Quando i dazi americani saranno interamente entrati a regime, si porrà il problema di aiutare molte imprese europee a passare la nottata. Al momento, non appare praticabile la creazione di un nuovo super-SURE europeo di debito comune, destinato ad ammortizzare i costi sociali delle follie trumpiane. Di conseguenza, i governi nazionali cercano soluzioni tra le pieghe (e le piaghe) dei loro bilanci.
Ha iniziato lo spagnolo Pedro Sanchez, con un pacchetto di 14 miliardi di euro di cui sette dirottati da altre destinazioni e reimpacchettati. Anche il governo italiano si sta muovendo in questa direzione. La soluzione potrebbe essere stata trovata, almeno leggendo i giornali di oggi, attraverso l’utilizzo di fondi PNRR finora non impiegati e a bassa probabilità di esserlo entro la deadline del 2026 (che penso verrà estesa). Ma è così semplice e soprattutto efficiente, una soluzione del genere?
Un PNRR di spesa corrente
Come segnala il Messaggero, tra i fondi da dirottare ci sarebbero quelli inutilizzati di Transizione 5.0: spesi solo 700 milioni su 6,3 assegnati. Quei fondi andrebbero aggiunti a quelli di coesione e utilizzati per non meglio specificati incentivi. Se vera e in questi termini, la “proposta” suscita perplessità, per usare un eufemismo.
Intanto, serve capire cosa si intende con “incentivi” e “aiuti” alle imprese. Poi, e di questo il governo è ovviamente consapevole, occorre il via libera di Bruxelles per certificare che non si tratti di aiuti di stato. Tempi non brevi, immagino. Ma soprattutto, la domanda sorge spontanea: che tipo di fallimento è, quello che non si prende la briga di modificare i termini di Transizione 5.0 per aumentarne il tiraggio, e preferisce spendere quei soldi in quella che con ogni probabilità sarebbe spesa corrente, magari per la Cig?
Alla fine, nel tentativo disperato di trovare risorse di emergenza, useremmo fondi la cui destinazione era quella per investimenti. Questa cosiddetta proposta ha una paternità: il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. Il quale, occorre riconoscerlo, si trova a gestire un momento molto difficile per la nostra industria, colpita dalla perdita di competitività che il nostro sistema paese genera in modo quasi spontaneo.
Certo, possiamo anche ipotizzare che quei fondi dirottati vadano comunque a investimenti, come suggerisce lo stesso Orsini, magari con detrazioni fiscali molto potenziate. Ma tutti sappiamo che, in emergenza, le prime vittime sono le spese in conto capitale. Voi davvero pensate che un’impresa che ha visto un crollo delle esportazioni e/o della marginalità, si metta a investire? Forse per sostituire manodopera, ma anche in questo caso sono scettico.
Dopo di che, Meloni sposa la tesi secondo cui in Europa bisogna “rimuovere le barriere interne” ma ognuno la vede a modo proprio, e anche un po’ furbetto. Per Meloni quelle barriere sono ad esempio quelle del Green Deal. Ottimo, stracciamo pure le norme sulla transizione ambientale. Ma qualcuno pensa davvero che, proclamando “da oggi torniamo al motore termico”, tutto si risolverà per incanto? Gli anglosassoni definirebbero questo pensiero delusional. Autoinganno che ha in sé i germi del duro risveglio.
I fondi di coesione stanno diventando, non solo in Italia, una sorta di fantasiosa cornucopia: c’è chi li immagina spesi per ogni meraviglioso progetto, difensivo, protettivo o espansivo. Piccolo problema: parliamo di fondi di riequilibrio dei dualismi territoriali ma soprattutto di qualcosa che i governi italiani, da sempre, non sanno spendere. Quindi, o siamo al liberi tutti nel senso che da Bruxelles dicono “con la vostra quota di fondi di coesione fateci un po’ quel che vi pare”, oppure restiamo nelle solite pericolose illusioni.
le barriere sono sempre altrui
“Abbattiamo le barriere, interne ed esterne”, significa una cosa sola: abbattiamo le eventuali protezioni di cui godono le imprese incumbent e insider. A me va benissimo, ai diretti interessati non so. Intanto, godetevi questo editoriale di Peter Navarro sul Financial Times, in cui viene ribadita la posizione integralista che, apparentemente, al momento ha conquistato il cuore, la mente e l’orecchio di Donald Trump: il male sono le barriere non tariffarie ma non ci faremo fregare da offerte minimaliste, dice in sostanza Navarro.
E se, con barriere non tariffarie, si intende l’Iva, la vedo durissima. Ma anche se si intende lasciare il via libera ai prodotti agroalimentari statunitensi e ai loro standard piuttosto laschi rispetto a quelli europei. Si può anche cogliere qualcosa di utile, ad esempio sugli OGM, ma questa è solo la mia personale visione.
Quindi, attenti a quello che chiedete, cioè l’eliminazione delle “barriere”: potrebbe realizzarsi. Ma è un po’ tutta l’Europa ad essere in stato confusionale e muoversi in ordine sparso: trovo bizzarro, ad esempio, che i francesi spingano per usare l’opzione nucleare dello strumento anti-coercizione, che in teoria consentirebbe l’assalto alle Big Tech americane, e poi si siano battuti e sbattuti, assieme agli italiani, per esentare da dazi ritorsivi il bourbon americano perché altrimenti Trump minacciava contro-dazi del 200 per cento sui vini e alcolici europei. Proteggiamo i vini, almeno avremo di che ubriacarci quando gli americani staccheranno la spina sui cloud che ci affittano.
- Leggi anche: Ue, lo scudo bucato dagli interessi nazionali
Su tutto, per noi italiani e per le redazioni delle nostre testate giornalistiche, c’è questa attesa messianica per il viaggio di Meloni da Trump. Ci siamo, siamo pronti, sta facendo la valigia, partiam, partiamo. E speriamo che accada davvero. Così, potremo lasciarci alle spalle questo evento epocale immaginario e tornare a concentrarsi su nuove attese. Vi pregherei di ricordare cosa è accaduto quando Meloni ha proposto “un tavolo negoziale tra Europa e Stati Uniti”, poche settimane fa. Come dite? Nulla? Ah, peccato.
Per fortuna sulle nostre debolezze e fantasie vigila la segretaria del Partito dissociato, al secolo Pd. Elly Schein è preoccupata per “la caduta delle borse”, che pare voler imputare direttamente a Meloni, su scala planetaria o meglio di orbe terracqueo. Questa sensibilità per i destini del mercato azionario da parte dell’esponente di una coalizione immaginaria che chiede di tassare extraprofitti permanenti ad ogni stormir di fronde è quasi commovente. A proposito di borse: speriamo che, a questo giro, l’armocromista ne scelga una adeguata da coordinare col resto dell’outfit.
- Aggiornamento – Meloni identifica complessivi 32 miliardi di euro, di cui 14 “riprogrammabili” dal PNRR e il resto su fondi di coesione e Piano Energia e Clima. Verrà ovviamente chiesto alla Commissione un regime transitorio sugli aiuti di stato. Girano anche le solite suggestioni sulla sospensione del patto di stabilità, con l’attivazione della escape clause. Sagace la replica di un funzionario Ue all’Ansa: “Penso che sia un po’ presto per iniziare a discutere la clausola di salvaguardia generale”, che tra l’altro “consente più flessibilità nello spazio fiscale” ma “non crea spazio fiscale che non c’è”. Ma sapete come sono gli italiani, no? C’è anche la data di Meloni a Washington, il 17 aprile. Porterà l’offerta di zero per zero dazi sui beni industriali. Cioè farà l’eco a Von der Leyen. Cosa diceva Einstein sulla ripetizione delle stesse azioni attendendosi ogni volta un esito diverso?
(Immagine creata con WordPress AI)



