La parabola della direttiva sui tagliaerba

Una delle principali cause di lamentela nazionale e nazionalistica contro la “burocrazia di Bruxelles” che ambirebbe, secondo la vulgata, a regolamentare ogni minuto aspetto delle nostre esistenze, come una sorta di super-stato occhiuto e invadente oltre che invasivo, sono le direttive che esigono misurazioni puntuali.

La verità è che tali direttive “misurano”, cioè regolano, per poter allargare il mercato interno oltre che per impedire che singoli stati innalzino delle barriere non tariffarie al commercio. I britannici, come noto, hanno deciso di uscire dalla Ue per “riprendere il controllo” della propria produzione normativa, e al momento si stanno dilettando (almeno, alcuni tra loro) a immaginare siti web dove i sudditi possano chiedere la cancellazione degli odiati regolamenti e direttive Ue.

Accordarsi sul commercio

C’è un piccolo grande problema. Per commerciare bisogna essere d’accordo su quello che si scambia. Se tenti di esportare in un mercato ben più grande del tuo, da cui capita che tu sia appena uscito, la conseguenza naturale è che ti devi adattare agli standard di quel mercato, almeno in via prevalente. Altrimenti non vendi in quel mercato.

C’è tuttavia un altro aspetto, più sottile: se i commercianti del mercato grande vogliono vendere in quello piccolo, devono a loro volta adeguarsi. Ma che accade se le norme del mercato piccolo sono ancora quasi tutte identiche a quelle del mercato grande, visto che il divorzio è recente?

Due opzioni: il mercato piccolo fotocopia le norme del mercato grande, ma in quel caso rinuncia a “riprendere il controllo”; oppure ne scrive di nuove, ma in quel caso ci sono elevati costi di adeguamenti dei produttori del mercato piccolo. Ma ci sono anche costi per i produttori del mercato grande, direte voi. Beh, i produttori del mercato grande, in presenza di divergenze antieconomiche degli standard, possono decidere che il gioco non vale la candela, e dedicarsi al solo mercato grande. Certo, è una perdita per tutti ma, ehi, anche la deglobalizzazione vuole la sua parte.

Il contrario, per i produttori del mercato piccolo, rischia di essere una caporetto: a un primo livello, devono sostenere elevati costi per adeguarsi a nuovi standard nazionali. Ma, se questi standard sono rifiutati dal mercato grande esterno, sono dolori. O i produttori del mercato piccolo si adeguano comunque agli standard del mercato grande, o smettono di vendere su quel mercato e si ritirano nel loro piccolo regno domestico.

I tagliaerba e mrs. Thatcher

In questi giorni, di fronte alle mirabolanti promesse di falò delle norme della Ue da parte dei candidati leader del partito conservatore, che seguono le orme di chi li ha preceduti, torna alla memoria la parabola della “direttiva sui tagliaerba”. Qui la storia raccontata nel lontano 2013 sul Financial Times. I britannici, governo Cameron, un giorno scoprirono che tra i pacchi di red tape europeo, c’era anche questa direttiva che fissava un limite massimo ai decibel prodotti dai taglierba.

Grande stizza e reiterate richieste al premier di cambiare la Ue dall’interno o uscire. E una commissione d’indagine ministeriale sull’odiosa direttiva. Commissione che, con grande costernazione, scoprì che quella direttiva era stata fortemente voluta dal governo britannico medesimo, per opera di una signora di nome Margaret Thatcher, nel lontano 1988.

Per quale motivo?, vi chiederete. Perché la Lady di Ferro scoprì che i tedeschi avevano legiferato sul numero massimo di decibel dei tagliaerba domestici, e ciò rischiava di impedire ai produttori britannici di vendere in Germania i loro tagliaerba, più rumorosi. A quel punto, i costruttori di tagliaerba britannici andarono da Thatcher, chiedendo aiuto.

La premier si rivolse a brutto muso -come d’abitudine- a Bruxelles, chiedendo una direttiva europea, la ottenne e riuscì a far passare il più elevato limite di decibel, aiutando i propri costruttori a vendere sul continente e in Germania. O perlomeno, riuscì a rimuovere un ostacolo alle esportazioni britanniche.

Regole, fatte e subite

Quale è la morale di questa vicenda? Che, se sei dentro il maggior blocco commerciale del mondo, puoi dire la tua, sgomitare e cercare di difendere i tuoi produttori. Se sei fuori, devi accettare le regole altrui. Come direbbero quelli che sanno le lingue, se sei dentro sei un rule-maker, se sei fuori sei un rule-taker. Se poi hai una massa economica che è una frazione di quella del tuo ex partner, col quale confini geograficamente, vuol dire che hai una enorme autostima o sei un fesso, se rivendichi di poter fissare i tuoi standard ignorando quelli del tuo grande vicino.

Prima normare, poi liberalizzare, cioè aprire i mercati. È l’essenza del mercato unico europeo. Certo, la burocrazia tende a sovra-produrre norme ma il dato di fondo non cambia. Se hai regole condivise tra un gruppo di paesi, la possibilità di commerciare si amplia, e di molto. Qualcosa da (ri)spiegare sia ai britannici, col loro fantasmagorico “dipartimento delle opportunità della Brexit”, ma anche ai sovranisti asimmetrici che popolano l’Europa. Quelli che vorrebbero tutelare il proprio “Made in”, sino in punta di baionetta, e invocano dazi contro i prodotti altrui.

Noi italiani abbiamo grande esperienza, in questo ambito di sovranismo asimmetrico. Uno dei campioni, a inizio legislatura, era un giovanotto di belle speranze e studi non troppo strutturati, che oggi si è apparentemente redento e si accredita come globalista ragionevole, ma che nella vita precedente ambiva a ispezionare i container in arrivo a Rotterdam per valutare se il contenuto fosse nocivo per l’economia del nostro meraviglioso paese. Dopo un proficuo Erasmus alla Farnesina, il giovanotto si è innamorato del commercio estero e della promozione, pacifica e reciproca, dei nostri prodotti.

In Francia questo sovranismo asimmetrico è promosso da Marine Le Pen, che ha avuto un buon successo alle legislative e che non smette di sognare misure che, se attuate, demolirebbero il mercato unico e l’euro.

Ma anche da noi ci sono gli emuli di Le Pen, una dei quali ambisce a guidare il governo italiano tra un paio di mesi, anche se oggi preferisce la strategia dell’immersione e non lancia proclami sovrani. Del suo aspirante (e declinante) junior partner di coalizione, abbiamo scritto anche troppo. La differenza tra i nostri sovranisti e quelli britannici è che i secondi sono realmente orgogliosi e non fanno accattonaggio di sussidi pagati con tasse di contribuenti di altre nazioni.

Per tutto il resto, c’è il sistema imperiale britannico, ultimo vestigio dell’impero, e il simbolo della corona stampigliato sulle pinte di birra.

Photo by john crozier on Unsplash

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.
Per donare con PayPal, clicca qui, non serve registrazione. Oppure, richiedi il codice IBAN. Vuoi usare la carta di credito o ricaricabile per donazioni una tantum o ricorrenti? Ora puoi!

Condividi