Il premier britannico, Keir Starmer, ha festeggiato il primo anno a Downing Street con una disfatta parlamentare inflittagli del suo stesso partito. La Cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, impegnata a quadrare i conti oltre che a ridurre i tassi di inattività, aveva deciso il taglio di alcune prestazioni di welfare a beneficio dei cittadini disabili, tra cui il Personal Independence Payment e l’integrazione sanitaria dell’Universal Credit.
Risparmi in fumo
Un risparmio di circa 5 miliardi di sterline che tuttavia ha scatenato una rivolta senza precedenti nel Labour parlamentare, costringendo Starmer dapprima a tentare di creare un doppio regime che penalizzasse solo i nuovi richiedenti (antica tecnica italiana, già vista all’opera sulle pensioni) ma alla fine costringendolo alla capitolazione e a ritirare la misura. Tirando le somme, il provvedimento di revisione del welfare costerà qualcosa in più alle casse pubbliche, in luogo del risparmio previsto. Malgrado ciò, la decisione è passata col voto favorevole di una maggioranza che è circa la metà del vantaggio di seggi di cui gode il Labour alla Camera dei Comuni.
Giorni addietro, Reeves era stata costretta a promettere un ammorbidimento del taglio al cosiddetto Winter Fuel, il sussidio pubblico ai pensionati (pari a 200 o 300 euro), sottoponendolo alla cosiddetta prova dei mezzi. Dopo la randellata elettorale in molti consigli comunali subita dal Labour per opera del partito di Nigel Farage, Reform UK, Starmer e Reeves hanno deciso di allentare la stretta sui requisiti, ma manca ancora il dettaglio e le relative coperture.
Starmer è arrivato a Downing Street con una maggioranza parlamentare schiacciante, e ora si trova col partito in piena rivolta e col fiato sul collo da parte di Farage, che i sondaggi accreditano della maggioranza relativa dei seggi se si votasse oggi. Campane a morto per il leggendario sistema uninominale secco britannico, il First Past the Post, a lungo invidiato da molti tra noi italiani per la sua crudele capacità di privare di rappresentanza ampie porzioni di elettorato, in un quadro partitico comunque relativamente poco affollato.
Viviamo tempi eccezionali: i sistemi elettorali, che molti in Italia, vittime dell’abituale provincialismo, credevano potessero produrre comunque maggioranze stabili, cadono come mosche, la frammentazione del quadro partitico elettorale dà il colpo di grazia pressoché ovunque. Sono sentieri già battuti da noi italiani e ricchi di miraggi a bordo strada, lo ribadisco.
Reeves a rischio
Tornando a Starmer e ai conti pubblici britannici, ora la posizione di Reeves vacilla fortemente. Un manifesto elettorale che non intendeva aumentare alcun tipo di tasse ha prodotto l’assurdità di aumentare i contributi ai datori di lavoro, creando condizioni stagflazionistiche. Reeves si è data regolette di bilancio molto ragionieristiche, e i suoi margini di manovra evaporano ogni settimana che passa.
La pressione fiscale britannica resta in aumento, anche per effetto della predazione del fiscal drag, introdotta dai precedenti governi conservatori e che sta spingendo alla dichiarazione dei redditi quote crescenti di britannici, inclusi quei pensionati che si vorrebbe tutelare. Nel frattempo, il governo non tocca l’altro grande totem e tabù del paese, il Triple Lock che indicizza il primo pilastro pensionistico in modo assurdamente generoso, e anche questa è una similitudine col passato dell’Italia.
Il governo ha riformato la normativa fiscale sui Non-dom, i residenti non fiscalmente domiciliati, che consentiva loro di pagare un forfait sui redditi prodotti fuori da UK, estendendola alle eredità e provocando un fuggi fuggi generale. Auto e acciaio sono in crisi profonda: British Steel nazionalizzata de facto e governo che accorre con promesse di sussidi per impedire chiusure che avrebbe forte impatto sulle comunità locali, come il caso di Lotus a Norfolk ma anche di Nissan a Sunderland.
Siamo quindi al punto di rottura di un modello di sviluppo e crescita, un fenomeno che sta colpendo molti altri paesi europei e che in UK è forse esacerbato dagli effetti della Brexit, nata come reazione ultrapopulista al declino. E ora, che accadrà?
Nell’immediato, occorre quadrare i conti. In coincidenza con la disfatta di Starmer, l’Office for Budget Responsibility (OBR) ha pubblicato un report che evidenzia sue sistematiche sottovalutazioni del fabbisogno pubblico e sopravvalutazioni del tasso di crescita attesa. Un brutto colpo per una istituzione considerata il guardiano della responsabilità di bilancio dei governi (da cui il nome), già fortemente criticata da Liz Truss che l’aveva accantonata, evitando di chiedere una valutazione d’impatto sulla sua manovra di taglio delle tasse in deficit. Come è finita lo sappiamo, ma se anche l’OBR perde credibilità metodologica, mala tempora currunt.
Nel frattempo, cresce la pressione di opinione pubblica e Farage per rimuovere anche il tetto alle sovvenzioni dal terzo figlio in poi. E ancora: il successo di Donald Trump nell’abbattere il secondo pilastro della tassazione Ocse a carico delle multinazionali quasi certamente provocherà la richiesta americana di cancellare la Digital Services Tax britannica, che dovrebbe produrre un gettito di 1,2 miliardi di sterline annue entro la fine della legislatura.
Fatti due conti, gli analisti di Capital Economics stimano che Reeves potrebbe trovarsi in autunno con un buco nei conti pubblici compreso tra 13 e 23 miliardi di sterline. E un manifesto elettorale a cui impiccarsi.
Un sistema (europeo) al capolinea
Chi mi legge sa che da anni, dai tempi del governo di Boris Johnson, ho segnalato la contraddizione britannica. Voler bassa pressione fiscale e un welfare comunque generoso, in presenza di un andamento della produttività che è su livelli italiani, ma potremmo ormai dire europei in senso negativo, non quadra con la realtà. Neppure i proclami di Farage quadrano, ma lui riesce ancora a farsi credere da un elettorato vieppiù stressato, anche senza bisogno di parlare di Brexit.
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Nella sua spending review, Reeves ha previsto un aumento di spesa corrente ministeriale in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, di 1,3 per cento medio annuo nel triennio 2026-28, anche se alcuni ministeri subiranno tagli reali per beneficiare la maggior spesa di altri, soprattutto della Sanità. Con queste premesse, simili numeri appaiono decisamente generosi.
Da qui in avanti, con questa crisi fiscale, sono possibili i soliti esiti: populismo di destra alla Farage oppure populismo di sinistra alla Zohran Mamdani, quello dei supermercati pubblici e dell’obiettivo di estinguere i milionari. Ma i governi non riescono ad aumentare le entrate per le forti resistenze della popolazione e la minaccia dei più ricchi di votare coi piedi. Resta, come dico da tempo, la possibilità di una grande repressione finanziaria per forzare tassi reali negativi. Ma, per evitare fughe di capitali, tali misure dovrebbero essere prese da molti paesi in modo quasi coordinato.
Sarà una lunga traversata nel deserto, per il Regno Unito. Benvenuti nel club Europa, il continente che si credeva un modello.
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