Draghi, gli autodazi Ue e il ritorno del “debito buono”

Sul Financial Times, un commento di Mario Draghi stigmatizza la frammentazione del mercato unico dell’UE, al punto da paragonarla a una sorta di “auto-dazio” che ci siamo inflitti, ben superiore a quelli minacciati da Donald Trump. Ma segnala anche altre criticità, prima su tutte la mancata crescita, che invariabilmente conducono al cuore del problema: l’Ue resta una somma di interessi e compromessi nazionali. Che, soprattutto, giocano a favore di potenze esterne che attuano una scontata strategia di divide et impera sui singoli europei.

Le due cause della non crescita

Draghi identifica due fattori principali alla base della mancata crescita della Ue come regione: il primo è la persistente incapacità di affrontare le proprie restrizioni dell’offerta, in particolare le elevate barriere interne e gli ostacoli normativi:

Il FMI stima che le barriere interne dell’Europa equivalgano a una tariffa del 45 per cento per il manifatturiero e del 110 per cento per i servizi. Queste riducono in modo sostanziale il mercato in cui operano le aziende europee: il commercio tra i paesi dell’Ue è meno della metà del livello del commercio tra gli stati americani. E man mano che l’attività si sposta sempre più verso i servizi, il loro impatto complessivo sulla crescita diventa peggiore.

Al contempo, secondo Draghi, l’eccesso di regolamentazione, diventata “prodotto tipico” della Ue, ha ostacolato soprattutto la crescita delle aziende della tecnologia e frenato i guadagni di produttività. Draghi fa un esempio che penso produrrà polemiche, affermando che

I costi di conformità al GDPR, ad esempio, si stima abbiano ridotto i profitti per le piccole aziende tecnologiche europee fino al 12 per cento. Insieme, l’Europa ha effettivamente aumentato le tariffe all’interno dei suoi confini e aumentato la regolamentazione su un settore che costituisce circa il 70 percento del Pil dell’Ue.

La quantificazione dell’impatto del GDPR sui profitti, in termini di elevati costi di compliance, è tratta da questo studio del CEPR (Center for Economic Policy Research), in chiusura del quale si illustrano anche alcuni caveat ai risultati. Ad esempio, tali costi potrebbero essere tipicamente di aggiustamento una tantum, destinati quindi a venir meno nel corso del tempo. Inoltre, le stime dello studio non catturano i benefici aggregati di welfare per i cittadini, in termini di protezione dei dati personali. Anche se Draghi ha forse voluto usare un bersaglio grosso e ormai piuttosto famigerato, il GDPR, con tutti i rischi di semplificazione del caso, ciò non toglie che certamente esiste una via per ridurre i costi di compliance, e andrebbe perseguita.

L’ex banchiere centrale prosegue la disamina ipotizzando che la relativa chiusura del mercato interno europeo abbia contribuito all’elevata apertura commerciale della Ue.

Dal 1999, il commercio internazionale come parte del Pil è aumentato dal 31 per cento al 55 per cento nella zona euro, mentre in Cina è aumentato dal 34 per cento al 37 per cento e negli Stati Uniti è passato dal 23 per cento solo al 25 per cento. Questa apertura era un vantaggio in un mondo globalizzato. Ma ora è diventata una vulnerabilità. Il paradosso è che mentre le barriere interne sono rimaste alte, quelle esterne sono diminuite man mano che la globalizzazione accelerava. Le aziende dell’Ue hanno cercato all’estero per supplire alla mancanza di crescita domestica e le importazioni sono diventate relativamente più attraenti.

E veniamo al secondo fattore che, secondo Draghi, frena l’Europa: la sua tolleranza per una domanda persistentemente debole, almeno dalla crisi finanziaria globale del 2008. Che, secondo Draghi, ha esacerbato tutti i problemi causati dalle restrizioni dell’offerta:

Fino alla crisi, la domanda interna come parte del Pil nella zona euro era vicina alla media dei paesi avanzati. Dopo, è scesa al minimo e vi è rimasta. Gli Stati Uniti sono rimasti in cima. Questo divario di domanda sempre più ampio ha contribuito a trasformare l’elevata apertura commerciale in alti surplus commerciali: il conto corrente della zona euro è passato da generalmente equilibrato fino al 2008 a surplus persistenti successivamente. E la debole domanda ha alimentato una crescita eccezionalmente debole della produttività totale dei fattori dopo le recessioni, un modello non visto negli Stati Uniti.

Secondo Draghi, questo può essere parzialmente spiegato dall’effetto della domanda sul ciclo dell’innovazione. Le ricerche dimostrano che gli shock di domanda causati dalle scelte di politica economica hanno un effetto significativo sugli investimenti in ricerca e sviluppo, specialmente per le tecnologie innovative (disruptive).

Quindi, a giudizio di Draghi, la debolezza della domanda interna causata da elevati ostacoli al mercato unico, avrebbe spinto le aziende europee a sfruttare la globalizzazione e di conseguenza a commerciare soprattutto col mondo extra-Ue. Nel frattempo, a causa della debolezza della domanda, anche l’investimento in ricerca e sviluppo sarebbe rimasto debole, danneggiando la crescita della produttività e le tecnologie innovative. Un assetto destinato a essere preso a spallate al mutare del quadro geopolitico e alla prima rilevante discontinuità tecnologica.

Ma quale sarebbe la determinante della debolezza della domanda interna? Secondo Draghi la posizione fiscale complessiva della Ue, giudicata restrittiva:

Dal 2009 al 2024, misurati in euro del 2024, il governo statunitense ha iniettato oltre cinque volte più fondi nell’economia tramite deficit primari — 14 trilioni di euro contro 2,5 trilioni di euro nella zona euro. Entrambi questi problemi — offerta e domanda — sono per lo più frutto dell’Europa stessa. Sono quindi nelle sue possibilità cambiare.

Prescrizioni per domanda e offerta

Siamo dunque arrivati alle prescrizioni di Draghi. Dal lato dell’offerta, rimuovere le restrizioni per aiutare i settori innovativi a crescere. Da quello della domanda, Draghi chiede

Un uso più proattivo della politica fiscale — sotto forma di investimenti produttivi più elevati — aiuterebbe a ridurre i surplus commerciali e inviare un forte segnale alle aziende per investire di più in ricerca e sviluppo.

Sono ovviamente d’accordo con la rimozione delle barriere interne, sia in termini di concorrenza che di regolazione. Ma se ogni paese vuole preservare i propri presunti campioni nazionali e le proprie “peculiarità”, il mercato unico non solo resterà un simulacro ma verrà progressivamente svuotato, anche come reazione protezionistica nazionale alla non-crescita. Dal lato della domanda, torna il concetto di “debito buono”, che tanti guai inflisse soprattutto agli italiani. Ad esempio, è utile ricordare che l’abiezione nota col nome di Superbonus è figlia di quel concetto.

Ho inoltre perplessità sulla definizione di politica fiscale “restrittiva” in Ue. Lo è certamente in termini relativi nel confronto con gli Stati Uniti, ma non credo esista un nesso diretto tra deficit pubblico e innovazione, anche se certamente esiste un paper che invece lo dimostra. Perché, come sappiamo, nella scienza economica c’è un paper per ogni tesi ed ogni antitesi. Inoltre, l’investimento in ricerca e sviluppo da parte delle aziende è in relazione alla loro redditività e le grandi manifatturiere europee, anche grazie al boom dell’export, non mi pare che in passato abbiano evidenziato sofferenze su questa dimensione.

A parte queste pulsioni di keynesismo, il punto centrale dell’elaborazione di Draghi è la richiesta di un drastico cambio di mentalità:

Fino ad ora, l’Europa si è concentrata su obiettivi singoli o nazionali senza considerare il loro costo collettivo. La conservazione del denaro pubblico ha supportato l’obiettivo della sostenibilità del debito. La diffusione della regolamentazione è stata progettata per proteggere i cittadini dai rischi delle nuove tecnologie. Le barriere interne sono un’eredità di tempi in cui lo stato nazionale era il quadro naturale per l’azione. Ma ora è chiaro che comportarsi in questo modo non ha fornito né benessere per gli europei, né finanze pubbliche sane, né autonomia nazionale, minacciata dalla pressione esterna. Ecco perché è necessario un cambiamento radicale.

Gli stati nazionali sono qui per restare

Richiamo la vostra attenzione su quanto ho evidenziato: “le barriere interne sono un’eredità di tempi in cui lo stato nazionale era il quadro naturale per l’azione”. Il problema è che lo stato nazionale continua ad essere il quadro naturale per l’azione, perché gli stati nazionali esistono ancora. Anzi, la loro esistenza viene esaltata da sovranismi e nazionalismi sorti come reazione ai risultati critici della cessione di sovranità. Meno Europa, non più Europa, è il claim di questi tempi, un po’ ovunque.

Di certo, con una moneta comune e una politica fiscale non centralizzata, i problemi restano tutti sul tappeto, anzi sono destinati ad aumentare. Anche se in questo momento in Italia c’è gente che non trattiene la propria soddisfazione per la nuova sospensione del patto di stabilità, questa volta per le spese per la difesa. Che finiranno in armi, anche e soprattutto statunitensi, nella speranza di tenersi buono Trump, mentre quei debiti resteranno nazionali, destinati a pesare di più su chi è rimasto indietro nell’adeguamento della spesa per la difesa ai target NATO.

Una difesa europea senza politica estera comune? Una ricerca comune europea con filiere fatalmente dominate da campioni nazionali? L’attenuazione del principio di decisione all’unanimità, con creazione di “coalizioni di volenterosi”, che rischiano di produrre e aumentare spinte secessionistiche in chi da esse è fuori ma ne viene impattato? Ecco, queste sono solo alcune delle criticità che si frappongono tra le prescrizioni e gli esiti. Oggi, in una logica di confronto tra blocchi, la debolezza di un blocco posticcio come quello europeo è drammaticamente davanti agli occhi di chiunque. Ed è quello che segnalo da anni, senza purtroppo riuscire a intravvedere una soluzione che non sia wishful thinking.

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