Bugie, dannate bugie e statistiche trumpiane

Durante un’intervista televisiva, il direttore del Council of Economic Adviser della Casa Bianca, Kevin Hassett (che potrebbe essere nominato a giorni nuovo governatore della Fed e diventarne lo shadow chair ai danni di Jerome Powell), ha detto che Donald Trump vuole persone di sua fiducia anche nel Bureau of Labour Statistics (BLS), “in modo che i numeri del lavoro siano più trasparenti e affidabili”.

Frase piuttosto singolare, perché sembra che trasparenza e affidabilità delle statistiche economiche dipendano dal rapporto fiduciario che chi li elabora ha col capo della Casa Bianca. Su questo punto, infatti, Trump e i suoi sicofanti non sono perfettamente allineati ma non perché i secondi abbiano deciso di disputare le visioni del Grande Capo quanto perché il medesimo non ha ancora deciso se al BLS c’è un problema di metodologia oppure “i numeri sono truccati”, come è riuscito ad affermare ovviamente senza prove.

Revisioni traumatiche

Hassett cerca di coprirsi le scommesse, e infatti afferma di essere preoccupato per l’ampiezza delle revisioni. Quando i dati vengono rivisti ovunque, ha detto a Fox News, “ci saranno persone che si chiederanno se c’è dietro un modello di parte.” Il che ribalta la critica che economisti di ogni orientamento hanno rivolto a Trump dopo la brutale rimozione di Erika McEntarfer. Che fu confermata dal senato, dopo la designazione da parte di Joe Biden, con una maggioranza bipartisan quasi bulgara. Hassett ha dichiarato che già nel 2015 egli aveva chiesto una revisione del processo, perché “i numeri non stanno tenendo il passo dell’economia”.

Il rapporto sull’occupazione in luglio ha indicato che gli Stati Uniti hanno aggiunto 73.000 posti, ben al di sotto delle aspettative. Ma quel che ha scosso i mercati è stata l’ampiezza della tradizionale revisione dei dati del bimestre precedente: meno 258 mila posti rispetto a quanto inizialmente riportato. Di conseguenza, a maggio sarebbero stati creati solo 19 mila nuovi posti netti e a giugno appena 14 mila.

Le revisioni non sono né insolite né infrequenti. Si pensi al clamoroso ridimensionamento di oltre 800 mila posti in un anno, annunciato lo scorso agosto nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali, peraltro ridimensionato mesi dopo a una perdita di meno di 600 mila posti. Per la serie “la commissaria del BLS lavora per i Dem”. Si è visto.

I problemi delle statistiche

Ci sono tuttavia innegabili problemi nei processi di raccolta dati, che possono minarne la qualità. Ad esempio, per calcolare l’inflazione al consumo, i rilevatori del BLS raccolgono ogni mese circa 90.000 dati di prezzo, coprendo 200 diverse categorie di articoli, e ci sono diverse centinaia di rilevatori sul terreno, attivi in 75 aree urbane. Quando i dati non sono disponibili, il personale del BLS sviluppa solitamente stime per circa il 10 per cento delle celle nel calcolo dell’indice dei prezzi al consumo. Tuttavia, la quota di dati stimata è aumentata significativamente negli ultimi mesi ed è ora superiore al 30 per cento, come segnala il capo economista di Apollo, Torsten Slok. Il che significa che oggi quasi un terzo dei prezzi che entrano nell’indice dei prezzi al consumo sono “supposizioni” basate su altre raccolte di dati nello stesso indice. I licenziamenti di dipendenti pubblici attuati dal DOGE possono aver avuto un peso in questo deterioramento del processo di raccolta dati.

Ma c’è anche un altro fenomeno, che minaccia la qualità delle rilevazioni: il calo in apparenza inarrestabile di chi risponde ai sondaggi relativi all’occupazione. I dati raccolti dal BLS si basano su un’indagine mensile volontaria di 121.000 imprese e agenzie governative, la cosiddetta Establishment Survey. In un mese tipico, il BLS riceve risposte da circa il 60 per cento delle entità nel suo campione in tempo per il rapporto mensile sull’occupazione. La maggior parte dei restanti normalmente risponde nei mesi successivi, portando a revisioni di routine. Ma è evidente che, se il numero complessivo di rispondenti è in calo, il problema si pone. Stessa criticità per l’altra grande rilevazione mensile, la cosiddetta Household Survey, che interroga le famiglie: anche qui, tasso di risposta in caduta libera, da tempo:

Oltre a questi problemi (riduzione del numero di rilevatori sul campo e del tasso di risposta ai sondaggi), ce ne sono altri di natura metodologica. Ad esempio nel cosiddetto modello Birth/Death. In pratica, le stime basate su campioni vengono adattate ogni mese da un modello statistico progettato per ridurre una fonte principale di errore non campionario, che è l’incapacità del campione di catturare, in modo tempestivo, la crescita netta dell’occupazione generata dalla formazione di nuove imprese e dalla cessazione di quelle esistenti. Il modello Birth/Death è necessario e funziona abbastanza bene ma tende a perdere efficacia nei momenti di transizione di stato, ad esempio nelle riprese e nella fase precedente la recessione.

L’ossessione per i tassi

Quindi, per tirare le somme: Trump è davvero preoccupato per la qualità dei dati oppure vuole semplicemente imitare le dittature e autocrazie che tanto lo affascinano? Domanda retorica, temo: il personaggio è convinto che la legittimazione tramite voto popolare lo renda una sorta di divinità.

Le indagini statistiche sono, appunto, statistiche: non sono basate su leggi fisiche. Ci si può interrogare su eventuali miglioramenti metodologici, cosa che avviene regolarmente per opera degli addetti ai lavori. Ma fare quello che Trump ha fatto venerdì avvicina ulteriormente gli Stati Uniti a una Repubblica delle Banane, più che a un mercato emergente. Peraltro, che farà Trump se, una volta soggiogato anche il BLS, si trovasse con survey private del tutto divergenti rispetto a quelle pubbliche? Le metterebbe fuorilegge, in modalità russa o cinese? E i mercati, quando applicheranno un vero sconto alla demolizione della credibilità del sistema paese statunitense? Ricordate: questi fenomeni non sono lineari e le cose accadono lentamente, poi velocemente.

La rozza funzione di utilità di Trump è piuttosto ben delineata: l’economia cresce? I tassi vanno ridotti. L’economia rallenta? I tassi vanno ridotti. Tutto per ridurre l’onere della spesa per interessi. Un vero peccato che i mercati non saranno d’accordo. “Vogliono farmi fare una brutta figura” pubblicando dati negativi. Oggi abbiamo anche le statistiche sovversive. Quelle che Trump si accinge a riscrivere, ad esempio.

  • Nota a pie’ di pagina ma non meno rilevante: la tendenza al calo del tasso di risposte dei sondaggi sull’economia non riguarda solo gli USA: si segnalano problemi analoghi per Regno Unito, Australia, Canada. Non è solo diffidenza da crescente pan-politicizzazione: le persone sono sospettose perché assediate da tentativi di truffe e spam, via mail e telefono.

(Una versione adattata di questo articolo è stata pubblicata su Il Foglio del 5 agosto 2025)

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