A gennaio scorso, commentando il discorso di Davos di Mark Carney, avevo osservato che la geografia è un destino: la quota delle esportazioni canadesi verso gli USA era rimasta inchiodata intorno al 70% malgrado decenni di lodevole attivismo multilaterale, dal CETA al CPTPP. E avevo notato che il tentativo di riaprire alla Cina — con l’accordo sugli EV — sarebbe stato difficile da sostenere, perché il settore auto canadese è parte organica della filiera americana, e l’obiettivo di Trump è rimpatriare quella filiera, costi permettendo.
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Cinque mesi dopo, quel giudizio si è materializzato nei fatti. Il primo ministro canadese ora propone “Fortress North America” — più integrazione con gli USA, non meno — e lo fa da fuori del tavolo negoziale.
Il 1° luglio 2026 l’USMCA — il trattato trilaterale tra USA, Canada e Messico in vigore dal 2020 — arriva alla sua prima revisione obbligatoria. La clausola prevede che se tutti e tre i paesi confermano l’estensione, l’accordo dura altri sedici anni; se anche solo uno non conferma, si entra in un ciclo di revisioni annuali e il trattato scade nel 2036. Un appuntamento politicamente carico a cui Carney rischia di arrivare nella posizione peggiore possibile.
I negoziati formali sono partiti il 18 marzo in formato bilaterale, tra Washington e Città del Messico, senza Ottawa. Il Canada è stato escluso da quando il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha lanciato una campagna pubblicitaria anti-dazi che ha irritato Trump nell’ottobre scorso. Lo stesso Ford che ieri si è recato a Washington per incontrare i funzionari americani e, come recita il comunicato del suo ufficio, ‘lanciare Fortress North America’ — una ‘visione audace’ di collaborazione trilaterale.
Fortezza Nord America
Il concetto non ha una definizione ufficiale: è una visione di integrazione economica e produttiva nordamericana come risposta alla dipendenza dalle catene del valore asiatiche, soprattutto cinesi. In pratica significa regole d’origine più stringenti per i prodotti manifatturieri chiave, allineamento nelle politiche commerciali verso la Cina, contenuto nordamericano minimo più elevato nelle merci che beneficiano del trattato. Sembra la retromarcia del riavvicinamento canadese alla Cina.
Il rappresentante commerciale USA Jamieson Greer sta concentrando le discussioni su sette o otto settori: auto, acciaio, alluminio, semiconduttori, dispositivi medici, farmaceutici e minerali critici — tutti già sotto indagine per ragioni di sicurezza nazionale (Section 232). Greer ha sintetizzato la logica senza giri di parole: se vuoi un accordo speciale con gli USA, dobbiamo assicurarci che ci sia contenuto americano dentro.
Il problema è che la “Fortress North America” proposta da Carney e la “Fortress America” che Trump ha in mente sono due cose diverse. Il primo propone integrazione continentale; il secondo vuole produzione domestica americana. Non è una sfumatura: è la differenza tra un accordo con contropartite per il Canada e un accordo che lo trasforma in fornitore subordinato senza garanzie tariffarie.
Per capire la posizione attuale di Carney, bisogna ricordare la sua mossa di gennaio. Di fronte alle pressioni commerciali di Trump, aveva scelto la diversificazione: riaprire a Pechino come alternativa strategica. L’accordo abbassava i dazi sugli EV cinesi dal 100% al 6,1%, consentendo l’importazione di 49.000 veicoli l’anno. In cambio, la Cina riduceva i dazi sulla canola canadese. Solito schema da paese emergente, peraltro. Dalla Cina arriva tecnologia, in Cina vanno prodotti agricoli e, in caso, materie prime.
La logica era comprensibile. Il problema, come avevo notato a gennaio, è che la diversificazione commerciale con la Cina non cambia la struttura gravitazionale dell’economia canadese: quando il tuo enorme vicino controlla il 70% del tuo export, le joint venture con Pechino non spostano l’ago della bilancia. Ma sono un evidente irritante politico a Washington, interlocutore che malgrado tutto conta in modo decisivo per Ottawa.
E infatti la Casa Bianca ha aspramente criticato Carney per aver riallacciato le relazioni con la Cina. Il pivot cinese è stato usato come prova di inaffidabilità nell’agenda di reshoring nordamericano che gli USA vogliono costruire — precisamente l’agenda su cui Ottawa sta ora cercando di rientrare. Aver aperto le porte agli EV cinesi mentre si propone di costruire un “fortino” nordamericano anti-cinese è una contraddizione che gli interlocutori americani non hanno mancato di segnalare.
La lista di cedimenti canadesi a Trump si è nel frattempo allungata. A giugno 2025 Carney ha eliminato la digital services tax — una tassa del 3% sui ricavi delle grandi piattaforme americane — per sbloccare le trattative. Gli americani hanno risposto con una ulteriore lista di richieste. A inizio giugno, nuovo ramoscello d’ulivo canadese a Trump, con la retromarcia sulla decisione di triplicare i contributi finanziari obbligatori per i servizi di streaming americani come Netflix a favore della produzione locale. Il punto è che pare che Trump abbia deciso che il Canada deve pagarla cara, soprattutto per non essersi sottomesso alla richiesta di Trump di farsi inglobare negli USA. Lo so, sembra folle ma questa tesi non va scartata a priori.
Il vantaggio messicano
L’asimmetria non è solo politica. È anche economica, ed è questa la parte più difficile da colmare per Ottawa. Il Messico ha fatto mosse tattiche convincenti nell’ultimo anno: ha alzato dazi su 1.400 prodotti da paesi con i quali non ha accordi commerciali, ha costruito un rapporto personale funzionante tra Sheinbaum e Trump, rafforzato dalla collaborazione su immigrazione e narcotraffico, anche se negli ultimi tempi la presidente messicana mostra irritazione per le ingerenze di Trump nella vita politica messicana. Ma sotto il piano tattico c’è un vantaggio strutturale più profondo.
Il Messico ha una base manifatturiera a basso costo che lo rende il candidato naturale ad assorbire le filiere produttive che gli USA vogliono rimpatriare dall’Asia. Parte del reshoring che Trump persegue non passa necessariamente per il suolo americano: passa per il continente nordamericano, e il Messico — con i suoi costi salariali — è meglio posizionato del Canada per attrarlo. Il Plan México, il piano industriale della presidente Sheinbaum, è costruito esattamente su questa logica: sostituzione delle importazioni, reindustrializzazione, riduzione della dipendenza dalla Cina. Come ha osservato il CEO della Camera di Commercio Americana in Messico, i due programmi nazionali sono complementari.
Il Canada ha asset diversi — energia, minerali critici, una base manifatturiera auto integrata da decenni con quella americana — ma non ha il costo del lavoro e non ha il canale politico per valorizzare ciò che ha nel negoziato che conta. Il rischio concreto è quindi duplice: venire escluso politicamente dal negoziato che ridisegna le regole, e venire marginalizzato economicamente da un accordo che trasforma l’USMCA in un asse USA-Messico. Non punito con dazi espliciti, ma relegato a fornitore di materie prime per una manifattura continentale che si sviluppa altrove.
L’offerta canadese ha una sua logica interna: regole d’origine più stringenti nell’auto e in altri settori in cambio dell’eliminazione o riduzione dei dazi Section 232 su acciaio, alluminio e automotive. Le imprese canadesi del settore auto-componenti sarebbero persino avvantaggiate da contenuti nordamericani più elevati, perché costringerebbero i clienti a rifornirsi in Nord America.
La vendetta per l’indipendenza
Il problema è che questo scambio non è sul tavolo. I negoziati tra Ottawa e Washington per abbassare i dazi Section 232 si sono interrotti nell’autunno scorso e restano congelati. E mentre Greer ha parlato dell’importanza di riportare le catene di fornitura nell’emisfero occidentale, Trump ha offerto una visione più ristretta: produzione americana, non nordamericana. I numeri lo confermano: nei negoziati bilaterali con il Messico, Washington ha chiesto che l’82% del contenuto dei veicoli sia nordamericano, ma che il 50% di quel valore provenga specificamente dagli Stati Uniti.
Non è difficile intravvedere il disegno, qui: Stati Uniti e Messico fanno da soli, col secondo che fornisce le componenti a minor valore (e retribuzioni), e i primi che drenano la produzione manifatturiera canadese a maggior valore aggiunto, rimpatriandola. Il Messico, baluardo contro la penetrazione cinese dalla porta di servizio, ha il suo premio industriale; il riottoso Canada viene punito, anche facendo il tifo per la decisione della Provincia di Alberta, ricca di petrolio, di tenere una consultazione per approvare un referendum sulla secessione dal Canada.
Un momento non semplice per Carney, che sta scoprendo che l’attrazione gravitazionale del commercio estero resta una variabile decisiva ed è alle prese con un vicino vendicativo, che nel rinnovo del trattato USMCA vede margini per fargliela pagare carissima.
(Photo by whitehouse.gov)



