Serve più gas, ma attenzione alle illusioni

Sul Sole del 15 febbraio un articolo di Jacopo Giliberto (purtroppo danneggiato dalla titolazione nazional-panglossiana) aiuta a mettere nella giusta prospettiva, soprattutto temporale, uno dei tanti proiettili d’argento (e pure liofilizzati) che tanto piacciono alla politica, non solo di casa nostra. I tempi per aumentare l’estrazione di gas naturale da giacimenti domestici non sono brevi, e gli ostacoli sono mediamente alti. Non è una sorpresa ma serve per aiutare a prendere coscienza che le soluzioni istantanee non esistono e che la crisi energetica non troverà risposte indolori in tempi brevi. Come del resto mai è accaduto.

Obiettivo è il raddoppio della produzione nazionale, da 3,34 a 7 miliardi di metri cubi. Per contestualizzare di cosa parliamo: il fabbisogno nazionale di gas nel 2021 è stato di 76,1 miliardi di metri cubi. Parliamo quindi di un obiettivo di produzione autoctona aggiuntiva pari a circa il 4% del fabbisogno dello scorso anno. Non risolutivo ma nulla lo è, preso singolarmente.

Fabbisogno e importazione

L’Italia nel 2021 ha importato dalla Russia 28,4 miliardi di metri cubi di gas. Poi c’è il gas azero, veicolato dalla Trans Adriatic Pipeline (TAP), per 10 miliardi di metri cubi che si vorrebbe raddoppiare. Tenendo presente che l’Azerbaijan è satellite russo, ma nella vita non si può avere tutto. Poi c’è la pipeline Transmed, dall’Algeria alla Sicilia: capacità di 30 miliardi di metri cubi annui e utilizzato nel 2021 per 21 miliardi di metri cubi.

Il governo italiano medita di affidare le gare al Gestore dei servizi energetici (Gse), assegnando i mandati alle imprese che hanno giacimenti da potenziare. Il punto è che tale eventuale produzione aggiuntiva, da destinare a famiglie e imprese, soprattutto le energivore, andrebbe comunque sussidiata dal bilancio pubblico, esattamente come per il gas importato oggi.

Tempi lunghi per autorizzazioni

Oltre all’onere del sussidio, ci sono aspetti tecnici e autorizzativi. Scrive Giliberto:

Per avere al più presto quei 3-4 miliardi in più a prezzo contenuto servono due cose. Primo: accelerare il rilascio dei permessi e delle autorizzazioni, che sono di tipologie diverse fra loro. I più veloci, non meno di 10 mesi. I più complessi, almeno 3 anni. Poi bisogna investire. Dopo anni di moratoria che paralizza ogni investimento, sono giacimenti ormai stanchi, dotati di apparecchiature usurate, con riserve spompate.

Per aumentare la produzione vanno cambiati impianti e soprattutto vanno perforati nuovi pozzi per strizzar fuori dal sottosuolo il gas ancora da sfruttare. Ma un gran numero sono giacimenti congelati perché erano stati fermati per legge, come i giacimenti emiliani surgelati da dieci anni per il terremoto del 2012.

In particolare, il regime di autorizzazioni si prospetta (anzi, è), molto macchinoso e di non breve durata. Anche per questo motivo si potrebbe ipotizzare la creazione di una sorta di commissario straordinario alle autorizzazioni, uno “zar del gas nazionale”, diciamo così. E qui immaginiamo il frastuono e le proteste, da più parti.

Il PiTESAI e il cugino britannico

I giacimenti da raddoppiare dovrebbero essere posti fuori dal PiTESAI, il “piano della transizione energetica sostenibile in aree idonee”, presentato nei giorni scorsi dal ministero della Transizione ecologica retto da Roberto Cingolani, che si propone di “identificare le aree in cui è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale”.

I più intuitivi tra voi avranno notato il sostanziale parallelismo tra questo piano italiano e quello britannico relativo all’efficiente sfruttamento economico del gas del Mare del Nord. Non si inventa nulla, infatti. I governi sono giunti alla conclusione che, nelle more della transizione, serve e servirà ancora e comunque produzione fossile. Forse più del previsto.

Quali sono i punti rilevanti di questo discorso? In primo luogo, come detto, che esiste un arco temporale non breve, e talvolta decisamente esteso, tra la brillante soluzione teorica del problema e il nuovo stato del mondo. Poi, che un progetto del genere (più gas domestico), non serve a ridurre i prezzi “per sé” ma solo grazie a intervento delle casse pubbliche. In modo tale da non danneggiare le aziende energetiche produttrici, inclusi i campioni nazionali che sono player globali.

Sempre soldi pubblici servono

Anche per quello mi viene da sorridere ogni volta che leggo dichiarazioni del tipo “aumentiamo la produzione nazionale per calmierare i prezzi, presto!”. No: se un singolo paese decide di mettersi a esplorare e/o dar fondo alle proprie riserve accertate, quel paese resta price taker sui mercati globali, non certo price maker. Se molti paesi si mettessero a estrarre furiosamente, l’impatto sul prezzo dipenderebbe comunque dall’aumento di offerta potenziale globale.

È per questo motivo che, spesso, gli ambientalisti da orto di casa trovano più conveniente che i governi importino il gas anziché aumentare la produzione domestica. L’ipocrisia regna sovrana ma la forma e la propaganda sono salve. Di certo, sarebbe assai poco estetico scatenare le trivelle nel mezzo di questa meravigliosa nuova era delle rinnovabili che stiamo vivendo, no?

Certo, la produzione domestica avrebbe il pregio di ridurre (meglio, limare) il rischio geopolitico delle importazioni. Ribadendo ad nauseam che i prezzi di mercato sono decisi a livello globale, e quindi ogni calmiere deve scegliere se usare soldi pubblici su gas e petrolio importati oppure prodotti in casa.

Dalla bozza al dipinto

Un arco temporale variabile tra dieci mesi e tre anni che intercorre tra la decisione di procedere alle esplorazioni ed estrazioni e quello di impatto effettivo sulla produzione è la sveglia più sgradevolmente stentorea alle soluzioni “a interruttore” che la politica elabora, si fa per dire.

Se per il gas i tempi e i modi sono questi, immaginatevi per il nucleare. Tra la decisione di disegnare il futuro e il dipinto finito intercorrono numerosi cambiamenti esterni che spesso rendono quella pianificazione inutile e scatenano le abituali polemiche. “Ma perché abbiamo fatto tutto questo se la situazione è cambiata drasticamente nel frattempo?” è la domanda più ricorrente nella polemica politica.

Ma quindi non c’è alternativa, come al solito nei tuoi scritti?”, sento già molti di voi lamentarsi. Non esattamente. Intanto, separare i piani temporali per sfrondarli dalla propaganda. Nel breve termine, uno shock energetico distrugge domanda e tende a riequilibrare, sia pure in modo doloroso. A meno di non commettere errori strada facendo, del tipo sussidiare a deficit ogni aumento di prezzo dell’energia e ritrovarsi con una bella stagflazione, di quelle che per eradicare occorre sangue, sudore e molte lacrime.

Poi, per il lungo periodo, lavorare su scenari ordinari (baseline) e di stress ma essendo consapevoli che questa dimensione temporale resta olimpicamente esterna alle esagitazioni della politica. Soprattutto in questa era populista dove si vuole tutto e subito, e “le soluzioni sono tutte su internet, basta googlare”. Il dato di realtà è che i combustibili fossili resteranno con noi ancora per molto tempo, come ponte verso il prossimo stato del mondo. Facciamo attenzione a non far crollare questo ponte, quindi.

Photo by Sumitomo Corp.

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