Mentre siamo tutti in attesa di vedere apparire l’inflazione da dazi, con il dato di luglio che mostra che i prezzi si stanno lentamente surriscaldando, soprattutto al netto delle componenti volatili di alimentari ed energia, e con la Federal Reserve che a settembre dovrebbe tagliare di un quarto di punto perché lo shock delle revisioni al dato di occupazione pare aver turbato alcuni governatori, l’attenzione si sta inesorabilmente focalizzando sulle entrate da dazi, che stanno raggiungendo importi di tutto rispetto.
Non spiccioli
Secondo il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, si viaggia verso i 300 miliardi di dollari per il 2025. Anche se non si tratta di una somma tale da sanare il deficit (pari a oltre 1.600 miliardi nei primi dieci mesi dell’anno fiscale 2025), non si tratta neppure di spiccioli. Vedremo come evolverà nel tempo la ripartizione dell’onere, cioè la risposta alla domanda “chi paga?” tra esportatori, importatori e consumatori. Nel frattempo, l’idea di un ritorno allo status quo ante e ad un panorama senza dazi comincia ad allontanarsi anche dalle menti dell’opposizione a Trump.
Come riporta Bloomberg, il deputato Dem Jake Auchincloss, del Massachusetts, oggi sotto i riflettori come il maggior oppositore parlamentare alla politica sanitaria di Robert F. Kennedy Jr., ha dichiarato che, pur essendo un free trader, ritiene che “alcune forme di dazi siano destinate a restare”. Auchincloss in passato è stato membro del Select Committee on the Chinese Communist Party e ha sostenuto l’uso dei dazi per formare una coalizione anti-Pechino. Che poi è quello che lo stesso Bessent aveva tratteggiato, prima che Trump scoprisse il potente leverage cinese sui minerali critici e sbracasse con Xi Jinping imbarcandosi in un negoziato in cui pare essere disposto a vendere alla Cina anche i chip AI di fascia alta, purché i venditori americani (cioè soprattutto Nvidia) paghino il loro governo. Le motivazioni di una simile giravolta le svelerà la storia.
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Torniamo al maxi incasso di dazi, quello che ha convinto Trump che gli Stati Uniti hanno scoperto la pentola d’oro in fondo all’arcobaleno. Quelli applicati da Trump invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), legge federale che conferisce al Presidente ampi poteri in caso di emergenza economica o minaccia alla sicurezza nazionale di origine estera, sono stati sfidati in tribunale perché si ritiene che Trump abbia esondato dalle sue prerogative e dai suoi poteri.
Nelle more dell’iter giudiziario, Trump ha deciso che la sua linea difensiva è che i dazi sono “too big to fail“, nel senso che rimuoverli causerebbe una devastazione economica al paese. Tale singolare tesi è espressa nella lettera che il Solicitor General del Dipartimento della Giustizia ha inviato il giorno 11 agosto alla Court of Appeals for the Federal Circuit, che deve pronunciarsi sul caso.
Dazi o muerte
La tesi è che, poiché i paesi con cui Trump ha negoziato dopo l’imposizione di dazi applicati invocando la normativa IEEPA si sono “impegnati a pagare migliaia di miliardi di dollari”, dichiarare illegittime le azioni di Trump causerebbe un irreparabile dissesto alle casse federali. La cosa è obiettivamente buffa o più propriamente ridicola, perché quelle “migliaia di miliardi”, i famosi superticket promessi per avere lo sconto sui dazi, almeno secondo Trump, semplicemente non sono ancora stati versati. Se e quando accadrà, la loro forma tecnica sarà perlopiù quella di prestiti o garanzie su prestiti per realizzare iniziative manifatturiere sul suolo degli Stati Uniti ma di mutuo interesse delle controparti estere. Ad esempio, cantieri navali finanziati con prestiti erogati (o più probabilmente garantiti) dalla Sud Corea.
In sostanza, non è che questi paesi stiano pagando (o addirittura abbiano già pagato) un gigantesco pizzo la cui restituzione sarebbe letale per le casse federali americane. Quindi, le motivazioni legali dell’Amministrazione sembrano piuttosto demenziali. Ma tant’è, visto che Trump va in giro a dire che sarebbe un nuovo 1929, e lo ha fatto mettere per iscritto nel filing del Dipartimento di Giustizia assieme ad altre amenità del tipo “le persone sarebbero cacciate dalle loro abitazioni, milioni di posti di lavoro sarebbero eliminati, i lavoratori americani perderebbero i loro risparmi e persino Social Security e Medicare sarebbero minacciati”. Siamo in prossimità di una piaga biblica se Trump perdesse l’appello, in pratica.
Ma, a parte queste sceneggiate per arrivare senza intoppi al giudizio ultimo della Corte Suprema, che Trump presume favorevole, resta il punto: le entrate correnti da dazi (quelle che si incassano ogni giorno) sono talmente elevate da far gola alla politica, almeno sin quando non dovesse palesarsi un problema serio in termini di stagflazione e conseguenti perdite di posti di lavoro. In quel caso, Trump sarebbe lesto a spendere il maxi-tesoretto, almeno in parte, inviando assegni a casa degli americani e proclamando un futuro così luminoso da richiedere gli occhiali da sole. Sarebbe in realtà solo la assai parziale restituzione del maltolto.
Resta che questi dazi, con aliquota media calcolata tra il 15 e il 20 per cento, rappresentano l’equivalente di una stretta fiscale senza precedenti (oltre che regressiva) nella storia degli Stati Uniti, presentata però come una poderosa redistribuzione dal resto del mondo agli States. Attendendo il risveglio, è facile comprendere perché Trump voglia neutralizzare l’effetto restrittivo dei dazi con un allentamento monetario a sua volta senza precedenti. Vedremo se la realtà sarà d’accordo. In caso non lo fosse, si può sempre comprare tempo per “rallentarla”.
Ma anche il prossimo inquilino della Casa Bianca, in caso fosse un Democratico, magari di rito socialista, potrebbe ritenere le entrate da dazi “necessarie per proteggere i lavoratori americani”. A crederci.