Il mio Sussidistan è più verde del tuo

Ieri si è tenuta l’assemblea generale annuale di Assolombarda, potente articolazione territoriale di Confindustria. L’occasione è stata propizia per ribadire le lamentazioni sul costo del lavoro e reiterare proposte che hanno tutta l’aria di essere accrocchi che frantumerebbero ancor di più un quadro che è già un inquietante caleidoscopio. Ma la colpa non è degli imprenditori quanto delle condizioni sempre più sfilacciate del nostro quadro economico e istituzionale.

Agli attori sociali non resta quindi che recitare secondo copione e avanzare “proposte” che altro non sono che misure di bandiera, con scarsa coerenza sistemica. In pratica, acchiappa il tuo lembo della coperta e tira forte, vediamo che accade. Di solito nulla, altre volte danni alla competitività del paese.

Una collana di mattoni al collo

Il punto centrale è che gli oneri interni ed esterni sono tali che la nostra economia ormai gira con una collana di mattoni attorno al collo. L’Italia produce in complesso un valore aggiunto scarso e inferiore a quello dei paesi con cui ci confrontiamo. Da questa scoperta consegue immancabilmente la proposta di ridurre il cuneo fiscale, operazione resa più o meno infattibile dalle coperture, che non ci sono.

Seguono quindi interventi selettivi e a termine (poi prorogati, nei limiti del possibile) su singole componenti del sistema, che non fanno che aumentarne la frammentazione. Di solito, fatalmente, i bonus da cancellare sono sempre quelli altrui.

In questo triste contesto, proviamo a riepilogare le proposte confindustriali, recenti e meno. Nei mesi scorsi Carlo Bonomi ha chiesto di ridurre il cuneo fiscale, per due terzi a beneficio del lavoratore e per un terzo delle imprese. E fin qui, nulla da ridire. Quando l’inflazione aumenta e i contratti non si rinnovano (ma se per quello si rinnovavano con enorme fatica anche prima di questa fiammata dei prezzi), la “soluzione” resta quella di ridurre il cuneo fiscale per aumentare il netto in busta.

La proposta di Bonomi è un taglio di 16 miliardi al cuneo per redditi inferiori ai 35 mila euro. Sarebbe un aumento medio di 1.223 euro annui, “una mensilità in più”. Attenzione: questo non è l’incremento del netto in busta, che in questo caso sarebbe di 795 euro. Non esattamente “un altro stipendio” ma transeat. Tutto molto bello ma i soldi? Bonomi qui ha dato una risposta che ricorda molto quelle tipiche dei fonditori di proiettili d’argento ma anche di quanti scordano la distinzione tra una tantum e permanente.

C’è un extra-qualcosa per tutto

C’è un extragettito: lo si usi, è la sintesi del ragionamento di Bonomi, irrobustito anche dallo spin populista “sono soldi dei contribuenti, restituiteli”. Come si nota, ormai c’è un extra-qualcosa per ogni esigenza. Qui si tratta del gettito prodotto dal rimbalzo post pandemico del 2021 (bei tempi), ma non è chiaro quale sarebbe la copertura guardando oltre l’anno.

Questo tic di invocare fantomatici extra-qualcosa e tentare di renderli assai poco extra- e molto permanenti, accomuna il presidente di Confindustria ai sindacati, che vorrebbero ridurre il cuneo fiscale rendendo permanente la tassazione degli extraprofitti. Superfluo dire che per Bonomi la tassazione dei sovra-profitti sin qui attuata dal governo Draghi è tutta sbagliata, tutta da rifare. Come sempre, e come per gli sprechi, extra sono quelli degli altri.

Più verosimile che il presidente di Confindustria pensasse di recuperare risorse cancellando bonus vari. Solo quelli che non beneficiano direttamente le aziende, immagino. E così via. Ma non sto criticando, è tutto molto umano. E comunque, detto tra noi, fossi la politica eviterei di uccidere le aziende: possono sempre servire.

La relazione del presidente di Assolombarda, Alessandro Spada, contiene un punto piuttosto singolare: come abbattere il costo del lavoro dei “giovani”? Idea: copiamo la flat tax degli autonomi, incluso il regime agevolato. Quindi, tassazione secca al 5% per i primi 5 anni per i neo-assunti. Oppure applicazione del regime agevolato utilizzato per il rientro dei cervelli: abbattimento dell’imponibile del 70%, per cinque anni.

Le flat tax come le ciliegie

Nel primo caso, confesso che non mi è chiaro che accadrebbe dopo il primo quinquennio: forse aliquota in aumento dal 5 al 15% e tetto di 65 mila lordi annui? Pensate alla frammentazione, o meglio alla frantumazione, di una simile misura. Gli equilibrismi per tenersi sotto la soglia dei 65 mila, ad esempio.

E l’età-soglia per essere considerati “giovani”? Diciamo 35: che faccio, lascio? E che accadrebbe ai giovani che smettono di essere tali? Un’esplosione di costo del lavoro e aliquote marginali effettive e avanti il prossimo “giovane” per rimpiazzarlo? Visto che nulla si inventa, da quanti anni leggiamo queste “proposte”? Ve lo dico io: troppi. E vorremo mai escludere dal beneficio i “giovani” delle zone depresse, inclusi quelli over 50, come già accaduto per precedenti misure?

E le coperture? Qui il presidente di Assolombarda risponde in modo piuttosto reticente. Spettano “certamente alle istituzioni” (salvo lamentarsi delle scelte), ma abbiamo 2,7 miliardi di gettito futuribile della Global Minimum Tax, perché non dedicarla ai giovani? Certo, perché no? Questo gettito ancora deve concretizzarsi ma c’è già la fila per spenderlo. Anche questo, molto umano. E italiano. E tuttavia, è possibile non accorgersi che queste “flat tax” sono come le ciliegie, una tira l’altra proprio come le tax expenditures, e alla fine ci si ritrova con una frantumazione ancor maggiore di quella che si dichiara di voler combattere?

Sorvolerò sulla considerazione di Bonomi secondo cui il reddito di cittadinanza sarebbe un “concorrente” dei salari. Spero proprio di no, visti gli importi di cui si parla, anche se penso proprio che servirebbe un correttivo, ad esempio in termini di cumulabilità parziale tra reddito di cittadinanza e salario.

Ma non è di questo che sto parlando, oggi. Come ho scritto alla nausea, il reddito di cittadinanza serve, ma non così. È un tipico prodotto della propaganda fideistica italiana, quella dei proiettili d’argento, che accelera il deterioramento e il declino. Ma considerarlo la radice di tutti i mali di questo paese è l’ennesima conferma che viviamo di proiettili d’argento, che fischiano in direzione opposta.

Una reazione di corto respiro

Quello che a me pare evidente è che in questo paese siamo talmente con le spalle al muro, anche prescindendo dallo shock energetico, che ormai la battaglia quotidiana è a strappare bonus per sé denunciando quelli degli altri. Le “proposte” assai poco organiche e di corto respiro ma regolarmente presentate come “shock”.

Per ridurre le tasse serve crescita; per avere crescita serve spostare il sistema verso maggior valore aggiunto; per spostare il sistema verso maggior valore aggiunto serve tempo e sforzi coerenti che tuttavia sono assai poco compatibili col ciclo elettorale. La brevità dei cicli elettorali stimola le scorciatoie, in forma di tax expenditures. Le “parti sociali” criticano interventi frammentati e disorganici ma solo quelli che non arrivano nelle loro tasche.

Un paese zavorrato da oneri impropri stratificatisi in decenni di proiettili d’argento è un paese che cerca bonus per respirare e confermare la propria miopia corporativa. In tutto ciò, dell’assemblea Assolombarda segnalo un commento del sindaco di Milano, Beppe Sala: i salari omogenei su tutto il territorio nazionale sono un problema: “per noi attrarre dipendenti della pubblica amministrazione è sempre più difficile”. Ecco, io fossi in voi mi concentrerei su questa considerazione e su quanto da essa consegue, a livello più generale.

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