Commissione parlamentare d’intrusione

Tra i tanti frutti bacati che questa legislatura di populismo e analfabetismo (dis)funzionale trionfante ha portato all’Italia (e dio o chi per esso sa se ce ne fosse bisogno), c’è anche la creazione di una “commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario” che, a differenza di quella della scorsa legislatura, non si occupa di quanto accaduto a banche e assicurazioni coinvolte in una crisi ma di tutti gli intermediari finanziari, compresi -soprattutto- quelli che operano entro normali e regolamentate dinamiche competitive. Mi vien da dire che poche iniziative possono essere considerate l’epitome di questa stagione italiana quanto questa.

La peculiarità di questa commissione “d’inchiesta preventiva” o potenzialmente tale, è quindi il mandato vastissimo, entro il regno della declamazione e della postura politica, ma col rischio assai concreto di sovrapporsi ad altri organismi e istituzioni di controllo, non solo nazionali, oltre che di intralciare la normale gestione delle aziende del settore finanziario che di volta in volta suscitano l’interesse dei parlamentari-commissari. Tra Gabibbo e ombudsman, c’è persino una spruzzata di “Mi manda Lubrano/Raitre” e di consumerismo de noantri, con la buca delle lettere e la collaborazione con la Guardia di Finanza.

Ne parlo perché il 28 marzo il deputato Luigi Marattin si è dimesso da questa commissione, denunciandone le sovrapposizioni con altri organismi e istituzioni e i “dubbi scopi”, come l’usurpazione di prerogative di commissioni parlamentari permanenti. “Insomma, facevo parte di un’autorità di regolamentazione finanziaria, e non lo sapevo”, ha concluso polemicamente Marattin.

Rispondi, Donnet

Il casus belli è stata la convocazione dell’amministratore delegato uscente di Generali, Philippe Donnet, nell’imminenza dell’assemblea degli azionisti che dovrà eleggere il nuovo capo azienda, e nelle more di un contrasto durissimo tra lo schieramento che sostiene la riconferma di Donnet e quello avversario, guidato dal secondo azionista della compagnia, Francesco Gaetano Caltagirone, che vorrebbe insediare il ticket guidato dall’ex banker Claudio Costamagna alla presidenza e Luciano Cirinà come a.d. Quest’ultimo è stato dapprima sospeso dall’incarico di Austria & CEE Regional Officer e poi licenziato da Generali, con l’accusa di “violazione degli obblighi di lealtà e grave violazione di altri obblighi previsti dal contratto di lavoro”.

Queste turbolenze aziendali hanno spinto la commissione, presieduta dalla pentastellata Carla Ruocco, a convocare il francese che guida Generali per il giorno 5 aprile, intimandogli di produrre “un’apposita relazione informativa”, da recapitare almeno 48 ore prima dell’audizione. In cui, tra gli altri punti, dare conto dei risultati degli ultimi tre esercizi e dei programmi della cosiddetta “lista del cda”, che ricandida Donnet, “in termini di dividendi distribuibili nonché delle eventuali scelte strategiche relative a processi di crescita per linee interne o per linee esterne nonché di possibili cessioni di attività, partecipazioni o altro”. Senza farsi mancare un supplemento di “indagine” sulla rimozione di Cirinà.

Ora, l’ultima volta che ho controllato, Generali era un’azienda privata assoggettata alle leggi della Repubblica italiana in termini, tra le altre cose, di vigilanza e dei soggetti ad essa preposti dalla legge medesima. Invece, tre settimane prima di un’assemblea fondamentale per il futuro dell’azienda un gruppo di parlamentari, riunito in una commissione le cui attribuzioni sono “singolari” per (non) delimitazione, decide di convocare il capo azienda pro tempore.

Convocazione singolare quanto quella, mesi addietro, del Ceo di Unicredit, Andrea Orcel, e dell’allora a.d. di Banca MPS, Guido Bastianini, nelle more della proposta di Unicredit di acquisire la banca toscana a mezzo di robusta dote pubblica in termini di ricapitalizzazione, una sorta di piano “Guai ai vinti 2“, dove i vinti sono i contribuenti italiani, dopo quello che ha dato a Intesa Sanpaolo la polpa di Venetobanca e Popolare di Vicenza.

In quella circostanza, Orcel fece secretare la parte di audizione contenente informazioni sensibili e tutto fini lì, al netto del teatro. Ma evidentemente questo modus operandi è la cifra distintiva di questa peculiare commissione in tale peculiare legislatura.

I profetici timori di Mattarella

Quando la commissione nacque, il presidente della Repubblica ne promulgò la legge istitutiva con una robusta serie di caveat, indirizzati ai presidenti dei due rami del parlamento. Rileggendo a distanza di esattamente tre anni, abbiamo la certezza che tutto quello che Sergio Mattarella cercò di scongiurare si è invece puntualmente compiuto, fornendo l’ennesimo contributo a quel processo di sudamericanizzazione e mediorientalizzazione della vita istituzionale italiana che possiamo ormai chiamare, per amor di sintesi e correttezza di attribuzione geografica, “italianità”. Attenzione: non “italianizzazione” perché tale termine evoca una trasformazione. Qui non c’è nulla da trasformare, abbiamo l’originale.

Cosa scriveva, il capo dello Stato? Molte cose. Ad esempio:

L’ambito dei compiti attribuiti alla Commissione – a differenza di quella istituita nella precedente Legislatura – non riguarda l’accertamento di vicende e comportamenti che hanno provocato crisi di istituti bancari o la verifica delle iniziative assunte per farvi fronte, ma concerne – insieme al sistema bancario e finanziario nella sua interezza – tutte le banche, anche quelle non coinvolte nella crisi e che svolgono con regolarità la propria attività.

Campo di applicazione: dalla patologia alla fisiologia nella vita delle imprese finanziarie. Già questa era l’anomalia originaria di una simile commissione. Mattarella precisava:

Non è in alcun modo in discussione, ovviamente, il potere del Parlamento di istituire commissioni di inchiesta in settori della vita istituzionale, economica o sociale, tenendo conto, peraltro, dei limiti all’attività delle commissioni derivanti dalla Costituzione e puntualmente indicati dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.

Non può, tuttavia, passare inosservato che, rispetto a tutte le banche, e anche agli operatori finanziari, questa volta viene, tra l’altro, previsto che la Commissione possa “analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell’attività creditizia, sino a coinvolgere le stesse operazioni bancarie, ovvero dell’attività di investimento nelle sue varie forme.

Occorre considerare la natura privata degli enti interessati la cui attività costituisce esercizio della libertà di iniziativa economica riconosciuta e garantita dall’articolo 41 della Costituzione.

Il rischio? Questo:

L’eventualità che soggetti, partecipi dell’alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche nell’esercizio del credito, nell’erogazione di finanziamenti o di mutui e le società per quanto riguarda le scelte di investimento si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione.

Direi che è tutto incredibilmente profetico, non trovate? C’era poi anche il timore della confusione di ruoli istituzionali con entità nazionali e sovranazionali, puntualmente richiamata dal capo dello Stato:

[…] ma occorre evitare il rischio che il ruolo della Commissione finisca con il sovrapporsi – quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato – all’esercizio dei compiti propri di Banca d’Italia, Consob, IVASS, COVIP, Banca Centrale Europea. Ciò urterebbe con il loro carattere di Autorità indipendenti, sancito da norme dell’ordinamento italiano e da disposizioni dell’Unione Europea, vincolanti sulla base dei relativi trattati.

Legislatura accattosovranista, ma si può far peggio

A questo punto, la domanda sorge spontanea: poteva Mattarella rifiutarsi motivatamente di promulgare la legge istitutiva di questo strano e indeterminato animale parlamentare? L’ipotesi è che abbia preferito evitare conflitti e rimettersi al senso di responsabilità del parlamento (auguri) e, in seconda battuta, allertare i presidenti delle Camere sulla necessità di vigilare sui rischi di deragliamento dalle (fumose) attribuzioni della commissione. Auguri di nuovo.

La legislatura volge al termine naturale. La prossima promette di essere non meno dadaista e malata di quel populismo che sta demolendo i resti del paese, tra grida di allarme per la “colonizzazione” straniera come evoluzione del cospirazionismo tipico dei falliti. Quella dove i vertici stranieri di azienda italiane, soprattutto se francesi, causano spasmi ai comitati di controllo dei servizi segreti.

Una legislatura che ha promosso con forza il concetto di accattosovranismo; che, al grido di “siamo sovrani, sussidiateci“, pensa di gestire il proprio improbabile ruolo in Europa e nel mondo. Tra patriottismo alla vaccinara e saldature tra destra e sinistra contro tutto quel poco che si regge su concetti e strutture di mercato, ci prepariamo a ricevere sportellate sul grugno da parte della solita realtà. Su cui indagheremo con apposita commissione.

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