Come l’Europa fertilizza la crisi energetica

Viviamo in un periodo in cui le vulnerabilità economiche e geostrategiche si moltiplicano, soprattutto per chi vive nel Vecchio continente. Qualcosa che può spiegare non solo le ritrosie dell’Unione europea a farsi arruolare da Joe Biden contro la Russia ma anche aiutare Bruxelles e le capitali europee a modificare il proprio approccio alla concorrenza globale.

L’ultimo esempio lo si può leggere in un editoriale di John Dizard sul Financial Times. Riguarda il settore dei fertilizzanti, che sta vivendo un momento molto difficile a causa della esplosione di costo del gas naturale, che incide per circa l’80% su quello dei fertilizzanti azotati europei.

Costi record per i fertilizzanti

A dicembre, su base annua, gli agricoltori della Ue hanno visto un aumento del prezzo del gas naturale del 549%, e del 263% per i fertilizzanti azotati. Ciò ha comprensibilmente ridotto l’uso di quest’ultimi, suscitando timori di un calo nelle rese dei raccolti. Di conseguenza, i produttori di fertilizzanti si sono ritrovati con un accumulo di scorte, malgrado abbiano a loro volta ridotto la produzione.

La Ue potrebbe in parte compensare la minore resa importando grani dall’estero. Il primo paese che viene in mente è la Russia, che negli ultimi anni è divenuta uno dei maggiori esportatori al mondo, assieme all’Ucraina, lasciandosi alle spalle le inefficienze dell’era sovietica.

C’è tuttavia un problema: la Russia sta cercando di calmierare i prezzi dei grani per piegare l’inflazione domestica, che sin qui si è mostrata resistente alla stretta monetaria piuttosto aggressiva esercitata dalla banca centrale russa. Motivo per cui Mosca ha tagliato l’export di grano e mais, dirottandolo sul mercato domestico.

Decisamente non una buona notizia per gli europei, che già hanno visto aumentare i prezzi di grano e cereali tra il 40 e il 60%. Ma torniamo ai fertilizzanti. Pochi giorni addietro la società EuroChem Group, che ha management e gruppo di controllo russi, ha presentato un’offerta per acquistare il business dei fertilizzanti azotati di Borealis, controllata dagli austriaci di OMV.

Acquisizioni problematiche

Se l’acquisizione andasse in porto, i russi conquisterebbero la seconda posizione per quota di mercato nei fertilizzanti azotati in Europa, dietro i norvegesi di Yara. La quale ha dovuto ridurre la produzione a causa degli elevati costi del gas. Al mosaico mancano altre due tessere. La prima: i produttori europei sono vieppiù dipendenti da acquisti di gas, che alle aziende russe costa molto meno.

La seconda: la Russia ha appena avviato (dal primo febbraio) un blocco di due mesi all’export di fertilizzanti, per frenare i prezzi domestici. Se a questo si aggiunge che i produttori russi hanno prezzi di vantaggio sulle forniture di gas, il cerchio si chiude e si comprende la portata del danno per gli europei, inclusa la possibilità di offrire ad aziende russe produttrici di fertilizzanti un vantaggio di costo da spendere facendo acquisizioni in Ue.

Che fare, quindi? Lo shopping di EuroChem sarà scrutinato a Bruxelles dalla direzione generale concorrenza, guidata da Margrethe Vestager. Ma un eventuale stop all’acquisizione non cambia la situazione sul terreno, e cioè la dipendenza europea dal gas, segnatamente quello russo, e più in generale la sicurezza degli approvvigionamenti critici.

Senza gas, e non solo

Alcuni sostengono che il problema europeo sia accentuato dalla indisponibilità a spingere nuove esplorazioni, di fatto rendendo il continente dipendente dalla Russia e dalle navi di LNG americane e del Qatar. Forse è una spiegazione un po’ troppo semplice ma ha un fondo di verità.

Si tratta della riproposizione dello schema già visto per il Regno Unito col suo gas del Mare del Nord: affidarsi alle importazioni crea criticità geopolitiche molto elevate, a vari livelli. All’Europa, intesa come Ue, serve una integrazione di filiere strategiche e maggior diversificazione sulle fonti energetiche. Il secondo punto è problematico, nel momento in cui si è deciso di iniziare a disinvestire nella ricerca di fonti fossili.

L’integrazione di filiera rischia di scontrarsi con la necessità di creare campioni nazionali, che sarebbero necessariamente guidati da aziende di singoli paesi. Un campione di filiera con vertice tedesco o francese chi andrebbe a privilegiare nella distribuzione geografica di investimenti e occupazione? Quali paesi sarebbero più esposti al ruolo di vaso di coccio in quello che rischierebbe di essere il “modello Stellantis” applicato a più filiere?

È inoltre possibile ipotizzare sussidi comuni europei per proteggere le aziende di singoli paesi dalla concorrenza di produttori extra-Ue dotati di vantaggi competitivi come quello energetico per la Russia? Se sì, quanto costerebbe e chi ne porterebbe l’onere, per salvare aziende nazionali che potrebbero essere sacrificate sull’altare della concentrazione e creazione di un campione europeo di filiera?

Come si nota, molte domande e ben poche risposte. Unica certezza, lo shock energetico che stiamo vivendo rappresenta una enorme vulnerabilità economica ma soprattutto politica per la Ue ma anche per i paesi europei extra Ue, come il Regno Unito post Brexit. Entro il blocco Ue, a pagare i maggiori costi rischiano di essere i paesi politicamente più deboli, leggasi dotati di una classe politica miope, provinciale, incapace di creare sistemi ma sempre pronta a sciacquarsi la bocca con la parola “patriottismo”. Che oltre, che delle canaglie, diverrà l’ultimo rifugio degli stupidi. Superfluo suggerire un nome per quel paese.

  • Aggiornamento del 10 marzo: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, OMV declina l’offerta di EuroChem.

Foto di Kurt Bouda da Pixabay

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