Le scatole magiche e quella strana definizione di liquidità

Una piccola non-analisi di un non-post di non-consigli in materia di non-educazione finanziaria

Nuovo capitolo della saga dell’educazione finanziaria fatta dagli intermediari finanziari, che sono in lieve conflitto d’interessi ma colmano il vuoto dei programmi scolastici e formativi nel paese degli sbancati e raggirati. Oggi parliamo dell’iniziativa complementare della banca che minaccia di trattare come protestati i clienti che restano troppo liquidi sul conto corrente e che quindi finiscono disfattisticamente a sabotare la rinascita italiana.

Capita infatti che Fineco, in modo molto coerente con la missione strategica di spingere i risparmiatori –con le buone o con le cattive– su prodotti di risparmio, meglio se gestito, abbia creato un pregevole blog di presunta educazione finanziaria.

In particolare c’è un post che colpisce, perché pare rispondere in modo puntuale alle obiezioni di chi, a causa di elevata incertezza personale o perché prossimo a un importante acquisto, decide di tenere parcheggiata la liquidità sul conto corrente.

State liquidi ma non come pensate

Il titolo è del tutto programmatico: “Progetti in vista? Chi ha detto che non puoi investire…, con singolare chiusura con puntini di sospensione. Forse il titolista copywriter ha pensato che due punti interrogativi in un titolo trasmettessero dubbio anziché certezza, chissà. Anche l’incipit è molto lineare e comprensibile:

La liquidità non rappresenta solamente una scelta, non proprio efficiente, di allocazione dei risparmi. Spesso diventa una necessità per tutti coloro che per situazioni particolari – legate per esempio alla professione o alla situazione familiare – hanno effettivamente un’esigenza di liquidità maggiore rispetto alla media. Questo però non significa dover rinunciare a investire i propri risparmi. Esistono infatti strumenti chiamati “liquidi”, ossia facilmente convertibili in moneta in breve tempo e con un rischio minimo di perdita di valore

Segue pregevole descrizione, che contempera il rigore metodologico con la semplicità espositiva, di cosa è “liquidità” e come utilizzarla nell’ambito di una efficace ed efficiente asset allocation, perché “aiuta a diversificare i rischi di portafoglio e costituisce un ‘parcheggio’ remunerativo per i risparmi che può essere smobilizzato in qualsiasi momento”.

Quante liquidità esistono?

E qui il lettore esclama: ecco, vedi che anche gli esperti dicono che la liquidità va bene? Quindi posso continuare a tenerla sul conto? Ehm, no. Perché la liquidità sul conto è un costo per la banca mentre quella “investita” diventa un “parcheggio remunerativo”. Aspetta, direte voi: quindi ci sono due tipi di liquidità, una buona e una cattiva, una devastata dall’inflazione e una remunerativa? Pare proprio di sì, a leggere questo post.

Poche righe, e l’arcano è svelato. La liquidità pubblicizzata non è quella sui conti correnti ma quella di strumenti di investimento “caratterizzati da basso rapporto rischio/rendimento”,

[…] ottimi per chi ha bisogno di liquidità immediata o ne avrà bisogno nel breve periodo, ad esempio per mandare avanti la propria azienda o comprare casa per sé o per i propri figli.

E qui, il nostro risparmiatore sarà ancora più confuso: ma tutte queste cose, non si possono fare con la liquidità sul conto corrente? No, amico mio, perché quella liquidità le banche non la vogliono, perché a loro costa, visti i tassi negativi. Ma soprattutto non rende commissioni di gestione.

La scatola magica

Che fare quindi? Ecco il suggerimento: i fondi di liquidità, per gli amici fondi monetari:

Un fondo comune monetario è uno strumento di investimento non speculativo, il quale permette ai risparmiatori di parcheggiare la propria liquidità in eccesso, prevedendo un basso livello di rischio e quindi un’elevata protezione dei risparmi. I fondi monetari rappresentano, infatti, una tipologia di investimento poco rischiosa e con un orizzonte temporale di breve periodo; inoltre, soddisfano le esigenze di liquidità programmabili e prevedibili dei risparmiatori che necessitano di flussi di cassa ricorrenti.

Gli strumenti su cui si concentrano solitamente sono le obbligazioni a breve termine. Viviamo in un contesto di tassi di interesse molto bassi, quindi i rendimenti saranno in ogni caso contenuti nel breve periodo, anche se tendenzialmente maggiori rispetto a quelli inesistenti dei conti correnti e sempre utili a combattere l’inflazione.

Eh, la lotta all’inflazione, signora mia. Dunque, vediamo: i rendimenti sono molto bassi, anzi negativi, eppure i fondi monetari riescono a produrne di “tendenzialmente maggiori rispetto a quelli inesistenti dei conti correnti”.

Io confesso che non ho un dottorato in logica ma mi vien fatto di pensare che, se un fondo monetario è una collezione di strumenti di investimento a breve termine, e se questi ultimi hanno rendimento negativo, non si vede per quale motivo i primi debbano rendere più dei secondi, per il solo fatto di essere impacchettati in un luccicante involucro di marketing.

Quanto rende il breve termine?

Provate a guardare quanto rende un titolo di Stato a breve scadenza dell’Eurozona. Non solo tedeschi, francesi e olandesi ma anche italiani e spagnoli. Per scadenze a tre anni, che sono ciò che il senso comune definirebbe “breve periodo”, non senza qualche forzatura, andiamo da -0,5% a -0,3%. Ohibò, e quindi, come farà il nostro magico fondo monetario a fare meglio della liquidità sul conto?

Vediamo: forse mettendo in portafoglio non solo titoli di Stato ma anche obbligazioni societarie? Uhm, no. Anche quest’ultime, almeno limitandosi a quelle con “minore” rischio di credito, cioè investment grade, hanno rendimenti nulli o negativi, oltre al rischio emittente, che non è mai nullo.

Il mistero si infittisce. Forse questi fondi hanno in pancia anche obbligazioni ad alto rendimento, tipo corporate high yield, i cosiddetti bond spazzatura? Oppure debito in valuta forte ma di paesi emergenti, che di solito hanno un basso merito di credito?

Se così fosse, direi che non potremmo parlare di rischio basso. Semmai, il contrario. Per tacere del fatto che, in senso proprio, un prodotto monetario dovrebbe essere qualcosa che investe senza rischio di tasso, quindi diremmo con durata residua non superiore all’anno.

La polverina magica non è gratis

C’è quindi una polverina magica, in questi prodotti, che li rende remunerativi, cioè idonei a combattere la lotta senza quartiere contro l’inflazione e “sicuri”. Ah, dimenticavo: l'”involucro” in cui si trovano questi magici strumenti finanziari, cioè il fondo, pare abbia dei costi di struttura. Cose del tipo stipendio dei gestori, degli addetti al back office, al risk management, che sono gli angeli che vi fanno dormire tranquilli la notte, almeno sin quando non accadono guai sui mercati.

Ci sono poi costi per remunerare la rete di vendita e i collocatori, costi di marketing e promozione, ad esempio convention in luoghi ameni per venditori e -a volte- giornalisti economici, che possono in tal modo apprendere gli arcana mundi di queste strutture benefattrici dell’umanità, e informare i propri lettori delle irripetibili occasioni che essi offrono, a volte anche grazie alle preziose analisi di lecturer di estrazione accademica. E così via.

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Possibile che questi luccicanti incarti siano privi di costo? Siamo di fronte a onlus? Beh, no, i costi ci sono eccome. E vanno a ridurre il magico rendimento positivo dei titoli in essi contenuti. Del resto, c’è dentro la polverina magica ma non è un pasto gratis.

E di cash un pizzichin

Ma veniamo alla domanda chiave: quanta liquidità tenere, in queste magiche scatole? La risposta

[…] dipende in gran parte dalle spese mensili stimate e da altri fattori personali che bisognerebbe discutere con il proprio consulente finanziario. Diverso il discorso per gli imprenditori e i liberi professionisti italiani che hanno bisogno di contante pronto all’occorrenza per far fronte ai costi che un’impresa, anche piccola, deve sostenere. Anche in questo caso, però, sarebbe meglio detenere in “cash” lo stretto necessario e riservare il resto agli strumenti liquidi del mercato che, se serve, possono essere facilmente convertiti in denaro contante.

Okay, tutto chiaro. Niente cash ma liquidità. Incredibile dictu, i due termini non sono sinonimi. E c’è anche il consiglio per gli imprenditori, che di solito detengono saldi liquidi strutturalmente più elevati. Usate i fondi monetari, signore e signori.

E il fisco?

Ho più volte riletto il post ma non ho trovato traccia di una voce di costo piuttosto rilevante, che purtroppo grava su queste scatole magiche: l’imposta di bollo. Cioè la patrimoniale sulle attività finanziarie, pari al 2 per mille annuo del valore di mercato del dossier titoli e fondi. Su centomila euro, con un complesso algoritmo, sono 200 euro annui. Di certo l’estensore del post si sarà scordato di mettere sul piatto questo prelievo. Per chi fosse interessato, la stessa giacenza su conto corrente costa 34,20 euro annui a persona fisica e 100 euro a impresa.

Che dire? Forse i fondi monetari, pur investendo in strumenti di breve termine, sono in grado di sbarazzarsi di quest’onere, perché riescono a produrre rendimenti comunque positivi. O no? Come facciano, investendo in titoli a breve scadenza che hanno tutti rendimento a scadenza negativo, non è dato sapere. Però voi parcheggiate pure la vostra liquidità in tali strumenti, fidatevi.

Oh, naturalmente c’è sempre la soluzione migliore: quella di investire in strumenti a maggior rischio e ritorno atteso, tipicamente quelli del mercato azionario. Un vero peccato che tali investimenti siano inidonei a chi ha esigenze di liquidità perché ha un orizzonte temporale limitato ma notoriamente non viviamo nel migliore dei mondi possibili.

Non-consigli per i non-acquisti

Piccola nota a margine: mi accorgo solo ora che il testo di questo post è stato redatto da AdviseOnly, benemerita organizzazione che da molto tempo si occupa di fare anche educazione finanziaria. Diciamo che, forse, qui il tradizionale rigore analitico si è un po’ allentato, o forse c’erano esigenze di sintesi che hanno portato a una certa semplificazione. e a non appesantire inutilmente la narrazione con dettagli minori come quello fiscale, chissà.

Ma dopo tutto, come ci ricorda anche il piccolo ma prezioso disclaimer in calce al post, si tratta di una “comunicazione di marketing”, non di una offerta al pubblico o di “consigli” in materia finanziaria, economica, giuridica, fiscale o di altra natura. Né il committente, cioè Fineco, deve essere considerato in alcun caso responsabile “in merito alla correttezza, completezza e veridicità delle informazioni fornite”. Anche perché “il presente messaggio non rappresenta in alcun modo una ricerca in materia di investimenti, un servizio di consulenza in materia di investimenti né attività di offerta al pubblico di strumenti finanziari”.

Quindi, non sono consigli, non sono analisi, non sono offerte, chi lo ha commissionato niente sapeva. Un non-post di non-consigli in merito alla non-educazione finanziaria, non richiesto da un non-committente, in pratica. E comunque, ribadiamolo: la non-liquidità va tenuta sul non-conto. E così (non) spero di voi.

Foto di rony michaud da Pixabay

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