Nunzia Catalfo ed il gran lavoro di propaganda

Come da stucchevole tradizione, ogni mese i dati Istat sul mercato italiano del lavoro sono ghiotta occasione per lanciare coriandoli propagandistici, che gli iscritti all’Ordine dei giornalisti catturano gioiosi. Anche il rapporto relativo a novembre 2019, pubblicato ieri, è servito allo scopo.

Ad esempio, la ministra del Lavoro, la pentastellata Nunzia Catalfo, intervistata oggi dal Fatto (solo un caso? Io no kreto), esprime tutta la sua soddisfazione per dati che, a suo giudizio, dimostrerebbero l’efficacia delle misure-bandiera grilline, nientemeno:

Il lavoro cresce? Merito delle politiche che abbiamo attivato in favore dell’occupazione stabile. E i 72 mila inattivi in meno sono il segnale che il Reddito di cittadinanza sta funzionando.

E qui ci starebbe bene il solito Renato Pozzetto d’annata. Le politiche del lavoro pentastellate sono alla base di questa clamorosa svolta del mercato del lavoro, signore e signori. La ministra riesce a farci star dentro di tutto, dal cosiddetto decreto dignità sino al reddito di cittadinanza. C’è grosso boom.

Allora, andiamo con ordine e soprattutto con molta pazienza. Crescita dell’occupazione. Gentile ministra Catalfo, la logica ha ancora diritto di cittadinanza, persino in questo paese uscito da una sceneggiatura di David Lynch.

Se un lavoratore passa da un contratto a tempo determinato ad uno a tempo indeterminato, di quanto aumenta l’occupazione totale? Coraggio, non è difficile. La aiuto io: di zero. Quindi, piantiamola di dire che “l’occupazione cresce per merito delle politiche che abbiamo attivato sull’occupazione stabile”.

Guardiamo da altro angolo visuale: il tasso di occupazione. Ieri grande tripudio per il nuovo massimo dal 1977, anno di nascita di questa serie storica. Siamo a 59,4%. Che non è comunque qualcosa di cui scrivere a casa, visti gli impietosi confronti con pressoché tutti gli altri paesi europei, ma facciamocelo bastare.

Facciamocelo bastare ma guardiamo il dato al controluce della dinamica demografica. Il tasso di occupazione è il quoziente tra il numero di occupati (al numeratore) e la somma di occupati, disoccupati ed inattivi (al denominatore). Prendiamo questo secondo dato a distanza di un anno, novembre 2019 su novembre 2018.

Quello che emerge, inequivocabile, è che il pool si sta restringendo. A novembre 2018 la somma di occupati, disoccupati ed inattivi era pari a 39,187 milioni di persone. Un anno dopo, era sceso a 39,076 milioni. Mancano 111 mila anime. E quindi?, direte voi.

Quindi, quando il denominatore si riduce, il quoziente aumenta. Quindi, con una popolazione di riferimento in calo, basta che il totale degli occupati resti stabile o diminuisca meno ed ecco che, magicamente, il tasso di occupazione si innalza. Ganzo, vero?

Andiamo avanti. Il totale degli occupati, in un anno, è aumentato di 285 mila unità. Fa una crescita di circa l’1 per cento. Sapete di quanto è aumentato, nell’ultimo anno, il Pil nominale italiano? Al netto di errori statistici e del relativo rumore, di poco più dell’1%.

Avere uno stock di occupati che cresce in linea col Pil nominale (e viceversa) non è cosa inverosimile. Anzi, è proprio quello che accade in un paese a crescita stagnante della produttività. E questo è solo un calcolo back of the envelope, ovviamente. Anche qui entra la demografia, poi, per effetto del trattenimento al lavoro di un numero crescente di persone (Quota 100 non ha sinora inciso su questa tendenza di fondo) e per ingresso nelle forze lavoro delle nuove generazioni. Il risultato è l’aumento del numero di occupati rispetto al totale della popolazione.

Quindi, di che stiamo parlando, esattamente? Del nulla. Il decreto dignità non aumenta l’occupazione netta e la demografia tende ad aumentare il tasso di occupazione.

Veniamo all’altra affermazione della Catalfo, quella secondo cui il calo degli inattivi sarebbe imputabile alle misure contenute nel reddito di cittadinanza. Niente meno. Immagino che il ragionamento (chiamiamolo così) parta dalla premessa che il reddito di cittadinanza prevede che gli inattivi si iscrivano al collocamento, almeno quelli tra loro che sono idonei ad essere occupati. Quindi, meno inattivi e più disoccupati. Del resto, questa è la geniale teoria del presidente Inps, Pasquale Tridico, per far crescere l’output gap italiano e farci avere più deficit. Almeno, così lui crede.

Ebbene, andiamo a verificare cosa è accaduto ai disoccupati. In che periodo? Dovremmo capire da quando è iniziato il periodo di effettiva presa in carico dei beneficiari occupabili. Facciamo da aprile 2019? Aggiudicato.

Ebbene, ad aprile i disoccupati erano 2,621 milioni, e gli inattivi erano 13,181 milioni. A novembre, i disoccupati erano 2,535 milioni e gli inattivi 13,055 milioni. Quindi, con un complesso algoritmo, tra aprile e novembre abbiamo 86 mila disoccupati in meno, e 126 mila inattivi in meno.

Come dire che non si rinviene traccia di questo massivo travaso tra inattivi e disoccupati (iscritti al collocamento) che il reddito di cittadinanza postula. Non solo questo, ma il calo degli inattivi neppure riesce a produrre un aumento in valore assoluto dei disoccupati, che invece calano a loro volta!

Si è convinta, ministra Catalfo? Per il futuro promette di analizzare i numeri prima di lanciare proclami privi di senso? No, vero? Non mi illudevo, infatti.

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