Gli autoincravattati sovrani e contenti

Sul Sole un articolo di Luca Orlando presenta alcune evidenze aneddotiche di stretta creditizia causata -indovinate?- dall’aumento di spread ed incertezza. Al momento nelle statistiche (su dati che sono drammaticamente obsoleti, pur essendo solo di un paio di mesi addietro) si vede ancora poco ma il fenomeno è in atto, e senza inversione di tendenza è destinato ad abbattersi con violenza sul paese nelle prossime settimane. Questo mi ricorda che, quando lo spread salì sopra i 200 punti-base, vi segnalai che, persistendo o aggravandosi questa situazione, in autunno il paese sarebbe arrivato all’appuntamento con un credit crunch autoinflitto, oltre che con crescenti tensioni protezionistiche internazionali.

La situazione è presto descritta da Orlando:

«Primi segnali, ancora episodi limitati, che potrebbero però essere i prodromi di un trend più ampio. Il depauperamento del patrimonio bancario provocato dalla riduzione del valore dei titoli di stato (già visibile nelle trimestrali) e l’aumento in prospettiva del costo della raccolta sembrano già riverberarsi a valle nell’economia reale con più modalità: una maggiore selettività nell’erogazione di nuovi prestiti, la richiesta di “rientro” nei confronti delle fasce più rischiose di clientela, l’aumento dei tassi»

Seguono alcune storie di persone, in carne ed ossa:

«Da un mese vedo movimenti comuni a tutti gli istituti – spiega Pierfabio Garavaglia, titolare di una Pmi negli apparati di illuminazione – con aumenti significativi motivati dallo spread o dai rischi legati ad un possibile declassamento di Moody’s. Morale, per il fido di cassa ora devo pagare due punti in più, per l’anticipo fatture siamo passati dal 2,8 al 3,98%»

E ancora:

«A me – aggiunge una imprenditrice delle macchine utensili che preferisce non comparire direttamente – hanno chiesto in poco tempo il rientro dei fidi di cassa per 300.000 euro. Quasi tutte le banche si sono mosse nello stesso modo, e questo in prospettiva mi preoccupa: se ora si riesce a negoziare, scaglionando nel tempo il rientro, cosa accadrebbe a gennaio alla mia azienda se i rubinetti si chiudessero del tutto?»

A gennaio, aggiungo io, potremmo avere il paese sotto procedura per deficit eccessivo, lo spread nettamente più alto e agenzie di rating prossime a portare il merito di credito italiano a junk.

L’analisi del Sole prosegue con alcuni numeri: in questo momento, lo stock di credito alle società non finanziarie è pari a 696 miliardi di euro; su cui, al tasso medio corrente di 2,11%, si pagano poco meno di 15 miliardi annui di interessi passivi. Nel 2011, al tasso medio di allora, l’esborso sullo stesso stock sarebbe stato di ben 26 miliardi di euro. Lo spread di costo medio del credito tra aziende non finanziarie italiane e tedesche, che ad agosto 2013 era di ben 144 punti base, nello stesso mese del 2017 era sceso a soli 21 punti base. Ora siamo a 37.

Ovvio che, in questo momento, le banche stanno stringendo sui debitori meno solidi; sul nuovo erogato per debitori di qualità si inizia a vedere il rialzo del costo del credito, mentre è probabile che le aziende di minore rating vedranno respinte le loro richieste. Quello che anche un idiota dovrebbe riuscire a cogliere è che, in persistenza di questo spread sovrano, non è questione di se ma di quando, e il paese si sarà incaprettato con le proprie mani. Però, non temete: qui stiamo scrivendo la storia, non è che per qualche azienda che resta indietro dobbiamo fermare i motori, no? E comunque per chi perde il lavoro ci sarà il reddito di cittadinanza: cosa potrà mai andare storto?

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