Dopo l'”estrazione” di Nicolas Maduro dalla guida del Venezuela, e i messaggi mandati alla sua facente funzioni, Delcy Rodriguez, di cooperare affinché nessuno si faccia male, Donald Trump ha proseguito speditamente nel suo programma di cattura dello stato fallito sudamericano. Dapprima l’annuncio dell’invio di 30-50 milioni di barili di greggio negli Stati Uniti per la raffinazione, con vendita sul mercato e proventi dirottati su conti americani, in attesa di essere destinati in parte al “popolo” venezuelano, solo dopo che il regime avrà riscosso il solito pizzo.
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Poi l’annuncio di PDVSA, la compagnia di stato di Caracas, a lavorare con gli americani, cioè in esclusiva, mandando il greggio stoccato e prodotto. Il comunicato di PDVSA ovviamente non fa alcun riferimento a Maduro (chi?) e a quello che è accaduto negli ultimi giorni e che ha determinato questo “rapporto di esclusiva” con gli americani. Orwell, prendi e porta a casa.
Si è detto che Trump, prendendosi il Venezuela, punti ad affermare in modo tangibile la strategia di sicurezza nazionale statunitense, il “controllo emisferico”. Tutto in apparenza coerente. Ma non si deve scordare l’ampiezza e la profondità della presenza cinese in Sud America, ormai a livelli senza precedenti storici. Che farà Trump, per dar seguito al suo piano di buttar fuori tutte le potenze straniere dal Sud America?
Una presenza pervasiva
Una analisi di Bloomberg aiuta a inquadrare la situazione, dal punto di vista commerciale e strategico. La premessa:
Il commercio di merci della Cina con l’America Latina è aumentato drasticamente dall’inizio del secolo, crescendo di oltre 40 volte in quel lasso di tempo, raggiungendo i 518 miliardi di dollari nel 2024 — sfidando il consolidato dominio economico degli Stati Uniti nella regione. Sempre più, i residenti della regione guidano auto BYD, utilizzano smartphone Xiaomi e ordinano taxi e cibo da Didi invece che da Uber.
Nel terzo trimestre 2025, la Cina aveva in essere investimenti diretti in Sud America per 180 miliardi di dollari. Da inizio secolo, la sua influenza economica ha superato quella statunitense in 14 dei 22 paesi della regione. Molti governi centro- e sudamericani, tra cui Honduras e la dittatura nicaraguense del satrapo comunista Daniel Ortega, hanno cessato di riconoscere Taiwan per ottenere soldi cinesi. La presenza cinese è molto forte anche nel gigante continentale, il Brasile.

La Colombia, guidata dall’ex guerrigliero Gustavo Petro, è “alleata” degli Stati Uniti ma nel frattempo ha firmato l’ingresso nella Via della Seta cinese. Anche questo, oltre al tema-fondale della coltivazione e lavorazione di droga, è al centro degli attacchi di Trump a Petro. Altri governi della regione, come quello peruviano, per ora fischiettano e reiterano il loro mantra apotropaico: siamo amici di entrambi, non è necessario scegliere. Trump non pare d’accordo. Il quadro dipinto dall’inchiesta di Bloomberg:
Dall’Istmo di Panama e da un porto in acque profonde in Perù, alle saline di litio delle Ande e ai giacimenti petroliferi del Venezuela, le aziende cinesi sono diventate parte integrante delle industrie strategiche lungo la porta d’ingresso dell’America. Molte stanno estraendo o spedendo materie prime chiave, come petrolio, soia e minerali critici come rame e litio, mentre stanno anche investendo in infrastrutture fondamentali, inclusi il sistema di trasmissione elettrica del Brasile.
Come potrà Trump bloccare e invertire la situazione? L’Argentina di Javier Milei può forse fornire un canovaccio. A dicembre ha bloccato un’offerta cinese per un contratto trentennale per approfondire il suo principale corso d’acqua per spedire prodotti agricoli nel resto del mondo. Ha anche bloccato progetti per costruire un telescopio spaziale cinese a San Juan e una centrale nucleare a Buenos Aires. In cambio, Milei ha portato a casa il sostegno di Trump alle elezioni argentine di midterm e uno swap da 20 miliardi di dollari che per ora ha tagliato le unghie alla speculazione contro il peso argentino, in attesa che il paese inizi davvero a crearsi riserve valutarie non a debito. Per ora, la linea di swap argentina con la Cina resta in essere, anche se di fatto congelata.
La Cina ha investito miliardi in dighe idroelettriche, parchi eolici e solari e generatori a gas e carbone in America Latina. In Ecuador, Pechino ha contribuito a finanziare circa 2,3 gigawatt di energia idroelettrica, oltre un quarto dell’intera capacità di generazione del paese, secondo dati della Boston University e BloombergNEF.
Il luogo in cui gli investimenti cinesi nell’elettricità sono più diffusi è il Brasile, dove Pechino ha contribuito a finanziare oltre 21 gigawatt di capacità, per lo più in progetti idroelettrici, pari a circa il 7 per cento della capacità di generazione del paese. La State Grid Corp. della Cina ha vinto progetti per miliardi di dollari relativi a linee di trasmissione e ha costruito una linea di approvvigionamento a ultra alta tensione di 2.500 chilometri (1.550 miglia) — la più lunga al mondo al di fuori della Cina — attraverso la foresta pluviale brasiliana, collegando la diga di Belo Monte a Rio de Janeiro.
Il gigante delle auto elettriche, BYD, ha aperto lo stabilimento di Camaçari da un miliardo di dollari, il suo impianto più grande al di fuori dell’Asia. L’agribusiness statale Cofco International Ltd. ha ampliato la sua presenza agricola in Brasile — il maggior esportatore di soia al mondo — costruendo uno dei suoi più grandi terminal per l’esportazione all’estero presso il Porto di Santos. La struttura, che ha una capacità di spedizione di 8 milioni di tonnellate di merci all’anno, tra cui soia, mais e zucchero, evidenzia la strategia di Pechino di investire in collegamenti critici nella catena di approvvigionamento agricolo piuttosto che limitarsi ad acquistare merci sul mercato aperto.
Gli occhi degli americani sono puntati soprattutto sul porto in acque profonde di Chancay in Perù. Inaugurato da Xi alla fine del 2024, l’infrastruttura da 1,3 miliardi di dollari rappresentava il punto di partenza di una nuova Via della Seta marittima che ridurrebbe drasticamente i tempi di spedizione verso la Cina. È dotato di banchine in acque profonde di 17,8 metri (58 piedi) in grado di ospitare le navi container e le imbarcazioni più grandi del mondo, suscitando preoccupazioni sul fatto che potrebbe un giorno fungere da avamposto militare cinese, accusa che Pechino respinge.
Si attende risposta cinese
La “questione portuale” tra Cina e Stati Uniti resta viva. I cinesi sono riusciti a bloccare il passaggio in mani occidentali dei porti di Panama, e ora puntano a far entrare nel nuovo deal il loro campione nazionale di shipping, Cosco. Ma per gli americani e per Trump il tema è da sempre nevralgico. Dopo la vittoria elettorale del 2024, un consigliere del team di transizione trumpiano ha suggerito dazi del 60 per cento sulle merci che passano da porti posseduti o controllati dai cinesi.
I cinesi sono evidentemente stati presi di sorpresa dall’operazione Maduro: solo poche ore prima del blitz della Delta Force, una delegazione cinese di alto livello era a Caracas a stringere la mano al deposto autocrate bolivariano. Le immagini di quell’incontro sono state rimosse dai canali social cinesi. Pechino ha in essere programmi di prestiti contro petrolio col Venezuela, e la probabilità di dover contabilizzare una perdita definitiva è molto elevata.
La Cina per ora invoca il rispetto delle leggi ma al contempo suoi funzionari e politici si dicono pronti a colpire gli interessi americani nel resto del mondo. La mente corre alla stretta sui minerali critici, che ha costretto Trump a frenare, in attesa di crearsi una autonoma capacità di lavorazione. Che non è per domattina, comunque.
Dato il quadro delineato, l'”operazione Venezuela” pare quindi essere un frutto colto dai rami bassi dell’albero sudamericano, quelli più facili da raggiungere.
(Immagine creata con Gemini 3 Pro)