Tiro al bottino tra Mosca e Occidente

Prosegue il braccio di ferro tra Russia e paesi che la stanno sanzionando per l’invasione dell’Ucraina. Obiettivo occidentale è quello di strappare quante più riserve valutarie possibili a Mosca, che a sua volta punta a ricostituirle presso la propria banca centrale. Da questa strategia discendono le tattiche dei due schieramenti. Gli strumenti sono i conti in rubli per pagare le forniture energetiche e il servizio del debito in valute forti occidentali da parte della Russia.

La vicenda del pagamento in rubli si riassume in questi termini: Mosca vuole che i compratori occidentali aprano un conto in rubli presso la banca russa agente per conto dei venditori di energia. Gli occidentali (o meglio gli europei, vaso di coccio della vicenda), vorrebbero limitarsi ad accreditare i loro conti in dollari ed euro presso la banca russa, ritenendo che questa azione da sola basti a considerare onorati i contratti di fornitura, come del resto stabilito da sempre. Alla conversione in rubli provvederebbe poi la Gazprombank di turno.

Un punto cieco nel contratto

Mosca vuole invece che i compratori autorizzino la banca agente russa (Gazprombank) a girare dollari ed euro alla banca centrale russa per ottenere rubli, da accreditare al venditore (Gazprom). Solo in quel momento il contratto si riterrebbe onorato. Quale sarebbe il problema? Il fatto che il compratore di energia, nel periodo di tempo che va dal versamento sul conto dollari/euro a quello in rubli, si troverebbe in un “punto cieco”, in cui può accadere di tutto.

Ad esempio? Che la banca centrale russa potrebbe “tardare” ad accreditare i rubli derivanti da conversione, e quindi il venditore potrebbe bloccare la fornitura. Oppure, che il Cremlino un bel mattino potrebbe emettere un decreto che applica un sovrapprezzo alle forniture a paesi “ostili”, e tale sovrapprezzo costringerebbe i compratori ad integrare il conto dollari/euro in attesa di essere convertiti in rubli. E quant’altro.

In soldoni, col perfezionamento del contratto di fornitura solo nel momento in cui i rubli vengono pagati al venditore, le riserve valutarie occidentali sono minacciate di “prelievo” aggiuntivo, e la certezza del contratto va a farsi benedire. Ovviamente, l’indicazione della governatrice della banca centrale russa, Elvira Nabiullina, che ha ridotto da un massimo di cinque a due giorni lavorativi l’intervallo temporale per la conversione in rubli non vale la carta su cui è scritta, dati i tempi.

Perché Mosca dovrebbe agire così? Per riprendersi le riserve valutarie congelate nelle banche centrali e commerciali occidentali, in primo luogo. Rispondendo in pari misura ai tentativi occidentali di catturare le sue riserve valutarie.

Dollari da Mosca

Riguardo quest’ultimo aspetto, da qualche giorno c’è una novità potenzialmente rilevante. A inizio aprile, la Russia aveva pagato in rubli il rimborso di un bond e gli interessi di un altro, entrambi denominati in dollari e privi di clausola di fallback che consente di usare la valuta russa in luogo di quella di originaria denominazione del prestito. Di fatto, un default, che va sanato entro il cosiddetto periodo di grazia, che per questi due bond è di trenta giorni, cioè entro il 4 maggio.

Il Tesoro americano, attraverso l’Office of Foreign Asset Control (Ofac), ha inasprito la sua posizione. Se prima era considerato ammissibile che Mosca servisse il suo debito estero usando conti in dollari congelati presso banche americane, questa possibilità è stata poi esclusa. La valuta per servire il debito estero russo deve provenire dalle riserve di Mosca che sono presso la banca centrale russa. Cioè quelle sfuggite ai sequestri occidentali. In tal modo, per evitare, il default, la Russia dovrà sputar fuori le riserve in dollari ed euro sui cui ha ancora controllo, oppure -ad esempio- autorizzare la conversione di quelle in renminbi.

Ebbene, improvvisamente Mosca ha deciso di “obbedire”, almeno in apparenza, bonificando dollari dalle proprie riserve domestiche a Citigroup che è la banca agente di quei due prestiti. Vedremo se quella trasmissione di fondi arriverà ai creditori in tempo per la deadline di domani ma questa condotta di Mosca suscita perplessità, per la sua apparente irrazionalità. Perché mai i russi improvvisamente sono disposti a privarsi delle riserve in valuta occidentale che sono sfuggite ai sequestri?

Dopo tutto, se il default venisse dichiarato, i creditori potrebbero rivalersi sulle riserve russe sequestrate in occidente, che Mosca forse farebbe bene a dare per perse perché la loro destinazione, sia pure dopo complesse procedure legali, sembra essere la confisca e l’uso a fini di risarcimento dei danni di guerra all’Ucraina. Questa parte dell’attuale guerra delle riserve (mi) è ancora oscura, ma credo di essere in ottima e qualificata compagnia.

Chiudere i rubinetti e perdere valuta?

A questo punto, visto che stiamo descrivendo un braccio di ferro o meglio un tiro alla fune sulle riserve valutarie, che sono il bottino, resta da capire quanto credibile è la minaccia russa di sospendere le forniture ai paesi europei che non accettassero il giroconto in rubli. Polonia e Bulgaria hanno respinto la richiesta e si sono viste tagliare il gas.

Tuttavia, si tratta di due paesi dai consumi quantitativamente non decisivi per l’equilibrio di mercato, e che erano già attesi chiudere i rapporti con Gazprom entro fine anno. La mossa di Putin serve in teoria ad aumentare il premio al rischio sui prezzi del gas e tentare di spaccare il campo europeo.

Chiediamoci tuttavia se Mosca è in grado di andare fino in fondo, e cioè chiudere entro giorni il rubinetto a Italia e Germania, i grandi consumatori. Così facendo, chiuderebbe anche il flusso valutario verso di sé, autosanzionandosi. Da quel momento, partirebbe il conto alla rovescia per capire chi resiste di più alle sanzioni tra i russi e gli europei, e i bookmaker potrebbero puntare sui primi.

Anche così, non si capisce perché la Russia abbia deciso di cedere al “ricatto” del Tesoro americano e letteralmente sputare le proprie riserve di valuta forte sfuggite al sequestro. Quanto al gas, in Europa le aziende acquirenti e i loro governi insistono a chiedere alla Commissione Ue una “interpretazione autentica” di ciò che è legalmente ammissibile fare. Ufficialmente perché non si vuole violare le sanzioni. Ma voi ce la vedete una situazione in cui la Commissione (e magari gli americani) sanzionano aziende europee che cercano di portare a casa gas per riempire gli stoccaggi?

Comprare gas e tempo

Mi pare emblematica l’intervista del ministro italiano delle infrastrutture e transizione ecologica, Roberto Cingolani, a Politico:

Credo che al momento la comprensione non sia completa dal punto di vista delle questioni e implicazioni legali. Penso che sarebbe buono consentire, almeno per alcuni mesi, alle aziende di pagare in rubli mentre comprendiamo le implicazioni e il quadro legale.

Forse realizzando di essere stato troppo trasparente naïf, Cingolani ha poi smentito il senso dell’intervista, senza troppa convinzione. La mia traduzione di questo passaggio è semplice: “per favore, lasciateci proseguire a comprare, anche pagando rubli: dobbiamo riempire gli stoccaggi e abbiamo appena iniziato”. Tutto lì.

Siamo quindi in una complessa partita, fatta di bluff e vulnerabilità di ambo le parti. La capacità di resistere, nel continente che è preso per il collo dalla propria estrema debolezza energetica, sarà decisiva. Nel frattempo, forse gli americani farebbero meglio a far decadere l’obiettivo di vietare dal prossimo 25 maggio ogni pagamento in valuta da parte di debitori russi e proseguire sulla strada di accettare solo le riserve che arrivano da Mosca.

Dopo di che, le riserve devono anche essere spese in giro per il mondo, e quello è tutt’altro discorso.

Continua, temo.

Foto di Vik M da Pixabay

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