Ad agosto dello scorso anno, scrissi un articolo intitolato “Ingegneria previdenziale agostana per disperati“. Il tema era sempre quello, di disperata resistenza alla realtà: come fare lo scalpo alla odiata Legge Monti-Fornero e consentire il pensionamento con 41 anni di contributi? Nel frattempo, quel traguardo numerico si è squagliato come neve al sole, e nemmeno i suoi più strenui sostenitori dicono più che trattasi di “obiettivo di legislatura”, peraltro senza specificare quale.
In quell’articolo, c’era un paragrafo che diceva:
E mentre questi ingegneri previdenziali disperati cercano la quadra, il loro compagno di partito che siede alla scrivania di Quintino Sella studia nuovi modi per contrastare le uscite anticipate dal lavoro, ad esempio allungando le finestre pensionistiche mobili, cioè il periodo di tempo che intercorre tra la maturazione del diritto alla pensione e l’effettiva riscossione dell’assegno. Ecco, potremmo fare così: Quota 41 per tutti con finestre mobili di un lustro, e abbiamo battuto la Fornero. La forma è rispettata. A noi continua a fregarci la sostanza.
Una riforma delle pensioni in zona Cesarini
La legge di bilancio 2026 conferma e accentua quella tendenza. Vediamo perché. Nell’emendamento da 3,5 miliardi con cui il governo e la maggioranza stanno di fatto riscrivendo la legge ben oltre la zona Cesarini, è prevista una spremuta sulle pensioni anticipate, quelle che un tempo si chiamavano di anzianità. Sono quelle che oggi permettono di andare in pensione con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e dieci mesi di contributi per le donne.
Con l’emendamento presentato dal governo, a partire dal 2032 si allunga la “finestra mobile”, il tempo che occorre attendere prima di ricevere la pensione: dai 3 mesi ora previsti, a 4 mesi nel 2032 e poi progressivamente a cinque mesi nell’anno successivo e a 6 mesi dal 2034. Di fatto, quindi, si tratta di un aumento del tempo di permanenza al lavoro, a meno di sostenersi in quel periodo con risparmi propri.
Non è tutto. Una seconda norma massacra chi ha riscattato la laurea. I mesi riscattati varranno meno: una decurtazione di sei mesi il primo anno, poi di 12 nel 2032, 18 nel 2033, 24 mesi per chi matura i requisiti nel 2034 e 30 mesi per chi li matura nel 2035. Quindi, chi matura i requisiti nel 2035 e ha riscattato una laurea triennale, si troverà a perderne la contribuzione per cinque sesti, cioè l’83,3 per cento. Chi invece ha riscattato una laurea magistrale perderà la metà del periodo. Pare che il governo, per bocca della stessa premier, correggerà l’aspetto di retroattività della misura, ma l’impianto potrebbe restare. In assenza di modifiche questo vuol dire che la pensione “anticipata” slitta dagli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini a 46 anni e 3 mesi, considerando anche l’allungamento delle finestre di uscita. Non male, vero?
Ma c’è anche altro, in questa autentica riforma pensionistica fuori tempo massimo e lontano (per ora) dai riflettori. Dal prossimo primo luglio, per i neo assunti del settore privato, verrà introdotto un meccanismo di opt-out nella previdenza complementare. Cioè vi aderiranno automaticamente, a meno di rinuncia entro sessanta giorni. L’opposto di quanto avviene oggi, col meccanismo di opt-in.
È prevedibile un aumento graduale delle adesioni alla previdenza complementare per i lavoratori di prima assunzione. La relazione tecnica stima una media annua di adesioni nel periodo di 100mila l’anno (di cui circa 25mila l’anno relative a lavoratori presso imprese obbligate al versamento contributivo nella gestione a ripartizione relativa al fondo Tfr in ambito Inps). Come specifica il Sole:
È prevista l’adesione automatica alla forma di previdenza complementare prevista da accordi o contratti collettivi (anche aziendali o territoriali), privilegiando quella con il maggior numero di adesioni in azienda, ma in assenza di accordi è previsto il conferimento dell’intero Tfr e della contribuzione al fondo residuale [gestito dall’Inps, ndPh.]. Tuttavia la contribuzione del lavoratore non è obbligatoria se la Ral (retribuzione annua lorda) è inferiore all’assegno sociale (538 euro).
Abbiamo finito? Sì e no. Nel senso che dobbiamo unire i puntini. L’aumento del tasso di adesione alla previdenza complementare è un antico pallino leghista, perché i nostri eroi pensano che in tal modo sarà possibile spingere la gente a una sorta di RITA di massa, cioè a chiedere l’anticipo pensionistico, magari proprio a partire dai 41 fatidici anni di contributi, usando le risorse accantonate nei fondi pensione. E pazienza per quelli che hanno carriere contributive discontinue per precarietà cronica oppure (il che è lo stesso) per impossibilità a sacrificare una quota di retribuzione per la previdenza complementare.
Spinta alla previdenza complementare
C’è un’altra misura, prima di unire i famigerati puntini. Dal primo gennaio, se passerà l’emendamento nella forma attuale, tra i soggetti tenuti al versamento del Tfr al Fondo Inps vi saranno “i datori di lavoro che, negli anni successivi a quello di avvio dell’attività, raggiungano la soglia dimensionale dei 50 dipendenti, che attualmente sono esclusi dall’obbligo”. Nulla viene detto riguardo a possibili aiuti per le aziende che perderanno liquidità a seguito della misura.
Orsù, uniamo i puntini! Dovete sapere che l’ostacolo maggiore all’introduzione del meccanismo di opt-out, cioè all’adesione automatica ai fondi pensione da parte dei neo-assunti, è sempre lo stesso: i soldi pubblici, le coperture. Perché? L’ho scritto qui. Se il lavoratore di un’azienda con oltre 50 dipendenti sceglie di tenere il Tfr, i suoi versamenti finiscono al Fondo di Tesoreria Inps. Che con quei soldi paga ovviamente spesa corrente. Quindi, se anche solo il 10 per cento dei lavoratori cambiasse idea e volesse versare il Tfr ai fondi pensione occorrerebbe prevedere una copertura di almeno 620 milioni l’anno per coprire le “mancate entrate” all’Inps.
Ci arrivate? Ora, con l’aumento dei versamenti al fondo Inps indotti dalla nuova norma per le aziende che superano i 50 dipendenti dopo la loro costituzione, si creano le coperture per finanziare l’opt-out per i nuovi assunti, cioè la loro adesione automatica alla previdenza complementare.
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C’è un disegno, è innegabile. Piaccia o meno. Si spingono le forme pensionistiche complementari, ammesso e non concesso che i lavoratori abbiano i soldi per alimentarle, anche perché “qualcuno” crede che in tal modo si potrà anticipare l’età di pensionamento, tra alcuni lustri. Contenti loro. Poi, si fa cassa con l’allungamento delle finestre di uscita, e questo conferma quello che avevo scritto esattamente due anni addietro:
Il punto è uno e uno solo: questo governo, per vincoli finanziari crescenti, è costretto ad agire in questa direzione perché l’alternativa sarebbe una crisi di mercato finanziario. Con buona pace dei proclami di campagna elettorale. E non ci sono alternative, perché al governo resta la Signora TINA. La quale è stata posta al comando delle operazioni da decisioni di precedenti esecutivi, ad esempio la famosa Quota 100, a cui ha partecipato la stessa Lega.
Nelle pensioni il vero tesoro d’Italia
Nel coacervo di spesa pensionistica futura è nascosto il vero tesoro d’Italia. Il governo Meloni lo sta progressivamente portando alla luce, estraendo risorse. Con i (furono) diritti acquisiti si finanzia il calo dello spread e il miglioramento del rating, le varie ZES che si mettono in piedi, fors’anche il taglio della bolletta energetica. E altro. L’aspetto sublime è che queste manovre avvengono per mano di una maggioranza che ha tra le proprie componenti un partito che da anni strepita contro la Legge Fornero e che oggi partecipa attivamente a rendere quella legge più aspra, al limite della crudeltà. Però sventolando la bandiera del miraggio di uscite “anticipate” dal lavoro.
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Ad esempio, nel prossimo biennio i nostri eroi spenderanno 1,5 miliardi di euro per ritardare di un mese l’innalzamento dell’età pensionabile prodotto dall’adeguamento alla speranza di vita. Ma quei soldi verranno recuperati, con ampi interessi, col giochetto dell’allungamento delle finestre mobili. Il gioco delle tre carte, appunto.
Però ricordate: affinché dei treccartari possano prosperare, occorre che attorno ad essi si assiepi per strada un crescente numero di creduli gonzi. Ed è esattamente quello che accade a Cialtronia, il paese che necessita di pensioni di invalidità da dissonanza cognitiva, e i cui eletti non vanno in pensione.
P.S. So che qualcuno tra voi dirà che tutta la manovra è un gigantesco favore a banche, assicurazioni e venditori di fondi pensione privati, con l’opt-out e la scelta di rendere portabile il contributo del datore di lavoro, attaccando la riserva dei fondi negoziali. Il mio punto resta: servirebbe anche da noi una previdenza complementare a modello 401(k) di un tempo.
- Aggiornamento: il governo riformula l’emendamento, salta il taglio dei riscatti della laurea ma resta invariato l’allungamento fino a sei mesi delle finestre di attesa per le pensioni anticipate, che saranno estese in modo progressivo dal 2032 per arrivare a regime nel 2035. Per Giorgetti questa è una sorta di clausola di salvaguardia. “Per il futuro uno potrà riscattare ma saprà che quello che versa aumenterà la pensione che riceverà ma non inciderà rispetto alla data di pensionamento”. Continua, potete scommetterci. Attendendo i prossimi prelievi.
- Aggiornamento del 19 dicembre: Giorgetti sconfessato, emendamento stralciato. In pratica, l’intero addendum di manovra, pari a 3,5 miliardi e destinato soprattutto alle imprese, sparisce con rinvio, incluso l’opt-out dei neo assunti alla previdenza complementare. Non ricordo una simile disfatta di maggioranza a una data così avanzata dell’iter parlamentare della legge di bilancio.
(immagine creata con Gemini Pro 3)