Il futuro italiano delle pensioni tedesche

L’impressionante processo di italianizzazione del mondo occidentale ha raggiunto nei giorni scorsi una nuova tappa: la Bundesbank ha pubblicato un report sugli interventi necessari a riportare in equilibrio il sistema pensionistico. Ed è subito aria di famiglia.

Il momento in cui i lavoratori vanno in pensione, dice la Bundesbank, è un fattore importante per il mercato del lavoro e le finanze pubbliche:

  • Se gli assicurati vanno in pensione più tardi, è probabile che ci siano più lavoratori nella forza lavoro, aumentando il potenziale macroeconomico;
  • Andare in pensione più tardi aumenta le entrate fiscali e contributive, alleggerendo il carico sulle finanze pubbliche e sui fondi di sicurezza sociale;
  • Finora, l’età effettiva di pensionamento ha seguito da vicino quella legale (la cosiddetta vecchiaia). Un aumento dell’età pensionabile legale alleggerirebbe il sistema pensionistico, poiché verrebbero pagate meno pensioni complessivamente.

E fin qui, tutto molto commonsense, sul filo della banalità. Anche riguardo il “potenziale macroeconomico” del tasso di occupazione, che è condizione necessaria -e meccanica- ma non certo sufficiente per crescere, considerato che il tasso di crescita è la somma della crescita delle ore lavorate e di quella della produttività. Nel dibattito pubblico tedesco a volte si ha l’impressione che alcuni considerino la prima grandezza sinonimo della seconda. Credo non sia affatto casuale che la Bundesbank abbia usato l’espressione “è probabile che siano più lavoratori nella forza lavoro”.

Le pensioni tedesche, oggi

In Germania esistono quattro tipi di pensione legati all’età, differenti per requisiti di ammissibilità:

  1. Pensione di vecchiaia standard all’età pensionabile legale (con almeno 5 anni di contributi);
  2. Pensione anticipata senza riduzioni per chi ha almeno 45 anni di contributi;
  3. Pensione anticipata con riduzioni per chi ha almeno 35 anni di contributi;
  4. Pensione anticipata senza riduzioni per soggetti con disabilità (almeno 35 anni di contributi e almeno il 50% di invalidità);

La pensione di vecchiaia standard può essere percepita dall’età pensionabile legale, che aumenterà gradualmente fino a 67 anni per la coorte del 1964 (dal 2031). Se un assicurato va in pensione all’età legale, la pensione non viene né ridotta né aumentata. Sono necessari almeno 5 anni di contributi. Nel 2023, circa il 40 per cento degli assicurati è andato in pensione all’età pensionabile legale (65 anni e 11 mesi per i nati nel 1957).

C’è poi la pensione anticipata, che da noi si chiamava di anzianità, che può essere percepita in due modi: con almeno 45 anni di contribuzione e un’età che nel 2014 è stata ridotta a 63 anni ma entro il 2029 tornerà a 65 anni. Attualmente, circa il 30 per cento dei nuovi pensionati usufruisce di questa opzione, la maggior parte proprio all’età minima consentita. Oppure, chi ha almeno 35 anni di contribuzione può andare in pensione anticipata a partire dai 63 anni, ma subisce una riduzione permanente dello 0,3 per cento per ogni mese di anticipo rispetto all’età legale. Nel 2023, quasi un quarto dei nuovi pensionati ha scelto questa opzione, due terzi dei quali all’età minima di 63 anni.

C’è poi un meccanismo premiale per chi ritarda il pensionamento oltre l’età legale (di vecchiaia), ottenendo un aumento permanente dello 0,5 per cento per ogni mese di ritardo. Nel 2023, solo il 3,5 per cento dei nuovi pensionati ha scelto questa opzione, anche se la percentuale è in crescita dal 2010. Come si nota, non si inventa nulla. L’obiettivo è quello di limitare le uscite anticipate, esattamente come da noi.

Le correzioni secondo la Bundesbank

Quali interventi correttivi suggerisce la Bundesbank, quindi? In primo luogo, collegare l’età pensionabile legale all’aspettativa di vita, dopo il 2031. Una misura che noi italiani ben conosciamo, e che il governo Meloni sta cercando di frenare, dopo che il Conte I ha congelato il meccanismo, generando nuovo debito previdenziale. Si propone anche di eliminare la pensione anticipata senza riduzioni per chi ha 45 anni di assicurazione, misura che eliminerebbe le agevolazioni per i lavoratori precoci. Si propone di collegare all’aspettativa di vita anche l’età minima per il pensionamento anticipato.

Tuttavia, avverte la Bundesbank, l’accordo di coalizione tra CDU e SPD non prevede modifiche a queste regole, lasciando inutilizzati strumenti chiave per affrontare le sfide demografiche. Il nuovo Governo intende invece rendere più attraente, dal punto di vista fiscale, lavorare oltre l’età pensionabile legale, anche se le evidenze suggeriscono che gli incentivi finanziari hanno effetti limitati. Anche qui, si cerca di puntare all’equilibrio, o meglio alla riduzione degli squilibri demografici e attuariali, introducendo premialità simili al nostro Bonus Giorgetti, che poi sarebbe il bonus Maroni. Che però da noi si applica a chi ha raggiunto il diritto alla pensione anticipata. Ma pare che ciò sia insufficiente.

La sintesi: la demografia morde, la crescita è evaporata, la Germania è attesa spendere molto e qualcuno valuta, razionalmente, di chiudere un enorme rubinetto di spesa pubblica aggiuntiva. Ma, come detto, il contratto di governo CDU-SPD è molto timido a questo riguardo, per non dire ininfluente. Vale il caveat che segnalo da sempre: avere aziende con personale sempre più anziano, in questo contesto di evoluzione tecnologica, può rivelarsi controproducente. D’altro canto, non è che si possa fare uscire tutti quei lavoratori che in qualche modo sono inidonei al contesto. O meglio, possono forse farlo, entro ovvi limiti, le aziende dotate di risorse e mediante accordi con lo stato.

Dibattito italiano?

È quindi del tutto verosimile che anche in Germania prenda forza un dibattito pubblico di tipo italiano, sulla difesa dei “progetti di vita” legati al pensionamento anticipato. Il paese ha margini di recupero, ad esempio neutralizzando il vantaggio attuariale di chi esce con almeno 35 anni di contribuzione: sono percorsi che noi italiani abbiamo già fatto, grattando il fondo del barile della demografia. Elemento avverso contemporaneo: gli elettorati occidentali hanno sviluppato una crescente ostilità all’immigrazione. Non lo dico io ma i risultati elettorali. E si ha un bell’autoingannarsi con cose tipo “sistema a punti”, “solo personale ultra-qualificato” e via favoleggiando.

Soprattutto, diciamocelo chiaramente: se un paese cresce e produce risorse fiscali, può anche permettersi un welfare di lusso e disinteressarsi della demografia, entri dati limiti. Ma, se la crescita viene meno, come sta accadendo alla Germania, la variabile demografica morde ferocemente. Tutte cose viste da noi, appunto. Attendendo anche per la Germania una legge Fornero, con tutto quello che ne conseguirà nel dibattito pubblico: sentiremo fallaci richieste di separazione dell’assistenza dalla previdenza, ad esempio. Le estreme sono pronte a raccogliere i frutti dell’albero che già stanno scrollando.

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