L’India, bullizzata da Trump, spinge la crescita interna

Nel caos primordiale che caratterizza le decisioni di Donald Trump, si staglia distintamente un caso di non semplice lettura: quello della punizione che la Casa Bianca ha deciso di infliggere all’India con dazi aggiuntivi del 25 per cento che si sommano a quelli “reciproci” di pari entità. Il tutto dopo che i rapporti tra Trump e il premier indiano, Narendra Modi, sembravano pressoché idilliaci al tempo della visita americana di Modi, in quell’era remota in cui Elon Musk era di casa alla Casa Bianca e scorrazzava felice per le stanze di Mar-a-Lago.

Sanzione secondaria o primaria?

Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, è giunto a definire l’extra dazio a carico di Delhi come “sanzione secondaria”, cioè che penalizza l’India per l’acquisto di petrolio russo. Lo stralunato consigliere di Trump per il commercio internazionale, Peter Navarro, ha persino scritto una letterina al Financial Times per spiegare perché gli americani hanno deciso di punire le presunte nefandezze dell’India, “finanziatrice della macchina da guerra russa”. Se non fosse che il quadro resta poco convincente oltre che viziato da enorme ipocrisia americana. Che è sempre esistita, sia chiaro, ma che con Trump è finita decisamente fuori scala.

Trump e il suo vice, JD Vance, hanno accantonato l’ipotesi di sanzioni secondarie contro la Russia perché “controproducenti”. Argomentazione che, esercitando un modicum di logica, era valida anche prima della farsa del vertice in Alaska. Quindi, secondo la stessa logica, non ha senso punire l’India per gli acquisti di greggio russo, che peraltro pare proseguano. Quelle contro Delhi sono sanzioni primarie rafforzate, dunque. Ma perché?

La risposta che molti osservatori hanno dato è che l’India non ha ancora raggiunto un accordo per il “riordino” del suo interscambio con gli USA, e che Modi non ha alcuna intenzione di alienarsi il potente esercito dei suoi connazionali agricoltori e allevatori aprendo alle importazioni dagli Stati Uniti. Ma la misura dell’ipocrisia e dell’incoerenza di Trump va messa in luce con alcuni numeri.

Che vengono forniti, di fatto in replica a Navarro, da un puntiglioso commento, sempre sul FT, di un ex consigliere del ministero degli Esteri indiano. La vicenda: Delhi era un compratore marginale del greggio russo, sino all’invasione dell’Ucraina. Dopo la quale, gli europei hanno iniziato a sostituire le forniture energetiche di Mosca, mettendo pressione ai prezzi globali. L’India inoltre sarebbe stata incoraggiata a comprare il greggio russo dall’Amministrazione Biden, come modo per stabilizzare il mercato. Lo switch era un tale win-win da non richiedere ulteriori valutazioni.

Travi e pagliuzze

L’ex consigliere diplomatico indiano snocciola poi i dati di realtà: tra tutti, svetta quello che indica che la Cina è il maggior importatore di greggio e carbone russi. La Ue è il primo cliente del gas naturale liquefatto di Mosca, oltre che di quello da pipeline (sì, lo è ancora). Gli stessi USA continuano a importare fertilizzanti dalla Russia, oltre che dalla Bielorussia, e a comprare da Mosca plutonio e uranio per la sua industria nucleare. Auto ed elettronica americane utilizzano il palladio russo. L’America ha le mani pulite?, si chiede retoricamente il diplomatico indiano. Ma sono i numeri a dare la misura dell’assurdo che permea le azioni di Trump:

Le esportazioni dell’India verso la Russia sono minime, inferiori a 5 miliardi di sterline all’anno. Altri alleati stretti dell’America, tuttavia, hanno un interscambio commerciale molto più robusto. Eppure, questo sembra non importare ai critici ipocriti. Confrontate i numeri dell’India con le esportazioni dell’Ue di 34 miliardi di sterline verso la Russia, il contributo della Turchia di 9 miliardi di dollari e il mammut della Cina di 115 miliardi di sterline.

E poi ci sono gli escamotage europei, che sono sotto gli occhi di tutti:

È vero che il dato dell’Ue è diminuito significativamente dal 2021. Tuttavia, questo declino non è così semplice come appare. Come ha sottolineato una pubblicazione della Brookings Institution nel settembre 2024, le esportazioni dell’Ue — in particolare dalla Germania e dall’Italia — verso l’Asia centrale e il Caucaso sono aumentate drasticamente dall’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. “Questo boom delle esportazioni”, ha affermato il rapporto, “è così grande che non può concepibilmente essere destinato alla domanda interna di questi paesi”. Ha suggerito invece “trasbordo di beni . . . [che] potrebbero essere sproporzionatamente importanti per la Russia”.

Difficile sfuggire allo sconcerto e all’irritazione, di fronte alla condotta di Trump. Gli USA hanno in corso il “negoziato” con la Cina, di recente prorogato di altri 90 giorni, ma è del tutto evidente che il leverage negoziale lo ha Pechino, con l’export di terre rare e magneti ad esse legati. Ci sono poi condotte di Trump che potrebbero essere generosamente definite “transazionali”, come il prelievo del 15 per cento sulla vendita di chips alla Cina da parte di Nvidia e AMD, se solo non ci fosse di mezzo la sicurezza nazionale.

Ma, anche in questo caso, gli americani hanno vandalizzato il negozio di porcellane, con le dichiarazioni del Segretario al Commercio, Howard Lutnick, secondo cui è bene vendere i chips H20 Nvidia ai cinesi per mantenere la loro dipendenza (tutta da provare) dalla tecnologia americana, anche da quella di fascia bassa. Incazzatura cinese e “consiglio” ai produttori domestici di non usare chips americani, anche per evitare rischi di tracciamento e disattivazione da remoto. “Consiglio” e non obbligo perché pare che, al momento, i cinesi non abbiano sufficiente capacità produttiva domestica. Ma è solo questione di tempo, prima di arrivarci.

Ma torniamo all’India, e alla “punizione” per non aver ancora raggiunto l’accordo commerciale con gli americani. Secondo alcuni osservatori, probabilmente psichiatri o geriatri, dietro tale punizione ci sarebbe anche il risentimento di Trump perché Delhi, a differenza degli “astuti” pakistani, non avrebbe dato al presidente americano il merito decisivo per aver fermato il confronto armato tra le due potenze nucleari regionali. Islamabad peraltro ha candidato Trump al Nobel per la pace, oltre a offrire deal su minerali e cripto. Il capo dell’esercito pakistano è stato addirittura a pranzo alla Casa Bianca, settimane addietro.

Non si può comunque escludere che Trump o alcuni suoi ascoltati consiglieri (del momento) abbiano ritenuto che l’India è un effettivo punto di pressione per disarticolare e indebolire i fantomatici Brics. Delhi e Mosca proprio in questi giorni stanno avendo un dialogo commerciale con obiettivi ambiziosi, come l’aumento del 50 per cento dell’interscambio bilaterale entro cinque anni, al livello di 100 miliardi di dollari. L’India punta a esportare in Russia un po’ di più degli attuali striminziti cinque miliardi di dollari annui.

Modi spinge i consumi interni

È senso comune ritenere un errore, da parte americana, spingere Delhi tra le braccia di Pechino. Forse Trump pensa che tale rischio non esista comunque. Per ora, l’India limita -assai parzialmente- i danni perché Apple continuerà ed espanderà le sue operazioni nel paese, visto che Trump ha generosamente assegnato a Tim Cook -dopo consegna di opportuno trofeo nella Sala Ovale e genuflessione di rito in diretta televisiva- l’esenzione dai dazi, inclusi i prossimi settoriali sui semiconduttori. Sospetto che il taglieggiamento non finirà qui ma è problema di Apple.

Quello che è interessante è che Modi ha deciso di spingere i consumi domestici, riducendo e semplificando l’imposta sulle vendite (GST, Goods and Services Tax). Oggi ha quattro aliquote (5, 12, 18 e 28 per cento), dovrebbero restare la prima e la terza. A beneficiarne sarebbero soprattutto le auto di piccola cilindrata. L’India ha un modello di crescita che poggia in modo decisivo sui consumi interni, che hanno un’incidenza quasi “americana” sul Pil: il 61, 4 per cento, al massimo da vent’anni, e il governo quest’anno ha ampliato la no tax area mentre promette massicci aiuti per spingere l’occupazione giovanile.

Tutto si tiene, considerando che la fascia di indiani tra i 18 e i 35 anni è di ben 600 milioni di persone. Senza un’occupazione, e un reddito, la classe media non decolla. Niente consumi e si resta al palo. Ma l’India avrà bisogno di ben altre riforme e non solo di pesanti sussidi all’occupazione giovanile, visto che rappresenta l’eterna promessa di decollo economico, sempre frustrata da una struttura federale che moltiplica barriere, tasse e burocrazia. Però Modi ci prova e potrebbe passare alla storia, a patto di iniziare a mettere d’accordo i suoi stati. Che dovrebbero mettere la metà della copertura del taglio della GST, stimato pari allo 0,4 per cento del Pil.

Perché i Trump passano, ma la crescita economica deve restare e irrobustirsi. E, visti i tempi, meglio perseguirla attraverso la domanda interna, che serve anche puntellare il nazionalismo. Fermo restando che, come dimostra proprio Trump con la Cina, nessun paese è un’isola.

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