La lettera di Donald Trump alla Ue, datata venerdì 11 luglio ma inviata sabato 12, col dazio di “base” che dal primo agosto sale al 30 per cento, ha avuto l’effetto di un sonoro ceffone ai Ventisette, in un sonnacchioso sabato estivo. Tra gente che non se lo aspettava (chissà perché, poi) e altri che sono accorsi con la calcolatrice al grido “moriremo tutti”, penso sia utile una bella sessione di domande e risposte, di quelle a cui si ricorre quando grande è la confusione sotto il cielo e la situazione è tutt’altro che eccellente.
Perché proprio ora questa lettera? Perché proprio alla Ue?
In che senso? Questa lettera è un modello, un template direbbero quelli bravi, come quello inviato in settimana a Giappone e Corea del Sud. Praticamente parola per parola, inclusa minaccia di eventuale dazio pari al contro-dazio ritorsivo che il destinatario osasse applicare. E con aliquote di dazio identiche o simili.
Sì ma la Ue stava trattando…
Anche gli altri paesi. Il fatto è che Trump ha fretta di concludere “qualcosa”, ha notato che i famosi 90 deal in 90 giorni semplicemente non ci sono, perché ridefinire un trattato commerciale è una attività molto lunga e faticosa. Poi, il suo Segretario al Tesoro, Scott Bessent, gli ha detto che semplicemente non c’erano i tempi. Quindi lui ha usato questa tecnica del rilancio con rinvio. Carina ma bisogna vedere se ha gambe, e quanto solide.
Quindi a nulla è servito, in sede di G7, aver praticamente demolito il pilastro della Minimum Global Tax al 15 per cento stabilito in sede Ocse, esentando le imprese statunitensi.
Così pare. Il G6+1 ha fatto questo regalo a Trump, temendo che egli avrebbe confermato la famigerata Section 899 del Big Beautiful Bill Act, quella che gli consentiva di aumentare la tassazione a carico di investitori esteri negli USA, alzandola in quattro anni sino al 20 per cento. Un palese bluff che, se attuato, avrebbe causato un terremoto finanziario senza precedenti, con epicentro gli Stati Uniti. Ma comprendo che, in questo caso, “andare a vedere le carte” implicava una dose di sangue freddo che i paesi del G6 non hanno avuto. Punto per Trump.
Però i fatti danno ragione a Trump: la borsa è (era) ai massimi, l’inflazione da dazi non pervenuta….
E infatti queste circostanze lo hanno ringalluzzito. Ma la borsa è tornata sui massimi perché si è convinta che Trump bluffi. Quanto all’inflazione, ci sono lag temporali anche piuttosto ampi, prima che l’impatto sui prezzi al consumo si faccia sentire. Inoltre, molti esportatori negli Stati Uniti stanno sanguinando copiosamente, abbattendo i prezzi di vendita in misura prossima al dazio, pur di passare ‘a nuttata e confidando nel ritorno dello status quo ante. Pensa ai costruttori giapponesi di auto, poveracci. Queste circostanze hanno convinto Trump che le sue manovre non sono inflazionistiche e che gli USA potranno resistere un minuto più degli “avversari” che esportano da loro. Un calcolo che potrebbe rivelarsi errato.
Però Regno Unito e Vietnam hanno chiuso gli accordi rapidamente.
Davvero? Il Regno Unito ha chiuso una cornice di accordi con quote a dazio ridotto e non nullo e congelate sui livelli di esportazione dello scorso anno, e in contropartita ha aperto il suo mercato a importazioni agroalimentari statunitensi. Che, sulla carta, rispettano gli standard fitosanitari nazionali ma, con Trump, gli accordi semplicemente non valgono la carta su cui sono scritti. Quanto al Vietnam, una meraviglia: dazio base al 20 per cento, che raddoppia in presenza di componenti cinesi. Ma nulla è stato definito riguardo queste “regole di origine”, quindi anche qui buio pesto. Davvero questi ti paiono “accordi” da prendere a modello?
E la Cina?
Con la Cina è stato concluso un “accordo per trovare un accordo” per il semplice motivo che Pechino, con le sue licenze all’esportazione di terre rare, magneti e minerali critici, tiene letteralmente per le palle l’Occidente, scusa il tecnicismo. Ma non è un accordo commerciale, sia chiaro.
Capisco. E ora?
Ora si torna a trattare, con un occhio sulle reazioni dei mercati e su Mister Taco.
Le reazioni tra gli esportatori italiani sono state di vero e proprio shock.
Ti aspettavi qualcosa di diverso? Lasciami prima di tutto esprimere solidarietà agli uffici stampa delle associazioni imprenditoriali, brutalmente sottratti agli ozi di un caldo weekend di luglio per vergare comunicati in cui ci informano dei millemila miliardi che perderanno coi dazi al 30 per cento. Ma sono le dichiarazioni di circostanza, incluse quelle della politica, che mi lasciano tra perplesso, divertito e irritato.
Spiega.
Beh, siamo in modalità “fate presto”, ma anche “non reagite alle provocazioni” con una spruzzata di “L’Europa si svegli”, “L’Europa negozi”, “L’Europa non cada nelle provocazioni”, “L’Europa reagisca e si faccia rispettare”. Che vuol dire, esattamente? L’Europa negozi, cosa? Eliminare le tutele fitosanitarie alle importazioni agroalimentari? Cancellare le norme sui mercati digitali? Non reagisca nel senso di accettare tutte le richieste di Trump? Si faccia rispettare nel senso di mettere contro-dazi e accettare le conseguenze? Ditemi, sono tutt’orecchie.
Giorgia Meloni è accusata di connivenza con Trump.
Giorgia Meloni non ha alcun potere, in questa vicenda. Può partecipare ai “suggerimenti” a Ursula von der Leyen ma alla fine siamo in Ue, e il prodotto finale resta un compromesso. I tedeschi vogliono cose diverse dai francesi, che vogliono cose diverse dagli italiani, eccetera. Compromesso e comune denominatore: questa è la Ue. Non esistono “ponti” né “pontieri”. Per quello sorrido quando leggo i proclami della nostra opposizione. Che vogliono burro, cannoni e cannoli, come sempre. Come ogni opposizione. Ma sorrido anche leggendo i proclami di qualche governo nazionale.
Tipo?
Tipo i soliti galletti francesi. Che ora vogliono usare lo strumento anti-coercizione contro gli americani, cioè ad esempio trasformare i loro software e la loro proprietà intellettuale in carta straccia, e liberi tutti. Così gli americani imparano. Salvo poi farsela sotto se Trump minaccia maxi dazi su cognac e champagne e tornare a più miti consigli. La Ue non ha bisogno di guappetti da periferia disagiata.
Ma questa storia che “i dazi al 10 per cento vanno bene?” Non ti pare un’assurdità?
Una leggerezza e faciloneria da compromesso europeo, dove gli italiani hanno subito sposato la tesi perché convinti che le nostre esportazioni siano poco elastiche ad aumenti di prezzi per i consumatori americani. Può essere, se lo pensano avranno fatto degli studi specifici. O no? No, vero? Però, come dico sempre, falliremo ma almeno divertendoci con qualche guitto sempre sul pezzo.
Chi?
Quelli che danno la colpa di tutto “alla Germania” e alla “Ue a trazione tedesca”, scordando che il Cancelliere Merz ha più fretta di Meloni di fare concessioni perché crede, povero illuso, di poter salvare la sua industria dell’auto. E anche quelli che “i dazi potranno beneficiare il nostro paese, in fondo nella precedente presidenza Trump i dazi sono aumentati e il nostro export pure”. E poi, non lamentiamoci: “con i dazi arriveranno più turisti americani”. Cose così, insomma. Gente che alla logica dà del tu ma quella li scansa e li ignora, minacciando di chiamare la polizia se dovessero proseguire a importunarla.
Ma non si potrebbe trovare altri mercati di sbocco?
Certo, ma rinunciare a quello americano è irrealistico. E comunque, i trattati commerciali sono processi molto lunghi e faticosi, dove vengono soppesate le virgole. Non sono interruttori di acceso e spento, a seconda delle esigenze mediatiche e dei relativi spin. Pensa a quello tra Ue e Mercosur, in gestazione da un quarto di secolo e che ancora non vede la luce per interessi nazionali dai due lati della barricata negoziale. Ma questo concetto del commercio come interruttore può servire al più a qualche editorialista che mai ha messo piede in vita sua in un’azienda.
Le nostre imprese esportatrici chiedono “compensazioni”. Che vuol dire?
Vuol dire, in essenza, “datece li sordi“. Anche se qualche loro rappresentante cerca di non dare questa impressione e vola alto proclamando stentoreo che “la Ue ora abbatta le barriere interne”. Che sono quelle su cui molte loro aziende fanno gli utili nei singoli mercati nazionali. Ma dare “compensazioni” alle imprese esportatrici, cioè indennizzarle per i dazi, vuol dire usare denaro pubblico per pagare i dazi agli americani. Non mi pare idea molto intelligente. I nostri esportatori sono un po’ come i paladini della “lotta agli sprechi della spesa pubblica”. Nel senso che gli “sprechi” sono sempre quelli degli altri. Qui, allo stesso modo, “la Ue reagisca ma non a danno del mio settore”. E anche “basta barriere tranne le mie”. Fammi però dire che, nella preoccupazione del momento, riesco anche a sorridere.
Beato te. Perché?
Perché vedo corporazioni di esportatori improvvisamente diventate paladine del libero commercio. Sono quelle per cui valeva il sacro principio “il chilometro zero per me, i dazi per gli altri”.
Vabbè, quindi non se ne esce? Trump ha vinto?
Non ho detto questo. Trump viene intimidito dai mercati finanziari, che gli ricacciano in gola i proclami bellicosi. Andrà così anche questa volta, anche se il mio ragionamento ti appare minimalista. Ma i problemi restano tutti sul tappeto, per tutti e in tutto il mondo. E non saranno i proclami di qualche leader studentesca fuori corso o di qualche demagogo frutto del degrado della politica italiana a cambiare il corso della storia.
(Immagine creata con WordPress AI)



