Macromonitor – 5/5/2013

Nuovo massimo storico per l’azionario statunitense, dopo un rapporto sull’occupazione meno debole di quanto temuto. Lieve ripresa dei rendimenti obbligazionari, che restano tuttavia in calo da inizio anno.

Il rapporto sull’occupazione statunitense ad aprile ha alleviato i timori di una nuova primavera di debolezza congiunturale, come invece accaduto in ognuno degli ultimi tre anni. I dati confermano le previsioni di un secondo trimestre in frenata per effetto della sequestration statunitense, di una manifattura globale più debole a seguito di decumulo di scorte e nel complesso di un passo di crescita lento ma non troppo dissimile da quello del primo trimestre. Malgrado un andamento macroeconomico non esaltante, i mercati rischiosi proseguono a battere record, verosimilmente grazie alla bassa volatilità ed incertezza, che stanno guidando la compressione del premio al rischio e di conseguenza innalzando i prezzi degli attivi rischiosi. Anche la volatilità attesa resta bassa: in Eurozona quadro politico pressoché congelato in attesa delle elezioni tedesche di settembre, le maggiori sorprese potrebbero venire da iniziative della Bce; negli Usa le maggiori decisioni fiscali di breve termine sono già state prese, in Giappone la maggior parte delle azioni di reflazione sono già state metabolizzate dai mercati.

Sul mercato dei titoli di stato, rendimenti in lieve rialzo settimanale, dopo gli incoraggianti dati sull’occupazione statunitense. Le dichiarazioni di Mario Draghi circa un atteggiamento “aperto” dell’istituto di Francoforte nei confronti di tassi negativi sui depositi delle banche presso la Bce hanno acceso il dibattito ma l’evento resta poco probabile, per le conseguenze negative che si produrrebbero sul conto economico degli istituti di credito, oltre che per i rischi di aumento del costo del credito che tassi negativi sui depositi porterebbero con sé.

I bassi rendimenti e la bassa volatilità che caratterizzano i mercati significano essenzialmente la prosecuzione dei temi visti sinora, soprattutto carry e compressione degli spread. I periferici dell’Eurozona hanno ancora il maggior potenziale di restringimento degli spread, anche dopo il forte rally che ha caratterizzato la settimana. Il ritorno degli investitori sul debito sovrano periferico è agevolato dal progressivo allentamento degli obiettivi di stretta fiscale e dalla caduta della volatilità a ciò conseguente.

Sul mercato azionario, la settimana ha visto nuovi massimi di ciclo. Gli investitori appaiono cavalcare il momentum di prezzo, ignorando le notizie negative. La reporting season statunitense ha portato sinora ampie sorprese positive sulla progressione degli utili per azione, che hanno alimentato il rally malgrado sorprese negative dal versante del fatturato per azione. Le operazioni di riacquisto di azioni proprie forniscono sostegno aggiuntivo alle quotazioni: nei primi quattro mesi dell’anno, i buyback a livello globale si sono avvicinati ai precedenti massimi visti nel 2007, 2008 e 2011.

Anche il mercato delle obbligazioni a spread ha registrato in settimana un vistoso rally, guidato ancora una volta dal comparto High Yield. Negli Stati Uniti, queste obbligazioni hanno fatto segnare un restringimento di 36 punti-base nelle ultime due settimane, anche grazie all’indebolimento delle previsioni di crescita globale che rinvia nel tempo l’ipotesi di rallentamento degli acquisti da easing quantitativo, oltre a spingere indefinitamente in avanti le aspettative di avvio del ciclo rialzista dei tassi. Condizioni di crescita moderata, bassa volatilità e bassi tassi di default rappresentano quindi il perfetto habitat per strategie di carry che premiano il comparto High Yield. Anche in Europa, settimana frenetica per le obbligazioni ad alto rendimento con nuove emissioni annunciate o prezzate per 6 miliardi di euro, incluse alcune del tipo pay-in-kind, cioè quelle più rischiose, che pagano gli interessi non in denaro ma con emissione di ulteriori titoli, e che spesso vengono utilizzate per raccogliere risorse che vanno a pagare dividendi o finanziare operazioni di fusioni ed acquisizioni. Per queste vie, quindi, il grado di leva finanziaria tende ad innalzarsi. Un elemento che deve indurre a cautela.

Sul mercato dei cambi, il secondo trimestre ha sinora visto la parziale inversione delle tendenze che si erano affermate nei primi tre mesi dell’anno, e cioè abbattimento delle correlazioni tra le coppie di cambi basate sul dollaro e indebolimento dello yen, che a loro volta alimentavano strategie di carry trade e premiavano le valute di paesi produttori di materie prime. Questo ritracciamento è stato causato dal progressivo indebolimento del quadro congiunturale globale, anche se al momento non pare ancora doversi leggere come effettiva inversione di tendenza.

In settimana, materie prime pressoché invariate, con rally di metalli preziosi ed agricoltura e cedimento dei metalli industriali. In un contesto globale di bassa crescita, volatilità cedente, ridimensionamento dei rischi macroeconomici e rendimento nullo su liquidità e titoli di stato sicuri, l’interesse degli investitori si indirizza su attivi rischiosi con alti premi al rischio. Le materie prime, per contro, sono infruttifere (nel senso di prive di rendimento) e legate con alto beta alla crescita globale. Anche la non brillantissima condizione congiunturale della Cina, paese che rappresenta una elevata quota di domanda di materie prime, contribuisce a ridurre l’interesse degli investitori per questa classe di attivi.

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