Contrasto d’interessi, ossessione italiana

Tra i punti programmatici di Italia Unica, il partito di Corrado Passera che nei giorni scorsi si è presentato ufficialmente al pubblico, vi è anche la restituzione del 50% dell’Iva pagata dai consumatori su acquisti effettuati con moneta digitale (carte di credito e di debito). Obiettivo della misura è quello di contrastare l’evasione fiscale e stimolare i consumi. Il problema è che la proposta, ultima di una lunga serie a cui sono state immolate preziose energie, altro non è se non l’ennesima rimasticatura del famigerato contrasto d’interessi, che evidentemente in questo paese è sempre molto amato.

L’analisi fiscale della proposta la svolge il professor Dario Stevanato sul blog GiustiziaFiscale.com. In sintesi, ecco i punti di debolezza individuati: altissimo rischio di incorrere in una procedura d’infrazione comunitaria, perché la Ue non ammette troppi giochini sull’Iva; né sarebbe invocabile una deroga alle norme comunitarie motivata con l’introduzione di semplificazione nella riscossione o contrasto all’evasione: se si paga con mezzi tracciabili, quella è già una misura implicita di contrasto all’evasione. E non finisce qui:

«Ma anche ammessa la sua fattibilità, la generalizzata restituzione dell’Iva ai consumatori appare per più versi inopportuna. Intanto, la restituzione dell’Iva rischia di intervenire su acquisti che sarebbero comunque stati effettuati con sistemi di pagamento tracciati e con il versamento dell’imposta da parte del fornitore (si pensi ad acquisti effettuati presso la grande distribuzione organizzata); dunque la restituzione genererebbe soltanto una perdita di gettito senza alcun beneficio in termini di recupero dell’evasione»

Se invece ci concentriamo sullo stimolo ai consumi, osserva Stevanato, l’idea di restituire a chiunque il 50% dell’Iva pagata su qualunque tipo di consumo, pur avendo previsto la soglia massima di 1.000 euro di costo unitario degli articoli, appare regressiva. Ma non è finita: pensate all’incubo burocratico di conservare decine di scontrini di importo contenuto, da inviare al fisco che dovrebbe poi procedere a verifiche. Il trionfo del red tape e delle truffe. E’ significativo il parallelismo compiuto da Stevanato tra questo contrasto d’interessi su piccoli importi e quello relativo alle ristrutturazioni edilizie, che apparentemente ha avuto maggior successo:

«Come l’esperienza empirica insegna, poi, l’Agenzia non è riuscita in passato a controllare nemmeno le imprese edilizie di ristrutturazione che pure erano state pagate con bonifico bancario dal cliente che aveva chiesto la deduzione delle spese di ristrutturazione, figuriamoci se riuscirebbe a controllare analiticamente tutti coloro che hanno emesso uno scontrino o una ricevuta pagata col bancomat. Senza poi contare che, come l’esperienza insegna, a uno “sconto fiscale” pari a circa il 10 per cento del prezzo di vendita il fornitore potrebbe reagire concedendo al cliente uno sconto un po’ più alto a fronte del pagamento “in nero”»

Eh, già. Eppure, questo magic moment degli italiani popolo di eroi, santi e scaricatori di fatture e scontrini è duro a morire. O, più propriamente, ci seppellirà tutti. In sintesi: la proposta di Italia Unica rischia di causare una infrazione a direttiva comunitaria, dà certezza di red tape, alto rischio di truffe, perdita di gettito su comportamenti di acquisto che in ampia parte sarebbero comunque avvenuti. Per non parlare della filosofia di fondo del contrasto all’evasione: se si utilizzano le banche dati, cioè si agisce a valle, questo meccanismo a monte non ha senso, ai fini anti evasione. Ancora: dal versante dello stimolo ai consumi, la misura è permanente o temporanea? Differenza non di poco conto, ne converrete. E riguardo alla leggendaria semplificazione, leggere per credere:

«(…) Il consumatore dovrà presentare, con modalità telematiche, entro il 16 del mese successivo a ciascun trimestre solare, direttamente o tramite intermediario abilitato, apposita richiesta all’Agenzia delle entrate, contenente la liquidazione del credito maturato nel periodo, gli estremi del conto corrente su cui ricevere l’importo spettante e la dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio attestante l’effettivo sostenimento delle spese»

Semplice, no? A questo punto, la domanda sorge spontanea: c’è la copertura, per questa rivoluzionaria proposta? Dal sito di Italia Unica apprendiamo che il maggiore onere per lo Stato è stimato in 6 miliardi di euro, calcolato raddoppiando il numero di acquisti in regime Iva al 22%. Coperti come?

«Stanziamento di una somma pari al 20% della maggior somma liquida recuperata all’evasione fiscale da parte di Agenzia delle Entrate. Inoltre, l’incremento dei consumi finali con pagamento tracciabile avrà un effetto significativo di emersione automatica del nero, con aumento del gettito a prescindere dai controlli. In caso di incapienza, è previsto il ricorso ai margini di flessibilità concessi dalla Commissione di Europea in presenza di riforme finalizzate al risanamento dei conti pubblici pari allo 0,5% del PIL (circa 8 miliardi di Euro)»

Quindi, la copertura è data dal recupero di evasione (alea iacta est, diciamo) e, se non dovesse bastare, chiederemmo alla Ue la leggendaria “flessibilità” per lo 0,5% del Pil, perché stiamo facendo una “riforma strutturale” e “risanando i conti”. Eh, beh, proprio innovativa, come soluzione. Avanti il prossimo. Cosa scarichiamo, oggi?

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