C’è un momento in cui la sinistra socialista americana e Donald Trump si trovano d’accordo su qualcosa, e quel momento è lievemente inquietante. È successo con l’AI: Bernie Sanders annuncia una legge per attribuire allo Stato americano il 50% delle azioni delle principali società di intelligenza artificiale, con Trump — a bordo dell’Air Force One — che dichiara il suo interesse per un fondo sovrano AI finanziato da contributi volontari delle stesse aziende. Due proposte che partono da premesse opposte e arrivano, per strade diverse, alle stesse criticità.
L’esproprio di Sanders
L’argomentazione di Sanders ha una sua logica. I modelli di AI generativa sono stati addestrati su libri, articoli, codice sorgente, immagini, conversazioni — il patrimonio intellettuale accumulato dall’umanità nel corso di generazioni. Questo patrimonio è stato utilizzato senza consenso, senza riconoscimento e senza compensazione. Ne consegue, secondo Sanders, che la ricchezza prodotta dall’AI appartiene di diritto al pubblico, non ai miliardari di Silicon Valley che ne controllano le società.
Per realizzare questo principio, Sanders propone l’American AI Sovereign Wealth Fund Act: un’imposta una tantum del 50% — non sui profitti, precisa, ma sulle azioni — di OpenAI, Anthropic, xAI e altre. Il fondo così costituito darebbe al governo federale rappresentanza nei consigli di amministrazione e distribuirebbe dividendi diretti ai cittadini, finanziando nel tempo sanità, istruzione e abitazione.
A sostegno della proposta, i cui dettagli operativi seguiranno, Sanders cita le parole e le alte e nobili visioni degli stessi CEO. Sam Altman ha descritto i modelli di OpenAI come addestrati su “conoscenza ed esperienza collettiva dell’umanità”. Anthropic ha proposto la creazione di “fondi sovrani nazionali con partecipazioni nell’AI”. Elon Musk ha scritto che “un reddito universale tramite assegni federali è il modo migliore per gestire la disoccupazione da AI.” È una mossa retorica efficace: usare le ammissioni dei diretti interessati come endorsement involontari di una proposta che li espropria. Nessuna di quelle dichiarazioni si riferiva a cessioni azionarie coatte, ma qui può soccorrere la fantasia.
A tali cessioni coatte si oppone il Quinto Emendamento della Costituzione americana, la cui Takings Clause stabilisce che nessuna proprietà privata può essere acquisita dallo Stato per uso pubblico senza un adeguato indennizzo. La norma non vieta l’esproprio: lo condiziona al pagamento del valore di mercato al momento dell’acquisizione.
La proposta Sanders configura quasi certamente un physical taking — la categoria di esproprio più incontestabile nella giurisprudenza americana — perché prevede che le società cedano azioni senza corrispettivo monetario. In altri termini: se lo Stato volesse rispettare il Quinto Emendamento, dovrebbe pagare il prezzo di mercato del 50% di OpenAI, Anthropic e xAI. A valutazioni attuali, si parlerebbe di centinaia di miliardi di dollari, forse oltre mille. In un paese che già opera con deficit rilevanti e un debito federale in crescita, il costo sarebbe insostenibile — e il finanziamento tramite emissione di debito spingerebbe ulteriormente al rialzo i rendimenti obbligazionari, comprimendo gli investimenti privati nello stesso settore che si vorrebbe redistribuire.
Sanders evoca l’Alaska Permanent Fund come prova che il modello funziona. Il fondo, istituito nel 1976 e operativo dal 1977, è alimentato da almeno il 25% di tutti i proventi minerari statali e distribuisce ogni anno dividendi diretti ai residenti dell’Alaska attraverso il meccanismo del Permanent Fund Dividend. Il patrimonio ha raggiunto decine di miliardi di dollari, gestiti da un ente pubblico con mandato di investimento diversificato.
Il punto che Sanders omette è decisivo: il fondo alaskano è stato finanziato con i proventi della vendita di diritti su una risorsa pubblica — il petrolio della North Slope era già di proprietà dello Stato prima che qualsiasi società privata ci mettesse le mani sopra. Lo Stato non ha mai espropriato le azioni di Exxon o BP; ha semplicemente incassato il prezzo di risorse che erano sue. La situazione con l’AI è diversa: OpenAI, Anthropic e xAI sono società private costituite con capitale privato, che hanno sviluppato tecnologie proprietarie. L’analogia con il petrolio alaskano è suggestiva, ma non regge all’esame dei fatti.
Trump e i doni degli oligarchi
Se la proposta Sanders almeno ha una coerenza — per quanto costituzionalmente problematica — quella di Trump solleva questioni di segno opposto. Un fondo sovrano alimentato da contributi volontari delle società AI presuppone che queste abbiano un incentivo a versare risorse allo Stato senza obbligo di legge. L’incentivo esiste, ed è esattamente quello che il Financial Times identifica come il problema centrale: contribuire al fondo è il modo per compiacere (i.e. comprarsi) un’amministrazione che ha dimostrato sistematicamente di premiare gli alleati e penalizzare i recalcitranti.
Il risultato non è democratizzazione della ricchezza AI, ma istituzionalizzazione del favoritismo politico nella governance del settore tecnologico più strategico del decennio. Le aziende che versano ottengono copertura politica e accesso; quelle che non versano rischiano ritorsioni regolamentari o fiscali. È esattamente la dinamica che si vorrebbe evitare quando si parla di garantire che l’AI serva l’interesse pubblico.
C’è un ulteriore problema: rendere ogni americano azionista di un gruppo ristretto di titoli tech ad alta volatilità crea azzardo morale sistemico. Se i titoli salgono, Trump è un eroe della redistribuzione. Se scendono — e i titoli tech scendono, periodicamente e con violenza — i contribuenti si trovano esposti a perdite su asset che non hanno scelto di detenere, foss’anche “gratuitamente”.
Vale la pena ricordare che l’idea di un fondo sovrano americano non nasce con l’AI. Il 3 febbraio 2025, Trump ha firmato un ordine esecutivo per istituire un fondo sovrano statunitense, con Scott Bessent al fianco che si è impegnato pubblicamente a renderlo operativo entro dodici mesi. A distanza di oltre un anno, il fondo non esiste ancora: Tesoro e Dipartimento del Commercio hanno presentato il piano entro la scadenza dei 90 giorni, ma la Casa Bianca ha respinto l’approccio del Tesoro, e a maggio 2025 fonti interne comunicavano che nessuna decisione finale era stata presa.
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Nel frattempo, però, il governo federale ha già cominciato ad assumere partecipazioni dirette in società private strategiche per altra via. L’investimento più rilevante è una quota da 8,9 miliardi di dollari in Intel, ottenuta in sostanza convertendo in azioni i sussidi già assegnati ma non ancora erogati ai sensi del CHIPS Act. Analogamente, il Dipartimento della Difesa ha acquisito il 15% di MP Materials, unico produttore integrato di terre rare negli Stati Uniti, diventandone il primo azionista. Queste operazioni hanno una logica industriale e di sicurezza nazionale riconoscibile. Estendere lo stesso schema alle società AI — con valutazioni ben più elevate e perimetri molto meno definiti — è un salto di scala e di natura che nessuna delle proposte attuali affronta seriamente.
Come redistribuire
Sia Sanders che Trump danno per scontato che il problema centrale sia la distribuzione della ricchezza prodotta dall’AI. Ma c’è una domanda preliminare che entrambe le proposte aggirano: l’AI sta già redistribuendo ricchezza, in modo indiretto, attraverso guadagni di produttività, crescita economica e rivalutazione dei portafogli — inclusi i fondi pensione pubblici che detengono centinaia di miliardi in azioni corporate americane. La questione non è se l’AI produce benefici diffusi, ma se questi benefici siano distribuiti in modo sufficientemente ampio e se la velocità della trasformazione tecnologica richieda interventi più diretti.
La risposta a questa domanda è genuinamente complessa e dipende da variabili — velocità di automazione, distribuzione settoriale degli impatti, dinamiche del mercato del lavoro — su cui le proiezioni sono ancora largamente incerte. Entrambe le proposte sul tavolo, invece, partono da una certezza che i dati non supportano e arrivano a soluzioni che i vincoli costituzionali, fiscali o di governance rendono difficilmente praticabili.
C’è una convergenza, almeno a parole, su questo tema: gli oligarchi AI fanno PR, e cercano di prevenire o contenere il rigetto crescente nell’opinione pubblica verso la loro attività, che fa lievitare le bollette, crea stress idrico nelle zone dove sono presenti data center e proietta sulla società una cupa distopia di disoccupazione tecnologica di massa. Trump si vede nel ruolo di demiurgo della potenza americana, che sfuma il confine liberale classico tra stato e mercato, oltre al fastidio per gli intralci tipici delle democrazie, vista anche la sua evidente fascinazione per gli uomini forti. I socialisti come Sanders…fanno i socialisti, coltivando il sogno di arrivare al potere perché troppe sono le diseguaglianze, dalla culla alla tomba, in quella che fu “la terra delle opportunità”, ormai trasformata in una ostentata oligarchia plutocratica. E potrebbero avere delle soddisfazioni elettorali nazionali, in un futuro non troppo remoto.
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Nel frattempo, prosegue la corsa agli armamenti (cioè alla potenza di calcolo) da parte dell’ecosistema AI. Il potenziale sistemico è ormai incoercibile, le ricadute di un crash potrebbero essere devastanti per il futuro della cosiddetta democrazia americana. Sono passati solo pochi mesi dall’avventata affermazione della CFO di OpenAI, Sarah Friar, sulla necessità che lo stato agisca da backstop per i pionieri AI. Il fatto che si discuta di una forma di “pubblicizzazione”, vera o fittizia, è il segno che quel backstop è più vicino di quanto si pensi: lo stato azionista implica la partecipazione ad eventuali aumenti di capitale e la garanzia, non solo implicita, sull’indebitamento dei player AI. Il rischio di socializzazione delle perdite non è solo teorico.
(Immagine creata con ChatGPT)



