Le chiamavano Good Bank

Prosegue il tentativo di vendere le quattro banche sorte dalla risoluzione dello scorso 22 novembre (Banca Marche, Carife, Carichieti, Etruria). Scaduto il termine imposto dalla Ue del 30 settembre, peraltro frutto di una precedente proroga, a questo giro non è stata indicata data di scadenza ufficiale della vendita, avendo forse preso coscienza che le date fisse danneggiano il venditore (chi l’avrebbe mai immaginato, vero?). Il problema è che pare che le quattro cosiddette good banks non siano good come le si dipinge.

All’atto della risoluzione, ci è stato detto che le banche-ponte erano “ripulite dalle sofferenze”. Vero solo in parte, perché queste banche portavano comunque in pancia dei crediti deteriorati. Una parte dei quali è nel frattempo divenuta sofferenza conclamata. Di quanto parliamo, esattamente? La nota dei quattro istituti guidati da Roberto Nicastro, emessa ieri, afferma quanto segue:

«[…] il valore totale dei crediti deteriorati lordi, che esclude le cessioni di sofferenze a Rev programmate sin dall’inizio, e in realizzazione in più sequenze, passa dai 4,47 miliardi iniziali del dicembre 2015 ai 4,37 miliardi di giugno 2016. Si tratta dunque di stock quasi interamente inclusi nel portafoglio delle good bank sin dall’avvio del Programma di Risoluzione approvato da DG Comp il 22 novembre 2015»

La copertura delle sofferenze, al 30 giugno scorso, era del 63%, quella delle inadempienze probabili del 29%. Il resoconto di gestione al 30 giugno diceva questo:

«Il livello di copertura degli NPL, pari al 47%, si presenta in linea con le migliori practice del mercato; in quest’ambito quello specifico delle inadempienze probabili è intorno al 30%, dato superiore alla media del sistema. Al 30.6.2016 il totale dei crediti problematici, al netto delle cessioni a REV, ammonta a 3,39 miliardi di euro, dato significativo ma sostanzialmente in linea con l’inizio anno»

La discrepanza tra 4,37 miliardi e 3,39 miliardi pare imputabile a trasferimenti differiti di sofferenze alla Bad Bank. Nella nota è scritto anche questo:

«circa il 10% delle inadempienze probabili sono migrate a sofferenze nel primo semestre»

Che è un bel passo di migrazione da crediti deteriorati a sofferenze, dopo tutto. Anche se il comunicato tiene a precisare che siamo “in linea con le medie di sistema”. Quello che non viene detto è che, allo stesso modo in cui vi sono alcuni crediti deteriorati che migrano a sofferenze, ve ne sono anche altri che tornano in bonis. Se di fatto in sei mesi lo stock di deteriorati non è variato in modo significativo, il miglioramento semplicemente non c’è. Nel comunicato diffuso ieri si può inoltre leggere:

«Nell’ambito delle trattative in corso per la cessione delle good bank è possibile venga previsto lo scorporo e cessione di crediti deteriorati»

E qui è iniziata la sarabanda di voci e ipotesi, che vede ancora il solito fondo Atlante in predicato di acquistare tali crediti deteriorati netti, secondo fonti odierne di stampa. Con quali soldi, non è dato sapere. Quello che invece vogliamo portare alla vostra attenzione è che, al momento della risoluzione, le quattro banche “nuove” hanno mantenuto uno stock di crediti deteriorati piuttosto robusto. Al 30 giugno, il totale dei crediti erogati alla clientela dalle quattro good bank era di 17,7 miliardi di euro. Con un complesso algoritmo, scopriamo quindi che il rapporto tra crediti deteriorati lordi e prestiti è pari al 19,1%. Che è un numero molto elevato, altro che good bank.

Che si può tentare di inferire, quindi, da questi numeri e queste puntualizzazioni? Innanzitutto che i crediti deteriorati lordi pesano ancora moltissimo sulle quattro banche “risanate”. Poi, che nel primo semestre dell’anno il 10% degli inadempimenti probabili è divenuto sofferenza, il che suggerisce che la velocità di deterioramento di tali crediti dubbi resta elevata. Anche per le good bank si ripropone la questione che da un anno appassiona (si fa per dire) commentatori e politici: quanto valgono le sofferenze? Ci viene detto che la loro copertura è al 63%, quindi la cessione per almeno il 37% del loro valore nominale eviterebbe di erodere il capitale. Ma, ancora una volta, questo pare un valore elevato, per i tempi che corrono. Non vi sembra tutto il solito déjà vu?

La morale è che l’acquirente di queste banche “risanate”, sia esso Ubi o altri, dovrà ricapitalizzarle in modo robusto, con buona pace del loro livello ufficiale di Common Equity Tier 1 (CET1), poco sotto al 10%. Ribadiamolo: se le sofferenze non sono realisticamente rettificate, cioè se il loro valore di presumibile realizzo è inferiore a quanto accantonato, i coefficienti patrimoniali sono numeri scritti sull’acqua.

Facciamo altre inferenze, già che ci siamo: è possibile che, quel fatidico 22 novembre, le autorità di risoluzione abbiano sbagliato i calcoli (per così dire), rappresentando una situazione “migliore” di quella effettiva, cioè abbiano girato alla bad bank meno crediti ammalorati del previsto? In altri termini, è possibile che siano stati classificati tra incagli quelle che erano ormai sofferenze a tutti gli effetti? E perché lo avrebbero fatto? Riflettete su quanto è costata la risoluzione del 22 novembre 2015, leggendo il comunicato di Bankitalia di quel giorno:

«L’impegno finanziario immediato del Fondo di Risoluzione è, complessivamente per le quattro banche, così suddiviso: circa 1,7 miliardi a copertura delle perdite delle banche originarie (recuperabili forse in piccola parte); circa 1,8 miliardi per ricapitalizzare le banche buone (recuperabili con la vendita delle stesse), circa 140 milioni per dotare la banca cattiva del capitale minimo necessario a operare. Quindi, In totale, circa 3,6 miliardi»

Non solo. Sempre dal comunicato Bankitalia:

«La liquidità necessaria al Fondo di Risoluzione per iniziare immediatamente a operare è stata anticipata da tre grandi banche (Banca Intesa Sanpaolo, Unicredit e UBI Banca), a tassi di mercato e con scadenza massima di 18 mesi»

Il Fondo di Risoluzione ha anticipato tre anni di contributi da parte degli aderenti, cioè del sistema bancario italiano, per un’operazione su quattro istituti che complessivamente valevano l’1% degli attivi nazionali. L’intervento ha richiesto l’azzeramento degli obbligazionisti subordinati, come noto. Ora, se vi è stata sottovalutazione dei costi effettivi dell’operazione, come appare ogni settimana che trascorre, è evidente che nell’azzeramento sarebbero dovuti essere coinvolti anche gli obbligazionisti senior, data l’ampiezza delle perdite, ma ciò avrebbe scatenato il panico. A pensar male si fa peccato ma l’ipotesi che quella risoluzione sia stata sottodimensionata, calciando la lattina lungo la strada, si fa sempre più concreta.

I costi che il sistema dovrà affrontare per sistemare le quattro cosiddette good banks, che di good (ormai è chiaro) hanno ben poco, sono destinati a crescere ulteriormente. E ancora non sappiamo come finirà la madre di tutti i salvataggi, quello di MPS. Con buona pace di chi si preoccupa della salute del sistema bancario tedesco e degli strateghi che pensavano bastasse far comprare tutto a valore di libro al Fondo interbancario per vivere felici e contenti, se non fosse stato per quella cattivona della Vestager. Svegliatevi, forse siete ancora in tempo.