Chi cederà prima, tra Putin e l’Europa

Dopo che Vladimir Putin ha fatto la prima mossa, riconoscendo i separatisti ucraini di Donetsk e Luhansk, in quella che ha tutta l’aria di essere la prima tessera di un domino che arriverà a Kiev, e dopo le prime blande sanzioni occidentali alla Russia, la domanda che ci si pone resta sempre quella: quanto può resistere l’Europa a restrizioni nell’approvvigionamento del gas da parte di Mosca? E quali realistiche prospettive ha l’Europa di diversificare le fonti nel breve termine?

La Germania ha deciso lo stop a Nord Stream 2, con una mossa scontata che tuttavia non può farci scordare che, in questo confronto, i tedeschi sono il ventre molle d’Europa. La storia rischia di essere assai poco gentile con Angela Merkel, a dirla tutta. Cioè con colei che ha di fatto presieduto all’accentuazione della dipendenza tedesca ed europea dal gas russo.

Scelte tedesche, danno europeo

La Ue importa il 40% del proprio gas dalla Russia. Nel 2014, quando la Russia si annesse la Crimea e la Ue promise solennemente che avrebbe spezzato la propria dipendenza energetica, quel dato era al 27%. La Germania oggi importa da Mosca il 55% del proprio gas.

La scorsa settimana la presidente della Commissione, Ursula von Der Leyen, ha detto che l’unione può reggere ad un taglio delle forniture. Sarà vero? Per quanto tempo? E taglio di che entità? Oggi sul Financial Times c’è la presa di posizione dell’ambasciatore azero presso la Ue.

L’Azerbaijan è stato inopinatamente visto come il salvatore o uno dei salvatori della Ue. Ammesso e non concesso che sia così, l’ambasciatore fa presente che, mentre il suo paese ha -per ora- la volontà di aumentare le forniture alla Ue, servirà comunque un anno per attingere alle riserve del Mar Caspio e interconnettere altri gasdotti, come quello del Turkmenistan, alla rete di fornitura all’Europa.

Vi ricorda qualcosa? Ad esempio, che tra due stati del mondo c’è in mezzo una transizione? E che (ad esempio), servirà tempo e non poco per aumentare la produzione italiana di gas?

Anche se il gas azero che giunge in Europa via TAP arrivasse a 30 miliardi di metri cubi, serve tenere presente che il continente importa da Mosca 150 miliardi di metri cubi annui. In sintesi, per dirla con l’ambasciatore azero, “non ci vediamo nel ruolo di salvatori d’Europa o degli eroi che copriranno tutto il fabbisogno del continente. Sarebbe ridicolo”. E su questo direi che possiamo concordare.

Improbabili salvatori

Nel frattempo anche il Qatar, il secondo salvatore d’Europa con le sue navi di gas naturale liquefatto, fa sapere che le cose non sono così semplici. “Nessun singolo paese” potrebbe sostituire le esportazioni russe in Europa. Questo lo facciamo presente a quelli che hanno già intonato la canzoncina “presto, un rigassificatore al tavolo 4!” e che già vedono impianti di rigassificazione ovunque, anche ai giardinetti.

Non solo: il gas qatariota che potrebbe essere dirottato verso l’Europa, si presume per effetto di prezzi così alti da rendere l’operazione appetibile per le forniture sul mercato spot, è non più del 10-15%. Il resto è bloccato in contratti di lungo termine, che sono quelli che non piacciono alla Commissione Ue (con astratta ragione), in quanto limitativi della concorrenza.

Non a caso la Direzione competizione di Margrethe Vestager pare abbia fatto cadere l’indagine contro la società energetica del Qatar per pratiche anti-competitive. Il realismo a volte morde anche i polpacci europei.

La Banca centrale europea ha realizzato una simulazione d’impatto di una riduzione delle forniture di gas del 10%, non compensato, che porterebbe a una riduzione del valore aggiunto lordo medio dell’area dello 0,7%. La simulazione non considera effetti di sostituzione, impatto sui prezzi ed equilibrio generale, basandosi su una struttura input-output. Pur nella sua limitatezza fornisce un’idea dello shock.

Chi cederà prima, quindi? La Russia o gli europei, incrinando il composito fronte occidentale? Ricordiamo che Mosca dispone di ampie riserve valutarie, con cui reggere un braccio di ferro. L’Europa sta uscendo da una pandemia e si trova in un robusto dilemma di politica monetaria, visto che la Bce deve decidere quando e come rimuovere gli stimoli pandemici senza schiantare per strada gli anelli deboli della catena. Uno, soprattutto. Che fare, con un ulteriore shock energetico?

Dopo il Donbas, Kiev?

Date queste premesse, che farà Putin? Per ora, è verosimile che punti a prendersi l’intero Donbas, e non solo le porzioni di territorio entro la “linea di sicurezza”. Ma questo non gli basterà, visto che ha già detto che ci sono armi ucraine puntate verso Mosca, anche non convenzionali (e non risulta essere vero). In caso estremo, l’Armata russa arriverebbe a Kiev cercando le armi di distruzione di massa e magari il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, potrebbe andare all’Onu e mostrare qualche “prova” con la stessa teatralità usata da Colin Powell ai tempi che furono riguardo l’Iraq. Mai sottovalutare la capacità dei russi di trollare.

Dopo di che, “messa in sicurezza” dell’Ucraina e insediamento di governo amico di Mosca. Il tutto sapendo che la NATO non entrerebbe in guerra su suolo ucraino. Ma forse Putin arriverà a questo esito senza mandare i suoi “peacekeeper” oltre il Donbas.

Come che sia, resta il punto di fondo: la devastante insicurezza energetica europea. Figlia di scelte nazionali che vanno oltre l’aspetto eclatante del doveroso imbarazzo che i tedeschi devono provare ogni volta che ascoltano o leggono le dichiarazioni di questo personaggio. Che comunque, in questi anni, ha evidentemente trovato ascoltatori attenti, in patria e fuori.

Poi, a voler esser cinici, qualcuno potrebbe aver pensato che l’Ucraina ormai è persa, che comunque era già uno stato fallito o giù di lì e che ci sarà modo e tempo per dare una lezione a Putin senza suicidarsi. Quel qualcuno potrebbe essere sempre in Germania, ma con molti sodali altrove nella Ue. Dopo tutto, passata ‘a nuttata, Nord Stream 2 potrebbe entrare in esercizio. E vissero tutti riscaldati e contenti.

kremlin.ru, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

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