Nuovo regime forfettario, un tripudio di distorsioni

Abbiamo già passato in rassegna le maggiori distorsioni ed incoerenze che il nuovo regime forfettario dei lavoratori autonomi causerà: dall’ennesima erosione dell’Irpef agli incentivi a limitare la crescita dimensionale dell’attività, anche mediante produzione di nero; sino al rischio di spingere lavoratori dipendenti verso attività fintamente autonome. Ma altre perle stanno emergendo, per un regime fiscale scritto con i piedi o con altre parti anatomiche assai poco nobili.

Ne ha scritto ieri Andrea Dili sul Sole, con alcuni esempi numerici. Le distorsioni maggiori, come noto, sono causate da criteri di accesso al regime fiscale basati sul volume di ricavi, e che di conseguenza rischiano di disinteressarsi dell’unica vera grandezza tassabile: l’utile o reddito. Che è quanto residua dopo aver sottratto ai ricavi i costi, giusto per ricordare.

Prendiamo un paio di esempi di distorsione ed irrazionalità del tributo. Il primo è quello relativo alla discriminazione in base alla marginalità dell’attività svolta. In che senso? Così:

[…] il sistema penalizza i soggetti che svolgono attività dove l’incidenza dei costi sui ricavi è più alta, determinandone – a parità di reddito – l’esclusione dall’accesso ai regimi agevolati

Tradotto: vi sono settori merceologici dove i costi sono strutturalmente elevati, e di conseguenza per restare sul mercato servono anche elevati volumi di ricavi. Questa seconda condizione finisce a sbarrare l’ingresso nel regime forfettario anche se il reddito prodotto è contenuto e quindi “meritevole” di tassazione lieve, secondo il principio di progressività del sistema tributario.

La seconda fattispecie distorsiva è prodotta dal peso variabile dei contributi previdenziali. Questi ultimi sono costi deducibili dai ricavi, e l’effetto finale è che chi si trova in regimi previdenziali “onerosi” (cioè paga molti contributi), gode di un minore imponibile. Di conseguenza,

[…] si possono verificare situazioni in cui – nell’ambito della medesima tipologia di reddito prodotto (lavoro autonomo), come mostrato in tabella – vengono determinate maggiori imposte su minori redditi (…), al punto da determinare situazioni paradossali in cui si troverebbe continuativamente a pagare più imposte chi ha realizzato redditi più bassi.

E questo rischia evidentemente di finire davanti alla Consulta. E che dire poi della distorsione di concorrenza nella fatturazione da parte di un soggetto in regime forfettario rispetto ad uno in regime ordinario? Nulla, parlano i numeri:

Poiché il destino è cieco ma la sfiga ci vede benissimo, e visto che l’entrata (e l’uscita) dal regime sono basati sui ricavi dell’anno precedente, date un’occhiata a cosa accade nel 2019 a due professionisti (commercialisti), di cui uno molto fortunato e l’altro assai meno, in funzione della soglia di 65 mila euro di ricavi segnata lo scorso anno:

Ribadiamo poi anche l’altro favore fatto a dipendenti e pensionati con reddito elevato:

[…] i nuovi regimi agevolati, per effetto del venir meno di ogni vincolo relativo alla contestuale produzione di redditi di lavoro dipendente o pensione, saranno particolarmente convenienti per tutti i dipendenti e pensionati che, godendo di redditi molto elevati, potranno evitare di cumulare il reddito di lavoro autonomo o di impresa sottoposto a imposta sostitutiva del 15% o del 20 per cento

In ogni regime fiscale vi sono incoerenze e “paradossi”, che spesso gli addetti ai lavori si dilettano ad identificare. Ma quando tali incoerenze e paradossi escono dall’ambito delle ipotesi di scuola per divenire la condizione normale del sistema impositivo, si pone un rilevante problema. Questo forfettario è solo uno dei tanti frutti avvelenati della produzione legislativa di un governo di scappati di casa e furbastri sfascisti, i cui nodi non tarderanno a giungere al pettine.

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