Teatrino Italia, commedia patrimoniale in replica

Poche cose, in Italia, tornano con regolarità ciclica come il tema della patrimoniale. Lo so, ne avete le tasche piene, soprattutto per il modo in cui il tema viene usato dalla politica, cioè come un fischietto a ultrasuoni. Però può essere utile fare il punto e tirare le fila, mentre altri cercano di tirare i fili ma senza toccarli, per non restare folgorati.

Il rilancio proviene dalla segretaria Pd, Elly Schlein. Che ha iniziato dicendosi favorevole a una “patrimoniale europea“, ovviamente non chiedendosi se anche gli elettori degli altri paesi lo sarebbero. Ma nel magico mondo di Elly funziona così. Poi ha detto che del tema, in ambito domestico, parlerà coi suoi cosiddetti alleati, e qui si è subito scontrata con la posizione dell’Avvocato del populismo, al secolo Giuseppe Conte, che si è mostrato freddo sul tema, preferendo cavalcare comodamente il suo ronzino di battaglia della tassazione degli extraprofitti, di qualsiasi cosa si tratti.

Singolare che un partito “progressista”, come Conte definisce il suo, preferisca stare lontano dal tema, ma non bisogna scordare che il personaggio è un abile paraculo tattico che tende ad annusare l’aria; quindi Schlein, essendo testardamente unitaria e non particolarmente sveglia, politicamente parlando, è costretta ad andargli dietro. E infatti lo ha già fatto, presentando una proposta sul “diritto a restare” dei giovani italiani, che prevede per un triennio una mancetta da 200 euro mensili per tredici mensilità per gli under 35 con redditi inferiori a 45 mila lordi annui, la cui copertura principale è una sorta di addizionale Ires “mobile”, nel senso che scatterebbe, nella misura di altri 8,5 punti percentuali, su aziende con giro d’affari superiore a 50 milioni il cui utile eccede del 10% la media del precedente quadriennio.

In pratica, una penalizzazione di aziende che innovano, crescono e sono produttive, non certo una penalità per eventuale eccesso di potere di mercato o per utili “portati dal vento” e dal caso (windfall). Ma torniamo alla patrimoniale perché stiamo deviando troppo. Torniamo, non prima di precisare che Schlein è intervenuta al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria e ha precisato, dato il contesto, che il tema patrimoniale non fa parte del programma. Non ancora, almeno.

Ritornelli pavloviani

Prima di sviluppare e sistematizzare il tema, vorrei rispondere a un paio di ritornelli pavloviani che ci ammorbano ogni volta che si torna a parlare di patrimoniale.

“Sono soldi già tassati, sarebbero tassati due volte”. Bene, e quindi? Intanto, sono già tassati ma per la parte di reddito non evasa. Detto incidentalmente, questo concetto spiega perché modificherei l’ISEE invertendo i pesi tra reddito e patrimonio, oggi 80 a 20. I patrimoni possono benissimo formarsi da redditi sottratti a imposizione.

Poi, considerate che i frutti di questo reddito risparmiato, per le persone fisiche, sono tassati con blande imposte sostitutive, sia a livello mobiliare che immobiliare. Ciò attenua la progressività del sistema tributario. Prendete due soggetti con lo stesso reddito lordo. Uno lo ottiene da lavoro, l’altro da capitale. La tassazione, sopra un dato e limitato livello di reddito, diverge fortemente e l’aliquota media tende a essere ben superiore alla cedolare secca dell’imposta sostitutiva.

Ecco perché, per quanto mi riguarda, bisognerebbe mettere proventi finanziari e immobiliari in Irpef, per la parte che eccede una più o meno generosa franchigia. Oppure, usare un sistema di cedolari secche ad aliquota crescente in funzione dell’entità dei proventi, anche qui magari con una no-tax area per i piccoli risparmiatori. Soluzioni di questo genere esistono in molti paesi europei. Più avanti parleremo della pressione fiscale complessiva che si intende raggiungere perché, senza questo “dettaglio”, stiamo parlando del nulla.

La seconda frase che sento con una frequenza piuttosto irritante è: “Ma tu guarda questi fessi che, magari con un patrimonio mignon da 50 o 100 mila euro, si mettono a lottare per quelli che hanno 50 o 100 milioni”. Detta così pare obiezione condivisibile, ma non lo è. Perché chi ha soldi veri ha agio di diventare fiscalmente apolide. Quindi, dato il target di raccolta di nuovo gettito, a essere uccellati sarebbero, appunto, i “fessi” con 50, 100, 200 o anche 500 mila euro di attivi patrimoniali. I quali sono quindi meno fessi di chi li crede fessi, diciamola tutta. Perché sanno come finiscono queste cose.

Vi faccio grazia delle altre ricorrenti obiezioni, non certo perché irrilevanti: che fare delle aziende, che sono parte degli attivi patrimoniali e quindi entrerebbero nella base imponibile? Ovviamente, andrebbero esentate, perché altrimenti rischierebbero di essere destabilizzate nella liquidità. Sì, ma esentare quali categorie di imprese? Tutte o solo, per dire, le startup, che spesso sono in perdita ma hanno elevata valutazione se considerate di successo? Premesso che, in questo secondo caso, diventeremmo un paese fatto solo da startup (il genio italico, lo so), la questione non è di lana caprina.

C’è poi, a dire il vero, una terza frase che sento ad alta frequenza: “la patrimoniale in Italia esiste già”, e non è per nulla bassa, per incidenza di gettito su Pil. Verissimo: pensate alla cosiddetta imposta di bollo sulle attività finanziarie. Ma questo non vuol dire che non sarebbe opportuno rimodulare questa tipologia di entrate in conto capitale, per renderle più eque ed efficienti. Ad esempio, pensate all’imposizione immobiliare basata su rendite catastali non legate alle dinamiche di mercato. Anche questa appare una distorsione, forse perché lo è. Ma, come sapete, il tema è tabù, come è tabù il fatto che non si debba pagare l’Imu su praticamente tutte le prime case. Ovviamente, come salvaguardia, una imposizione patrimoniale ordinaria sugli immobili va posta sul loro valore al netto di eventuali debiti. Ma, come sappiamo, lo stato tende ad essere treccartaro, quanto più necessita di soldi.

Cosa (non) accadrà

Veniamo quindi alla domanda delle domande: patrimoniale, per farci cosa? E a gettito invariato oppure additiva di quello esistente? Per me, a gettito invariato, potrebbe essere utile e produttiva, in termini di rimodulazione degli incentivi. Ad esempio, per spostare il peso della tassazione dal lavoro al patrimonio. Tra l’altro, così facendo verrebbe meno il tormentone “la patrimoniale è su soldi già tassati”, nel senso che le due imposizioni sarebbero complementari. Ma sappiamo benissimo che così non andrebbe. Perché i nostri eroi del popolo la userebbero in modo additivo dei tributi esistenti. La logica la conosciamo: non esiste il “pagare tutti, pagare meno”. Esiste il “pagare tutti, spendere di più”.

Sull’imposizione patrimoniale, ammesso e non concesso di arrivare a definirne il perimetro in modo non disfunzionale (ah ah ah!), finiremmo con un bel “pagare tutti, pagare di più”. Inoltre, come ben sappiamo, non è possibile intervenire in situazione non emergenziale perché ogni soggetto colpito da effetto distributivo avverso diverrebbe immediatamente la vittima di un crimine contro l’umanità e i partiti lo porterebbero in processione assieme alla statua del santo patrono.

Quindi, di che stiamo parlando? Del nulla, ve l’ho detto. Ma questo non vuol dire che una rimodulazione dell’imposizione non sarebbe utile. Vuol dire, molto semplicemente, che la probabilità che avvenga è zero. E pari a zero è anche la probabilità che anche un’eventuale accozzaglia larga giunta al governo possa produrre un aumento di imposizione patrimoniale. Ciò tuttavia non impedisce alle Schlein, ai Tajani, al loro sodali e ai tenutari di teatrini televisivi di recitare la loro parte in commedia e lanciare i loro spin fradici.

Ci rileggiamo alla prossima ruminazione di questo tema, promesso. Non se, quando.

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