Dopo aver conseguito una confortante vittoria alle elezioni di midterm, tale da mettere al sicuro il suo potere di veto sul parlamento, il presidente argentino Javier Milei deve ora preparare la seconda parte del suo mandato, agendo soprattutto sulla capacità del paese di generare riserve valutarie proprie, oggi pressoché inesistenti. Per fare ciò, è opinione quasi plebiscitaria degli economisti, occorrerà risolvere la questione della sopravvalutazione del peso. Il che significherebbe, a parità di ogni altra condizione, tornare a importare inflazione durante la transizione.
- Leggi anche: Milei e l’eterno ritorno del peso al collo
Oltre a questo tema, che resta centrale per la sopravvivenza dell’esperimento di Milei, il presidente argentino ha manifestato l’intenzione di agire sul mercato del lavoro, che rappresenta uno degli orrori economici del paese, con un settore informale abnorme, a causa del quale i pochi che lavorano “in chiaro” hanno sin qui sopportato il peso degli aggiustamenti, in termini di maggiori tasse. Vi ricorda qualcosa di familiare? Anche a me, solo che in Argentina siamo su livelli che definire patologici è un pallido eufemismo.
Due riforme esistenziali
Riformare mercato del lavoro e fisco, i due cardini della prossima azione di Milei. Riguardo il primo, un dato su tutti: oggi 6,5 milioni di argentini lavorano in modalità “emersa”, su un paese di 46 milioni di abitanti. Milei vorrebbe destrutturare la contrattazione collettiva, decentrandola. Al contempo, vorrebbe anche ridurre i costi dello scioglimento del rapporto di lavoro, che sono alla base di un enorme contenzioso e di altrettanto elevati costi per il sistema delle imprese, contribuendo a spingere verso il sommerso.
Con così tanti argentini che lavorano in nero, come si diceva, il peso degli aggiustamenti fiscali ricade su chi lavora nel settore formale, cioè in regola. Secondo uno studio della confindustria argentina, la pressione fiscale sul settore formale è di quasi il 51 per cento del Pil, a fronte di una pressione fiscale ufficiale complessiva di solo il 29,4 per cento. In questa discrepanza c’è tutto il devastante cuneo prodotto dal sommerso.

Tagliare i costi per le imprese è vitale soprattutto perché Milei, agendo all’opposto del suo protettore Donald Trump, sta smantellando dazi e barriere non tariffarie alle importazioni, in un paese tra i più protezionisti al mondo. L’effetto di questa manovra è stato, ovviamente, l’entrata in crisi della manifattura, impreparata gestire lo shock e che sta cancellando decine di migliaia di posti di lavoro. Questo per ricordare che le transizioni non sono mai un pranzo di gala ma semmai sono un trauma, e che molte di esse falliscono proprio per l’impossibilità di sopportare il dolore.
- Leggi anche: Argentina, sulla strada della realtà
Milei vuole quindi cancellare una ventina di tributi a carico delle imprese, riducendo l’onere fiscale complessivo, e riformare l’imposta sul valore aggiunto, modificandone anche la ripartizione tra governo federale e province.
L’assurda tassa sull’export
Ma, dal versante fiscale, c’è un tributo che testimonia tutta la follia dell’involuzione della politica economica argentina: le imposte sulle esportazioni. Lo spiega un articolo di Greg Ip sul Wall Street Journal, definendola la tassa più strana del mondo. E anche una delle più perverse, aggiungerei. In campagna elettorale, due anni addietro, Milei aveva promesso di eliminarla. Per ora, al netto di interventi minori, ciò non è avvenuto. Al momento, nemmeno il bilancio del prossimo anno ne prevede la cancellazione. Prima bisognerà trovare le coperture, visto che il bilancio deve restare in pareggio.
Le imposte sulle esportazioni sono state spesso una costante dei paesi in via di sviluppo ma sono state eliminate pressoché ovunque, Argentina inclusa, a inizio del nuovo millennio. Ma, nel 2002, il collasso dell’hard peg del peso sul dollaro, che ne imponeva una artificiosa parità, e la conseguente profonda recessione hanno portato a ripristinare la tassa con la motivazione che gli esportatori beneficiavano della profonda svalutazione del peso e degli elevati prezzi delle materie prime, fatturate in dollari, sui mercati internazionali. In seguito, nel 2006, il presidente peronista Nestor Kirchner (marito di colei che gli sarebbe succeduta alla Casa Rosada, Cristina Fernandez) ha aumentato la tassazione per finanziare le maggiori spese e sostenendo che ridurre le esportazioni di prodotti agroalimentari avrebbe calmierato i prezzi domestici. La conseguenza è stata in realtà la decimazione delle mandrie argentine.
Oggi la tassa vale lo 0,9 per cento del Pil: quanto nessun altro paese, secondo Ocse e Banca Mondiale. Le conseguenze negative di questo tributo sono evidenti: poiché i prezzi delle materie prime vendute dall’Argentina sono determinati nei mercati globali, i produttori devono assorbire la tassa anziché trasferirla agli acquirenti. Ciò causa l’esclusione dalla coltivazione di parte dei terreni, divenuti non più economici al netto del tributo.
- Leggi anche: Argentina, splende il sol del peronismo
Un centro ricerche argentino stima che il 39 per cento delle terre agricole del paese non sia redditizio per la coltivazione della soia a causa della tassa sulle esportazioni, mentre sarebbero quasi tutte redditizie senza la tassa. Comprimendo i margini, la tassa scoraggia l’uso di costose sementi e fertilizzanti brevettati, abbattendo le rese. I produttori affermano che è per questo motivo che produzione ed esportazioni dell’Argentina sono rimaste indietro rispetto ai paesi suoi concorrenti. Dal 2009, l’area coltivata a soia è aumentata dell’8 per cento in Argentina, ma del 118 per cento in Brasile, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. Le tasse sull’export fanno stagnare la produzione di carne, latte e grani.
Come si può osservare, c’è moltissimo da fare, per fare uscire l’Argentina da decenni di sottosviluppo peronista. Non è detto che Milei vi riesca. Ma qualsiasi persona senziente, anche quelle a cui Milei non piace (non senza ragione), dovrebbe ammettere senza riserve che questa galleria degli orrori economici non deve tornare, essendo esattamente l’antitesi di ciò che un governo, di qualsiasi orientamento ideologico ma non criminale, dovrebbe perseguire. Questo andrebbe ricordato a chi, da noi, con supremo sprezzo del ridicolo e altrettanto sfoggio di ignoranza storica, è riuscito a fare un endorsement a favore del candidato peronista alle ultime presidenziali.
(Photo by Senado de la Nación Argentina, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons)