La reazione del cda di Banco BPM all’offerta pubblica di scambio lanciata lunedì 25 da Unicredit è stata del tutto prevedibile: iniziativa non consensuale e di conseguenza ostile, oltre che a condizioni economiche inadeguate. E fin qui, nulla di inedito. Ma nulla di inedito o quasi anche in un punto dell’argomentazione difensiva della banca preda: si rischia la macelleria sociale, con ben 6.000 esuberi, come ha scritto l’a.d. Giuseppe Castagna “ai colleghi e alle colleghe” (caratteristica distintiva dei top manager bancari è quella di invocare la colleganza, prescindendo dai multipli retributivi).
Questione di costi
Castagna osserva come le sinergie di costo previste da Unicredit per l’aggregazione siano pari a “oltre un terzo della base costi” di Banco BPM. Da ciò, egli inferisce che si tratterebbe soprattutto di interventi sul personale. È sempre efficace sollevare il babau dei “licenziamenti”, che nel credito non sono avvenuti né avverrebbero. Il settore ha un fondo di solidarietà alimentato dai versamenti di banche e dipendenti, ma soprattutto ha in corso un processo di rinnovamento generazionale che passa attraverso uscite incentivate e assunzioni di giovani con profili professionali più idonei all’attuale fase di mercato e tecnologica. Una staffetta generazionale (altro tormentone della politica fallita) ma non in rapporto di due o tre entranti per ogni uscita bensì del contrario.
Quindi, è del tutto verosimile che tale processo verrebbe gestito entro questi binari. Anzi, verrà gestito entro questi binari: da Unicredit o dallo stesso Banco BPM. Il quale oggi ha un rapporto costi-ricavi di quasi il 47 per cento, contro il 34 per cento di Unicredit. Poiché la redditività passa anche dai costi, delle due l’una: o BancoBPM ritiene di avere un piano industriale che farà esplodere i ricavi di un ordine di grandezza che resterà nei libri di testo e di storia del management, oppure i costi dovranno convergere verso il livello di Unicredit (e di Intesa Sanpaolo). Potete confutarmi, su questo punto? Spoiler: no.
Sono convinto però che questo appello a proteggere l’occupazione troverà orecchie politiche assai attente e, al solito, poco consapevoli della realtà. Faccio presente che Banca MPS, durante il controllo pubblico, ha praticamente dimezzato gli occupati (senza licenziare) rispetto al picco della sua crisi. Eppure, anche a Siena, il sole continua a sorgere a est e la banca appare risanata, profittevole e capitalizzata. Cioè, tra le altre cose, in grado di ballare da sola per un arco temporale non breve. Questo per rispondere a quanti, spesso con eufemisticamente scarsa cognizione di causa, strepitano “fate presto!” per accasare la banca senese, spingendosi a farne il pivot dell’intero sistema bancario italiano. Magari per la politica, per la realtà e il mercato le cose stanno diversamente.
Tra fiction e psichedelia
Vorrei farvi grazia delle “ipotesi” che girano per “difendere” Banco BPM. Ipotesi tagliate con roba buonissima, del tipo intervento di Intesa Sanpaolo, forse per lottare contro le concentrazioni di mercato (questa è ironica, mi raccomando). Oppure, Banco BPM convoca l’assemblea per lanciare un’Opa su MPS, con buona pace del fatto che Castagna stesso non vuole mangiarsi la banca senese perché poi rischierebbe di non digerirla. Ma anche di MPS a cui viene ordinato di lanciare un’Opa sul Banco. E subito dopo, assalto a JPMorgan, immagino.
Poi c’è il Crédit Agricole, banca franzosa che in Italia si muove con garbo e rispetto (grazie anche al suo management locale), che ha poco più del 9 per cento di Banco BPM ma si dice che, grazie a derivati, sia ora al 19,9 per cento e attenda sviluppi. Certo, se il cavaliere bianco fosse francese, sarebbe un problema per chi invoca il Golden Power per bloccare Unicredit in quanto “banca straniera”. Troppe salamelle abbattono la lucidità, come noto. Se ciò avvenisse vi garantisco una cosa: io sono astemio, ma mi ubriacherei.
Poi non scordiamo Cassa Depositi e Prestiti, che si vocifera potrebbe entrare in Generali per controllare eventuali aggregazioni di Trieste nel risparmio gestito, magari con i francesi di Natixis. CDP potrebbe anche prendere una quota di Banco BPM per proteggerne l’italianità e allontanare lo Straniero Orcel, no? Del resto, con quel cognome, cosa ci nasconde? E così via.
Io spero che questa vicenda duri ancora qualche tempo (e andrà così), perché è un’esperienza psichedelica senza assunzione di sostanze, e io di solito ho il terrore anche a eccedere col paracetamolo. Vorrei però tornare sulla questione dell’occupazione, e tra poco vi dirò come e perché. Prima, fatemi fare una considerazione: se davvero la Lega, partito in stato confusionale e che si sta squagliando, crede di poter mettere la bandierina su un polo bancario del mitico Nord, vuol dire che sono messi peggio del temuto, in termini di rapporto con la realtà.
Quanto alle invocazioni e alle critiche contro Bankitalia “inerte”, basterebbe googlare “chi vigila sulle banche”, e in che tempi e termini. Quanti orfani di Antonio Fazio ci sono, ancora.
Labour intensive
C’è un filone culturale, detto per nobilitarne gli autori, che pensa che debbano esistere incentivi a mantenere invariata o accrescere l’occupazione fregandosene dell’innovazione tecnologica. Una sorta di imbalsamazione che manco più in Bangladesh per la cucitura di palloni occidentali griffati.
La traccia di questo orientamento è il famoso slogan melonesco “Più assumi, meno tasse paghi”, che ha preso forma in una misura di legge che consente una super deduzione del 120 per cento (numero scelto per battere il 110 pentasfasciato, immagino) del costo del lavoro per chi aumenta la componente a tempo indeterminato degli organici. Cioè per le imprese che, crescendo, avrebbero comunque aumentato quella quota. Vado pazzo per gli incentivi ben riusciti.
- Leggi anche Più assumi meno paghi, evoluzione di uno slogan
Ora, si dà il caso che, per finanziare il “più assumi meno paghi”, oltre che il primo modulo di una ridicola riforma fiscale, lo scorso anno il governo Meloni abbia razziato l’ACE, Aiuto alla crescita economica, cioè il beneficio fiscale per le aziende che reinvestono gli utili.
La cosa non è andata giù, non senza ragione, a Confindustria. Che ora chiede a gran voce di far rientrare la misura dalla finestra attraverso la cosiddetta Ires premiale, cioè un taglio dell’imposta sulle società a beneficio di chi reinveste buona parte degli utili. Cioè, chiamano Ires premiale la richiesta di rimettere l’ACE. E secondo me è una richiesta che ha senso.
Avendo il governo barattato i reinvestimenti con la crescita dell’occupazione e le “riduzioni” Irpef, ora abbiamo questo problema e questa esigenza. Quindi, non mi meraviglia l’utilizzo di questi toni difensivi millenaristici su una acquisizione bancaria che causerebbe una presunta ecatombe di lavoratori, “proprio mentre il governo è impegnato allo spasimo a far crescere l’occupazione”. Lo sentirete e leggerete, statene certi. Perché questa arte di arrangiarsi della nostra politica ha radici (marce) saldamente affondate nel passato.
Ubi Intesa, UBI cessat
Tornando al caso Unicredit-Banco BPM, che ha scatenato sui social torme di esperti di credito e corporate finance che scambiano la Passivity Rule per una posizione del Kamasutra, pensate a quanto accaduto quattro anni addietro, quando Intesa Sanpaolo lanciò la sua offerta pubblica sulle azioni di Ubi Banca. Altra operazione “scandalosa” e “monopolistica”, ricordate? E anche lì, sdegno del cda della preda, con argomenti simili. Ma, anche lì, nessun bancario ha subito violenza durante le riprese del film. Nulla che alcune prescrizioni antitrust sul numero locale di sportelli non possano gestire. E nel caso di Unicredit, le sovrapposizioni sono molto contenute. E immagino arriverà un rilancio dell’offerta, magari in contanti.
A proposito di eterni ritorni, guardate cosa ho trovato nell’archivio Ansa:
++ Ubi Banca, con Ops Intesa vuole eliminare concorrente ++
(ANSA) – MILANO, 03 LUG 2020 – L’offerta di intesa per Ubi “si inserisce in un più ampio disegno strategico, volto a rafforzare la posizione” di Ca’ de Sass “in Italia attraverso l’eliminazione di un concorrente, senza in realtà modificare il posizionamento europeo” di Intesa. È quanto evidenzia il cda di Ubi secondo cui “l’Ops è controproducente anche per gli stakeholder” di Ubi in quanto consente a Intesa “di creare una posizione di leadership dominante in Italia, anomala tra i grandi Paesi europei e potenzialmente dannosa per il tessuto economico e sociale dei territori in cui opera Ubi”. (ANSA).
E soprattutto, quando capirete che l’espressione “terzo polo” porta sfiga in ogni contesto, manco fossero auguri di Salvini? Eddai, su:
++ Ubi Banca: Moratti, se indipendenti siamo terzo polo ++
(ANSA) – MILANO, 03 LUG 2020 – Ubi Banca vuole restare e affermarsi come il terzo polo nel settore bancario tra Intesa e Unicredit. “Ubi ha il potenziale di affermarsi come soggetto importante se resterà indipendente, e continuerà a svolgere un ruolo importante nel consolidamento italiano” lo ha detto la presidente Letizia Moratti respingendo, a nome del cda che ha votato compatto contro l’operazione, l’offerta di Intesa Sanpaolo. Ubi vuole essere “il terzo polo nel settore bancario italiano, con un azionariato stabile e le cui stanze sono aperte a una varietà di istituzioni”. (ANSA).