Come (non) funziona la Fake Tax incrementale

C’è una proposta di cosiddetta flat tax che pare più lontana dai riflettori rispetto a quella “canonica”: parliamo della cosiddetta flat tax incrementale, proposta da Fratelli d’Italia ma in realtà riemersa dal passato, e dallo stesso schieramento. L’enunciato, come sempre, è semplice e lineare: ai redditi incrementali viene applicata una cedolare secca del 15%. Come sempre, il diavolo sta nei particolari.

Iniquità orizzontale

Di tale proposta si è già detto: ad esempio, che è una palese violazione del principio di equità orizzontale. Quello che afferma che, a parità di reddito, due soggetti dovrebbero avere la stessa pressione fiscale.

Quello che si tende a tacere, di tale flat tax incrementale, è il grado di cervellotica complessità che inserirebbe nel sistema fiscale, e il volume di correttivi che andrebbero normati per limitare le elusioni. Con buona pace di qualche personaggio che invoca tagli della “chilometrica” normazione, come fa da sempre tranne quando accede alle stanze dei bottoni, dove contribuisce ad allungare il red tape ma sempre per colpa della disarmonia che permea l’universo, sia chiaro.

Si fa presto a dire: cedolare secca del 15% sui redditi eccedenti quelli dello scorso anno. Così è troppo facile. Provate a farvi qualche domanda. Ad esempio: per sempre o a termine? Se per sempre, dopo un congruo numero di anni i redditi sarebbero assoggettati in larga misura al 15%: addio progressività, per tacere dei buchi di bilancio.

Quanto dura il beneficio?

Se a termine, quanto esteso? Un anno, due, cinque? A quale costo? I soliti noti diranno che “non c’è costo non c’è inganno, venghino!“, perché ci sarà una grande emersione di redditi. Il che indica che l’obiettivo principale non sono i dipendenti ma gli autonomi e il loro sommerso. Ma, a parte ciò, i margini di elusione e furbate sono amplissimi. E con essi l’aggravio normativo per illudersi di circoscriverli.

Pensate, ad esempio, ai comportamenti di riduzione del reddito prima dell’eventuale entrata in vigore della norma. Ne scrivono Roberto Perotti e Tito Boeri, con casistica esemplificativa acclusa:

Non è chiaro se un aumento di reddito oggi verrà tassato al 15 per cento per sempre, o solo quest’anno. Nel primo caso, mi conviene chiedere una riduzione (!) di stipendio della cifra massima che posso permettermi, e recuperarla l’anno venturo: da quel punto in poi quella parte del mio stipendio sarà sempre tassata al 15 per cento.

Addirittura, se ho abbastanza risparmi, mi conviene prendere un anno sabbatico in cui guadagno zero, e poi riprendere a lavorare: da quel momento sarò sempre tassato al 15 per cento su tutto il mio reddito, anche se guadagno milioni.

Casi estremi? Forse, ma gli esseri umani rispondono a incentivi. A quel punto, il nostro baldo legislatore dovrebbe mettere la toppa e non solo limitare gli aumenti di reddito da un anno al successivo ma anche “vietare” le riduzioni dell’anno precedente. In quel caso, va da sé, avremmo la normazione piena, cioè aumentata, e la moglie assetata, nel senso che si finirebbe a mettere un tetto agli aumenti di reddito assoggettabili al beneficio.

E poi ci sarebbe l’iniqua esplosione di aliquote fiscali ad personam, condizionate dall’eventuale aumento e misura del reddito tra gli anni. Parliamo di aliquote medie, ovviamente, nel senso di pressione fiscale che deriva dalla quantità di aumento di reddito, visto che la marginale con flat tax sarebbe al 15% degli incrementi. Pensate al caso del tapino che ha crescita (nominale) zero del reddito, e del fortunato o furbo che vede un incremento di entrate diciamo del 50%. Lo vedete, il dislivello di aliquota media a parità di marginale al 15%?

La detassazione della produttività aziendale

Eh, ma come fai le cose difficili!, dirà qualche mio lettore. Dopo tutto, non esiste già la tassazione agevolata degli incrementi di reddito da accordi aziendali di produttività? Certamente, ma è delimitata in modo molto stretto, ad esempio su un tetto monetario massimo di aumento, oggi pari a 3.000 euro, su cui è applicata la cedolare secca del 10%. E c’è anche un ulteriore vincolo: possono fruirne solo i dipendenti con reddito lordo annuo non eccedente gli 80 mila euro.

Ed è comunque -ribadiamolo- riferita al solo lavoro dipendente, mentre è palese che l’ideuzza della destra serva anche (soprattutto?) a far affiorare nero. Qui invece stiamo reinventando la ruota, e la facciamo quadrata.

Per farvela breve ma non troppo: una proposta demenziale di rara iniquità, irrealizzabile a meno di gonfiare la normazione, i vincoli e i controlli con tetti di vario tipo, in una giostra infernale di eccezioni. Vale la pena? Ovviamente no. Si tratta dell’ennesimo tentativo di vendere il Colosseo a gonzi che, con alta probabilità, se lo sarebbero comprato comunque.

Visto che stiamo parlando di tassazione dei redditi nominali, l’occasione mi è gradita per rilanciare la solita richiesta, a chiunque sia interessato: introdurre l’indicizzazione all’inflazione di scaglioni d’imposta, detrazioni e deduzioni. Per neutralizzare il drenaggio fiscale, cioè impedire che il sistema fiscale progressivo su redditi nominali gonfiati dall’inflazione si risolva in una rapina di stato. C’è qualche anima pia disposta a legiferare in tal senso?

(Nella foto: la bicicletta di Giorgia Meloni e del suo partito. Con le rotelline stabilizzatrici offerte dai “poteri forti” ma pur sempre dotata di grande carica innovativa)

Aggiornamento del 20 agosto 2022: il responsabile economia di Fratelli d’Italia precisa che la misura varrebbe su un reddito calcolato come media pluriennale ma per un anno, dopo di che l’incremento di reddito sarebbe tassato ad aliquota marginale. Prendiamo atto, la misura è dunque una costosa e inutile una tantum. Una toppa peggiore del buco, questa “interpretazione autentica”, come confermato dal passaggio:

[…] non sarebbe sensato un trascinamento del beneficio anche negli anni successivi, se non in relazione a eventuali ulteriori incrementi.

Incrementi che, per definizione, ci saranno. E quindi?

Joseolgon, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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