Burro, cannoni e Bonanni

A conferma del fatto che la nostra cosiddetta classe dirigente ama passeggiare sulla sottile linea di confine tra esserci e farci, oggi abbiamo un paio di dichiarazioni del leader della Cisl archiviabili alla categoria “il tradeoff, questo sconosciuto”.

Intervenendo questa mattina a Radio1, Bonanni ha giudicato con ovvio favore l’ingresso dei privati in Poste, che a suo giudizio “va nella direzione che auspichiamo” ma ha anche chiesto che la quota riservata a titolo gratuito ai dipendenti “sia più elevata” rispetto al 5% di cui parlano le indiscrezioni. In particolare, per Bonanni essa “deve essere almeno come in Gran Bretagna, dove si è permesso ai lavoratori delle Poste di avere il 10% delle azioni”. Inoltre, Bonanni ritiene necessario che i dipendenti di Poste Italiane “possano gestire la loro quota azionaria in modo collettivo, così da avere un potere dei lavoratori più definito”.

Andiamo con ordine: è vero che i dipendenti di Royal Mail hanno avuto in assegnazione gratuita il 10% delle azioni quotande, ma è altresì vero che per loro non è previsto alcun ingresso nel cda, a differenza di quanto ipotizzato dal premier Enrico Letta, che non vede l’ora di passare alla storia (con la minuscola) per aver portato in Italia una Mitbestimmung de noantri. Al grido “vogliamo tutto e subito”, quindi, Bonanni vuole posto in cda ed azioni gratuite in misura significativa. Siamo al limite della “spesa proletaria”, diciamo. Il tutto ricordando che quella di Poste Italiane non sarà una privatizzazione (a differenza di Royal Mail), ma solo la dismissione di una quota non di controllo dell’azienda. Perché, se fosse stata una privatizzazione come quella di Royal Mail, Bonanni avrebbe messo il veto dicendo che “non si può svendere ai privati un patrimonio della collettività”. Come si diceva tempo addietro, la Cisl non è paga di esprimere il presidente di Poste Italiane e di controllare di fatto l’azienda ma vuole altro, ben altro. E poi dicono che in Italia manca la cultura delle privatizzazioni.

Altro punto toccato da Bonanni nell’intervista radiofonica è quello delle risorse per gli ammortizzatori sociali. Mentre si discute febbrilmente sulla riforma del welfare, e si tenta di passare ad un sistema di ammortizzatori universali che proteggano il lavoratore ma non il posto di lavoro (fermo restando che non ci sono soldi, quindi la coperta non è solo corta ma neppure è una coperta, somigliando di più ad un tovagliolo), ecco Bonanni che scolpisce la sua ideuzza:

«Voglio sperare davvero, voglio augurarmi che nei prossimi mesi il governo trovi altri soldi, altre risorse per gli ammortizzatori sociali perché speriamo che ci sia la ripresa ma di sicuro continuerà l’onda lunga della crisi. Almeno altre 200 mila persone si troveranno senza lavoro e anche senza sussidi quindi sul fronte del lavoro continua la coda della crisi. Noi chiediamo di rivedere alcuni meccanismi per avere risorse bastevoli e avere cassa integrazione in deroga gestita in maniera più appropriata, per esempio prevedendo anche formazione, preparando i lavoratori a riprendere una occupazione»

Anche qui, siamo in modalità burro & cannoni. Vogliamo che prosegua la cassa integrazione in deroga, che ci sta spellando vivi col suo costo a carico della fiscalità generale per lavoratori di aziende che in molti casi sono morte, ma vogliamo anche la mitologica formazione che pure ha un costo, escludendo gli abituali casi italiani di malversazione, le famose rubberie di cui Bonanni si riempie la bocca su base giornaliera. E come si dovrebbero trovare tutte queste risorse, esimio segretario, se lei implica che non si debba ridurre la platea dei beneficiari, con progressivo esaurimento e fissazione di un termine per i cassintegrati in deroga? Boh, forse sempre con “sprechi e rubberie” signora mia.

Ancora una volta, a noi il concetto di tradeoff ci fa un baffo, crisi fiscale o non crisi fiscale. E siamo così viziosamente provinciali da prendere a modello nei giorni pari paesi che in quelli dispari denunciamo come modelli di quel libberismo che avrebbe dannato questo paese, durante il sonno.

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