:

«L’espansione monetaria del Giappone e degli Usa e il ribasso del tasso di interesse della Bce ha fatto scendere lo spread sui titoli pubblici. C’è un risparmio sui tassi di tali titoli che dovrebbe superare i due miliardi annui. Dunque almeno metà dell’Imu prima casa c’è già. Si tratta di reperire altri 2 miliardi per adempiere alla promessa, nella rata di dicembre»

Come vedete, l’Italia è uno dei maggiori paesi produttori mondiali di tesoretti, veri e soprattutto immaginari. Ma Forte è ormai incontenibile, e giunge all’affondo finale, che è una devastante rivelazione:

«La tesi che circola secondo cui, invece, occorre destinare ogni risorsa ad abbassare le imposte sui costi del lavoro è assurda. Non è vero che la disoccupazione si cura così. Con gli attuali costi del lavoro ai tempi della legge Biagi nel 2007 la disoccupazione era poco più del 6%, ora sta arrivando al 12%, perché la produttività è inadeguata e la domanda è bassa. Due miliardi per minori costi del lavoro servono solo a facilitare qualche rinnovo di contratto fra la Cgil e la Confindustria, continuando nell’economia corporativa. Per abbassare le tasse sul lavoro, bisogna prima crearlo. E ciò comporta che bisogna dosare le priorità, valutando quali sono le misure che costano di meno e hanno il maggior effetto sullo sviluppo»

Clamoroso al Cibali, abbassare il cuneo fiscale o sgravare l’imponibile Irap di parte del costo del lavoro è “assurdo”, “La disoccupazione non si cura così”, signora mia. Che assomiglia molto ad un’altra frase immortale: “tu sbagli candeggio”. Perché il problema è “altrove” e “ben altro”, cioè l’assenza di domanda e la debole crescita di produttività. Ma forse a Forte sfugge che, oggi, mentre cerchiamo dei modi per stimolare la produttività totale dei fattori, nell’immediato occorre soprattutto alleviare il costo del lavoro per le imprese per contrastare l’emorragia di posti di lavoro. “Primo, non prenderle”, diceva il grande Gianni Brera. Invece per Forte è già tutto calcolato: via l’Imu prima casa, reddito netto disponibile annuo in crescita di un importo medio di 100-200 euro, enorme recupero della fiducia del consumatore, aumento della natalità (anche delle famiglie le cui componenti femminili hanno superato l’età fertile), grande boom dei consumi. E’ tutto così lineare, no?

Noi per il momento restiamo in attesa che qualcuno scriva un paper dove si dimostri che l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, attuata dal governo Berlusconi all’inizio della scorsa legislatura, non ha causato quel boom di natalità e di consumi che il Nostro vaticina oggi. Così, giusto per lavorare sulle correlazioni spurie, in una inutile domenica italiana.

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