Regno Unito, una Brexit da resettare

Oggi a Londra, Regno Unito e Unione europea mettono in scena il primo vertice bilaterale dopo la Brexit. Un riavvicinamento reso necessario dalle grandi crisi globali che colpiscono il continente europeo. Per il premier britannico, Keir Starmer, è questo il momento di realizzare o avviare l’operazione di reset con Bruxelles per rimuovere gli ostacoli alla crescita economica ma senza oltrepassare le linee rosse britanniche post Brexit: niente rientro nel mercato unico o nell’unione doganale e niente ripristino della completa libertà di movimento delle persone. Un cerchio da quadrare sfidando la realtà, soprattutto ora che anche il governo Starmer è finito nel mirino di Nigel Farage e del suo partito, Reform UK, che ha il ruolo di guastatore ma che si sta avvicinando al momento in cui potrebbe essere chiamato al governo del regno.

Allineamento dinamico alla Ue

Tra i punti dell’accordo tra Ue e Regno Unito, spicca l’allineamento britannico agli standard dell’unione in materia di sicurezza sanitaria e fitosanitaria, con assai limitate eccezioni. In altri termini, i britannici accettano le norme veterinarie della Ue e si adeguano alla loro evoluzione, per eliminare i devastanti controlli che ostacolano l’export di prodotti agroalimentari freschi sul continente.

Eventualità che è ovviamente anatema per i Brexiter, che esigono di “riprendere il controllo” e rimuovere le norme di derivazione “europea” ancora presenti nel paese. E sono moltissime, per ovvi motivi, dopo che la realtà ha mollato un poderoso ceffone ai britannici, facendo loro presente che recidere il cordone ombelicale normativo tra le due aree avrebbe causato un crack di matrice burocratica per l’economia britannica.

Non solo: pare (vedremo il documento finale) che l’allineamento dinamico implichi che il Regno Unito debba subire e pagare la Ue, per sedersi con un ruolo consultivo non vincolante ai tavoli europei in cui si decide l’evoluzione delle norme fitosanitarie. Inoltre, l’allineamento dinamico pone il Regno Unito sotto la giurisdizione della Corte europea di giustizia. Per consentire l’accesso del Regno Unito all’allineamento dinamico alcuni stati costieri della Ue, soprattutto Francia, Danimarca e Olanda, hanno chiesto la concessione di diritti di pesca di lungo termine nelle acque territoriali britanniche. Starmer ha accettato un periodo di 12 anni. Come si può facilmente osservare, altro che linee rosse: per i Brexiter siamo di fronte a un drappo rosso sventolato provocatoriamente.

Mobilità per giovani

Tra gli altri accordi in gestazione, ma che non verranno finalizzati oggi, c’è il programma per facilitare la mobilità per brevi periodi, per motivi di studio e lavoro, dei giovani tra i 18 e i 30 anni. Anche qui, furiose proteste di Reform UK, i cui leader dicono che si tratta del rientro dalla porta di servizio della libera circolazione delle persone e che in molti resteranno nel paese, facendo scadere il visto. Il governo replica che accordi del genere sono già in essere su base bilaterale con molti paesi extra Ue.

Ma Bruxelles vuole anche altro: ad esempio, che i suoi giovani possano studiare nelle università britanniche pagando le stesse rette dei sudditi di Sua Maestà. In “cambio”, si prevede che i britannici possano utilizzare, all’arrivo negli aeroporti comunitari, gli e-gate oggi riservati ai cittadini Ue e dell’Area economica europea. Ciò ridurrà le code che i turisti britannici oggi subiscono.

Previsti inoltre accordi su sicurezza e difesa, con Londra che punta a trovare spazio per le proprie aziende nei contratti del programma di riarmo della Ue, denominato SAFE (Security Action for Europe), vincendo le forti resistenze di Parigi a ovvia tutela della propria industria nazionale ma presentate come modo di evitare che il denaro dei contribuenti europei fuoriesca dalla Ue per beneficiare aziende britanniche, canadesi e anche statunitensi. Un discreto dilemma, tra moltiplicatore della spesa pubblica, richieste di Trump e competenze specialistiche nazionali nella manifattura di difesa.

Per Starmer questo tentativo di reset, a cui il premier britannico sta lavorando da quando è entrato a Downing Street, giunge in un momento interno difficile. I passi falsi della Cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, nella legge di bilancio e i tentativi di aumentare l’offerta di lavoro con pesanti tagli al welfare, sono già costati cari al Labour alle ultime elezioni amministrative, a tutto vantaggio del partito di Farage, con conseguente sommossa della base del partito contro le decisioni di Downing Street.

Per tutta risposta, Starmer ha deciso di fare la faccia feroce sull’immigrazione, da ridurre considerevolmente, anche raddoppiando a dieci anni i tempi per richiedere la cittadinanza, ma senza cadere nella trappola di indicare preventivamente di quanto, e col tradizionale rischio di mettere nei guai interi settori economici e quello di assistenza alla persona, e dover poi tornare sui propri passi.

Giravolte che ingrassano Farage

Ora, con questo reset, Starmer verrà agevolmente accusato da Farage e dai moribondi Tories di svendere la sovranità britannica e i risultati del referendum del 2016. A conferma dei tempi difficili che stiamo vivendo, Starmer e Reeves hanno dapprima dato prova di avere un pedigree rigorosamente progressista smantellando il sistema di agevolazioni fiscali dei residenti non domiciliati (non-dom), già ridimensionato da Jeremy Hunt, salvo iniziare una virata di 180 gradi dopo aver visto un robusto deflusso di ricchi, spesso in direzione di Milano, e ora pare si accingano a reintrodurre una forma di golden visa ma non definito in questi termini, ché non sta bene, bensì per agevolare i settori tecnologicamente strategici dell’economia.

Insomma, tutto e il suo contrario, esattamente come e forse più di quanto fatto e non fatto nel parlamento precedente dal governo conservatore di Rishi Sunak, al termine di una legislatura in cui i Tories sono stati massacrati dalla realtà e condotto il Regno Unito verso forme di autoinganno di tipo italiano.

Ma forse sarebbe utile ribadire quello che sostengo da ormai quasi dieci anni: il primo autoinganno è stata la Brexit. Eppure, la persistenza e il ritorno al successo di Farage indicano che in Regno Unito, come in Italia, c’è una quota crescente di popolazione che crede alle fiabe e non è disposta a staccarsi da quel libro, manco fosse la copertina di Linus.

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