Oggi parliamo di due situazioni, molto lontane, molto diverse eppure con un comune denominatore: il rischio che la massa di indebitamento privato provochi, direttamente o indirettamente, il collasso dell’economia di un paese. Esempi raggelanti della vulnerabilità estrema dei sistemi economici nazionali, nell’era della globalizzazione finanziaria estrema.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da alcuni giorni i paesi emergenti sono oggetto di forti vendite sui mercati di cambi, azioni ed obbligazioni. L’India ha visto una drammatica accelerazione del deprezzamento della rupia, un rialzo dei rendimenti obbligazionari e forti ribassi dei corsi azionari. Considerazioni analoghe valgono anche per Indonesia, Thailandia e, fuori dall’Asia, per Brasile, Sudafrica e Turchia.

Se pensate che quote rosa ed affirmative action assortite siano piaghe caratteristiche delle decadenti democrazie occidentali, leggete quanto scritto da Federico Rampini nel suo ultimo libro, L’impero di Cindia:

Ajay Dixit appartiene all’immensa corporazione dei Babu, la burocrazia indiana, quindi di servizi pubblici se ne intende. Quando mi invita a cena a New Delhi, il suo primo avvertimento è questo: “Se vi ammalate in questo paese, prima di farvi visitare in un ospedale di Stato chiamatemi, controllerò il cognome del medico per capire di che casta è. Se è un Dalit, non ci si può fidare. Può avere avuto quel posto non perché è competente, ma per riempire le quote riservate agli intoccabili.
Anche in questo caso l’arretratezza e la modernità indiana si mescolano e si sovrappongono. Da un lato c’è il tremendo retaggio storico delle caste. Dall’altro, sul modello degli Stati Uniti, anche qui esiste da tempo la “affirmative action”, un sistema di regole per promuovere l’ascesa professionale e sociale dei gruppi più sfavoriti. Dal 2005 una nuova legge ha esteso il sistema delle quote su un nuovo terreno, bastione del liberismo: perfino le scuole private – gli istituti di élite dove i figli dei ricchi si preparano per gli esami di ammissione alle superuniversità – devono riservare il 22 per cento dei posti agli studenti alle categorie più povere, inclusi i Dalit.