Grande hospitality con le tasse degli altri

Il Sussidistan italiano, malgrado le ristrettezze, è come New York: non dorme mai. Il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato uno stanziamento da 120 milioni di euro complessivi – 44 quest’anno, 38 il prossimo e altri 38 per il 2027 – per la creazione, riqualificazione e ammodernamento di alloggi (“staff house”) destinati ai lavoratori del comparto turistico-ricettivo e di somministrazione cibo e bevande (bar e ristoranti).

Piano casa

Pare che l’intervento sia parte del più generale Piano Casa governativo, per rispondere a retribuzioni basse alla cosiddetta crisi degli alloggi segnalata tempo addietro dal presidente di Confindustria. Il provvedimento risponde quindi alla richiesta di mobilità del personale da parte delle imprese del comparto turistico-ricettivo, legata anche ma non esclusivamente alla gestione della stagionalità.

Vediamo quindi come è strutturato il pacchetto, premesso che i dettagli dell’intervento verranno definiti in un decreto attuativo da approvare entro 30 giorni e che dovrà individuare tipologie di costo e categorie dei beneficiari.

Ci saranno due categorie di contributi: per la parte in conto capitale nel 2025 verranno messi a disposizione 22 milioni per costruzione, riqualificazione ed efficientamento energetico di alloggi da destinare a condizioni agevolate ai lavoratori; per la parte corrente ulteriori 22 milioni sosterranno costi per la locazione degli alloggi che andranno garantiti ai lavoratori per cinque anni con uno sconto di almeno il 30 per cento rispetto al valore medio di mercato.

Chiediamoci ora se e perché serve una misura del genere. Per calmierare i costi degli alloggi, risponderanno i miei più attenti lettori. Che, altrimenti, finirebbero in capo alle aziende danneggiandone la redditività. Ecco, la redditività. Premesso che è fondamentale che il decreto attuativo indichi i beneficiari, ci si chiede: ma queste aziende (alberghi, ristoranti, imprese balneari ecc.) non hanno modo di sostenere questi costi come normali costi di impresa?

Filantropi o moribondi?

E qui bisognerebbe comprendere se, appunto, in Italia il nostro cosiddetto terziario non troppo avanzato non sia in realtà talmente messo male da necessitare di un permanente welfare per evitare di affondare. Un po’ come l’altra categoria di filantropi, i tassisti, che sopravvivono spesso con assai meno di duemila euro mensili di reddito, inteso come differenza tra ricavi (dichiarati) e costi sostenuti.

Perché voi capite che, se in Italia esiste un’ampia e crescente platea di aziende o comunque di attività economiche che senza welfare e sussidi non ce la fa, abbiamo un drammatico problema. Se invece le cose non stanno in questi termini, e i governi sussidiano un livello di redditività richiesto da queste categorie, il drammatico problema lo hanno i contribuenti costretti a pagare sino all’ultimo centesimo di tasse, siano essi dipendenti o autonomi fuori dal miracoloso regime forfettario, il discorso cambia radicalmente.

Un albergo non riesce ad affittare dei locali ad uso dei propri stagionali? Un ristoratore non riesce a pagare un contributo di affitto (ehi, psst! Si chiama aumento di stipendio!) al proprio pizzaiolo o cameriere? Un bagno in concessione, dopo aver ricevuto un nuovo sconto su canoni che gridano vendetta davanti al dio dei contribuenti, deve farsi sussidiare dai contribuenti italiani per remunerare, non è chiaro quanto “in chiaro”, il personale stagionale?

Prima era tutto un pianto greco contro il reddito di cittadinanza che impediva di trovare personale. E pazienza che queste attività economiche spesso cercassero personale qualificato e non persone prive di conoscenze anche di base. Ora, poiché c’è grossa crisi e i tg ci allietano le giornate sospirando di “caro ombrelloni e sdraio” mentre ci mostrano torme di bagnanti dallo sguardo felice e dall’eloquio non esattamente ciceroniano che ostentano la loro joie de vivre, voi capite che c’è qualcosa che insiste a non tornare. I soldi dei contribuenti, ad esempio. Quelli fanno viaggi di sola andata.

Quindi, aspettiamo il decreto attuativo per capire se potrà lenire le grida di dolore di albergatori che dichiarano di essere brutalizzati dagli affitti brevi o le angustie di balneari che si preparano a lottare a mani nude, muniti solo di una cima e di un salvagente, contro mute di allupate multinazionali con tante zeta, controllate dalla criminalità organizzata (mica come alcuni agevolmente identificabili litorali italiani, signora mia!).

Costo opportunità

Sono altresì certo che la ministra Santanché, grande supporter della misura oltre che rinomata imprenditrice del settore, avrà commissionato o realizzato una valutazione del costo opportunità di queste misure, che ci consenta di dire che questi soldi vanno spesi esattamente qui e non altrove perché è in alberghi, spiagge, bar e ristoranti che si annida il segreto della produttività e del valore aggiunto italiani.

Seguirà poi l’obolo per gli associati Confindustria, che cercano personale in Africa e dintorni, e non trovano modo di pagargli l’affitto senza dissestarsi i gracili bilanci. Insomma, fare impresa in Italia è una impresa: il sistema è molto oneroso e bisogna preservare un modicum di redditività. Il problema, per la politica, è quello di capire, magari con una bella commissione parlamentare d’indagine in arte performativa, se in questo paese ci sono interi settori a rischio di estinzione per inesistente redditività. Magari perché sovrappopolati d’imprese e che quindi pagano dazio alla maledizione italiana del “piccolo è bello”. Che è il nostro maggiore dazio interno, segnalo sommessamente al presidente del consiglio.

E poi, in caso, dare a questi settori una degna sepoltura per salvare i contribuenti. Oppure farli rinascere a nuova redditività lasciando operare il mercato attraverso riduzione del numero delle imprese. Perché con questo welfare alle aziende (che è cosa diversa da quello aziendale), a rischiare di tirare le cuoia sono i contribuenti.

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