Il misterioso tetto dinamico al prezzo del gas

Giorni addietro, come saprete, il Consiglio europeo (l’assise dei capi di stato e governo della Ue), ha raggiunto un accordo per invitare i paesi membri e la Commissione a presentare con urgenza decisioni concrete (leggasi operative e non teoriche o di principio) per ridurre la domanda di energia, evitare razionamenti, garantirsi le forniture e abbassare i prezzi.

Come si nota da questa lista di obiettivi, temo che qui i tradeoff regnino sovrani. A monte di tutto, nella dichiarazione del Consiglio, ci sono alcuni vincoli. Ad esempio, la valutazione d’impatto sui contratti di lungo termine, che ovviamente non devono essere rimessi in discussione; e tenere in considerazione i differenti mix energetici e altre circostanze nazionali.

Ciò premesso, il vertice ha identificato degli obiettivi strategici, da tradurre in azioni. Vediamo quali sono. In primo luogo, il cosiddetto corridoio temporaneo di prezzo dinamico, tale da non mettere a rischio gli approvvigionamenti (facendo fuggire i fornitori, soprattutto quelli di gas naturale liquefatto), né stimolare domanda aggiuntiva. Ecco il primo trade-off, assai impegnativo.

il gas in corridoio

Riguardo al corridoio dinamico con tetto, a cosa ci si riferisce? Si ritiene che possa essere il prezzo come si forma sul mercato TTF olandese. Ma che vuol dire, esattamente? A me viene in mente la creazione dei cosiddetti circuit breakers, usati in molte borse evolute in giro per il mondo. E cioè, se i prezzi in corso di seduta strappano al rialzo o al ribasso oltre una soglia, diciamo il 10%, le contrattazioni vengono sospese.

Se questa fosse l’idea, che impatto attendersi sul mercato delle forniture di gas? Se le contrattazioni riprendono in giornata e i prezzi restano persistentemente sopra la variazione massima ammessa, ipotizziamo un rinvio al giorno successivo. Ma che accade se le condizioni si reiterano?

Il giorno successivo si riparte con prezzi pari al massimo del giorno precedente, immagino. Se il giorno precedente i prezzi sono aumentati del massimo ammesso, diciamo 10%, ciò vuol dire che si potrà salire di un ulteriore 10% prima del nuovo blocco di contrattazioni. E così via. Quindi, T1 = T0 + 10%. E T2 = T1 + 10%. C’è un beneficio effettivo per i compratori, in una tecnica di contrattazione del genere, secondo voi?

Se i prezzi sono frutto di condizioni effettive di domanda e offerta, agire per mettere un tetto giornaliero alle escursioni non altera la dinamica fondamentale, limitandosi a rallentarla. A dirla tutta, non può che essere così. Perché? Perché, se così non fosse, quel mercato sarebbe svuotato e aggirato da nuove forme contrattuali, espressive di maggior realismo sui fondamentali.

Un nuovo benchmark per il gas

Nel frattempo, come detto dal Consiglio, bisogna studiare un nuovo benchmark per il gas. Che sia espressivo della dinamica fondamentale sottostante, aggiungo io. Altrimenti, andava bene il TTF. È un problema di funzionamento di un mercato, sapendo che quello del gas è un mercato frammentato e che puntare alla completa e perfetta omogeneità può rivelarsi fallace, ammesso e non concesso di capire di che si parla.

Le contrattazioni avvengono “privatamente” e con un ineliminabile e comprensibile velo di segretezza? Vero, ma qui si può fare ben poco. E dovrebbe valere una regola aurea: mettere mano a un mercato per migliorarne l’aderenza ai fondamentali sottostanti, e non manometterlo.

C’è poi la proposta di temporaneo tetto al prezzo del gas usato per la generazione. Anche qui, c’è un problema: quello degli spillover tra paesi che adottino prezzi divergenti tra loro oltre che inferiori a quello di mercato. Ne scrivono oggi su Repubblica Tito Boeri e Roberto Perotti. Il modello è quello iberico, ovviamente. Il problema è questo:

E anche se venisse adottato da tutti i paesi, il modello iberico è più costoso per i governi di quei paesi in cui l’elettricità dipende maggiormente dal gas, perché come abbiamo visto i produttori a gas andranno sussidiati altrimenti dovranno chiudere. Presumibilmente questi paesi vorranno essere compensati, e trovare un accordo richiederà mesi.

Il rischio è, in caso di problemi di coordinamento, quello di chiudere il mercato europeo del gas e frantumarlo per linee nazionali, con altissimi rischi per tutti. Non basta:

È un modello costoso per le casse dello stato, che deve sussidiare i produttori di elettricità con i costi più alti, solitamente quelli a gas, che al prezzo calmierato produrrebbero in perdita. È dunque gestibile solo se si avesse la certezza che l’aumento del gas è di breve durata. Ma il vero problema del modello iberico è che funziona solo se attuato contemporaneamente in tutta Europa. I produttori di un paese che ha adottato questo modello avranno incentivo ad aumentare l’esportazione verso paesi confinanti che, non avendo adottato il modello, pagano un prezzo più alto.

Solidarietà vo’ cercando

Se state pensando alla “soluzione Conte”, cioè a creare “un Energy Recovery Fund” per mettere in comune i costi, sappiate che è infattibile proprio per i differenti mix energetici nazionali. Si finirebbe a sussidiare la Germania, oltre che l’Italia. Questo punto ve lo sto segnalando da marzo, se ricordate. Poi, ognuno è libero di vendere il fumo che preferisce, a uso dei gonzi che gli vanno dietro.

Il Consiglio Ue chiede anche misure di solidarietà in caso di problemi a livello nazionale, regionale o di intera Unione europea. Ora, non so se avremo un’ossimorica “solidarietà obbligatoria”, ma anche qui c’è un ginepraio in omaggio. A che prezzo avverrebbero i trasferimenti solidali? A quello di mercato, qualunque esso sia, o ad altro calmierato in modo da definire? E i paesi “donatori”, che magari hanno fatto risparmi energetici importanti e sofferti, saranno d’accordo a cedere gas a paesi che magari hanno un mix energetico gas-centrico e/o che non abbiano mostrato pari diligenza nel taglio dei consumi?

Già sento le voci nazionali rivoltarsi: “perché sussidiare i consumi del paese X? E se poi quel gas, per qualsivoglia motivo, servisse a noi? E perché dobbiamo vuotare gli stoccaggi per gente che consuma come prima della guerra?”. Eccetera.

E arriviamo al tema del coordinamento degli acquisti. Per sfruttare il potere di monopsonio della Ue, il Consiglio vuole “acquisti volontari” collettivi di gas, di cui tuttavia almeno il 15% obbligatori. Ora, comprendo che possa trattarsi del tentativo gradualista di muoversi verso una mega-piattaforma Ue che eserciterebbe appunto il potere di monopsonio. E se i paesi finissero a farsi concorrenza su quell’85% di acquisti non obbligatoriamente collettivi? Non ci sarebbe beneficio alcuno, credo. E lo credono anche Boeri e Perotti che di certo su queste materie ne sanno ben più del sottoscritto.

Risparmio collettivo

I due economisti passano alla pars construens proponendo schemi europei di risparmio energetico. Con motivazioni che, d’acchito, paiono razionali e riconducibili al concetto di coordinamento, che è la cosa su cui la Ue si fonda:

II Consiglio avrebbe potuto forse adottare misure più concrete su una quinta strategia, che può dare risultati immediati e non ha bisogno di mesi di contrattazione e preparazione legale: un approccio comune ai risparmi di energia. Ora le misure sui risparmi sono lasciate ai singoli stati, e spesso ai singoli comuni. Questo è un problema, perché fornisce a governi e sindaci la scusa per non prendere decisioni impopolari: “è inutile che facciamo sacrifici se poi nel comune o nello stato vicini non li fanno”. Ma se l’input venisse dall’Unione Europea, questo toglierebbe le castagne dal fuoco di governi e sindaci e garantirebbe quei risparmi che finora, soprattutto in Italia, non si sono visti, e che sono indispensabili per abbassare fin da subito i prezzi di gas ed elettricità.

Tuttavia, Boeri e Perotti dovrebbero ricordare quello che accadde quando la Commissione di Ursula von der Leyen propose qualcosa del genere. Che i paesi si sono inalberati invocando specificità nazionali tra cui il differente mix energetico e chiedendo esenzioni e deroghe. Motivo per cui il minimo comune denominatore dell’obbligo è diventato un taglio del 5% ai consumi nei periodi di picco: quelli in cui, nel sistema di prezzi marginali, con alta probabilità entra in azione il gas.

È poco? È troppo? È, appunto, il minimo comune denominatore. C’è poi una riduzione “volontaria” del 10% della domanda complessiva di elettricità. Se qualche paese non la conseguisse e poi invocasse la “solidarietà” a prezzi di trasferimento calmierato, attendetevi problemi seri e motivate reazioni. Ricordate che l'”egoismo”, visto da altra angolazione, si chiama free riding o pasto gratis.

Due tetti differenti

Attendiamo i piani operativi che facciano seguito a questi principi, ma con una robusta dose di scetticismo. Per tutto il resto, si useranno le altre misure decise dai ministri dell’energia e ratificate dal Consiglio il 30 settembre. Ricordiamole: tetto di 180 euro/MWh ai ricavi dei generatori da fonti non fossili, e contributo di solidarietà alle aziende operanti con fonti fossili applicato ai profitti eccedenti la media di un periodo pluriennale precedente.

Ricordate: questi sono dei tetti, ma basati su prelievo tributario e redistribuzione e non su oneri a carico delle casse nazionali. Invece, da sempre si parla di questo mitico tetto ai prezzi come misura per rigettare e alterare le evidenze di mercato. Distinzione non di lana caprina. Se il mercato è distorto e distorsivo, occorre provarlo per correggerlo. Altrimenti si rischiano grossi guai.

Oltre a ciò c’è la distruzione della domanda, temo. I fatti diranno se mi sono perso qualcosa. Nel frattempo, godiamoci il crollo dei prezzi del gas causato da temperature eccezionalmente miti rispetto alla media stagionale. Ecco, forse il vero tetto dinamico può essere messo ai ricavi dei generatori da rinnovabili, nel senso che oggi quei 180 euro a MWh ci paiono decisamente eccessivi. Domani chissà. Carpe diem.

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