Contrasto di interessi, una bufala italiana

A intervalli regolari, in quell’eterno ritorno che è il discorso pubblico italiano, torna a galla la leggenda metropolitana del cosiddetto “contrasto di interessi” contro l’evasione fiscale, la situazione in cui l’interesse del venditore ad evadere trova un ostacolo strutturale nella convenienza del compratore a rendere nota la transazione al fisco. In questo periodo di gravi ambasce fiscali, si è quindi tornati a favoleggiare di consentire ai compratori di detrarre dalle tasse (o dedurre dall’imponibile? Lo vediamo tra poco) i propri acquisti. Ebbene, diciamo per l’ennesima volta: il contrasto di interessi non funziona, è una bufala. Vediamo il perché.

C’è un articolo molto didascalico ed efficace, pubblicato quasi cinque anni addietro su lavoce.info a firma di Maria Cecilia Guerra e Alberto Zanardi, che lo spiega in modo inconfutabile, almeno per chi sa far di conto ed è in buona fede. Se si consentisse la detrazione fiscale degli acquisti, in misura pari al classico 19 per cento oggi in essere per questa tipologia di benefici fiscali, il compratore avrebbe un onere fiscale pari alla differenza tra l’aliquota Iva applicata sul bene ed il 19 per cento di detrazione d’imposta. Il venditore potrebbe quindi agevolmente offrire al compratore uno “sconto per il nero” che potrebbe raggiungere un massimo pari all’Irpef che il primo versa allo stato. Troppo facile, no?

In caso di deducibilità integrale dell’acquisto dall’imponibile fiscale del compratore si crea effettivamente contrasto d’interessi, cioè il compratore ottiene un sussidio sull’acquisto pari alla differenza tra l’aliquota marginale Irpef del compratore e l’aliquota Iva applicata all’acquisto. Tuttavia, anche in questo caso, il venditore potrebbe disinnescare la minaccia offrendo al compratore uno sconto pari almeno all’entità del sussidio ottenuto da quest’ultimo e fino ad un massimo pari all’aliquota Irpef del venditore. E’ interessante notare che, in questo caso, il margine di contrattazione tra le parti dipende criticamente dalla struttura delle aliquote. Se il compratore ha un’aliquota molto più alta di quella del venditore, il gettito netto per lo stato si ridurrebbe fino ad azzerarsi, e potrebbe addirittura diventare negativo. Ah, il tutto senza considerare il caos primordiale che deriverebbe dalla necessità di produrre e conservare idonea documentazione dei pagamenti. Saremmo sommersi dalla carta.

In sintesi, il contrasto d’interessi è una fola, non serve a nulla se non ad alimentare l’abituale chiacchiericcio dell’impotenza, che spesso è agevolato da precisi interessi a preservare lo status quo. Anzi, no, a volte il contrasto d’interessi può servire. Ad esempio vi può servire se siete un piccolo politicante arrampicatore che sta cercando di mettersi bene in vista per realizzare un bel salto della quaglia e diventare portavoce di un partito di governo. Ma in tutti gli altri casi, il contrasto d’interessi non serve. L’unica via, e questo è sufficientemente oggettivo, è la tracciabilità draconiana dei pagamenti, intendendo con questa espressione quella che passa per il controllo degli estratti conto bancari, con dichiarazione patrimoniale all’inizio di ogni anno. Altra via non c’è, rassegnatevi e passate ad altre conversazioni da salotto.

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