Comuni, cartelle e miraggi residui

Pare che uno dei punti qualificanti della manovra condonistica del governo stia traballando vistosamente, e che l’esecutivo stesso sia in procinto di rettificarla in modo sostanziale. Il punto è rilevante perché, in un unico pacchetto, coinvolge l’autonomia di riscossione degli enti locali ma anche la loro contabilità, e la verosimiglianza della medesima, in un contesto in cui di solito i desideri finiscono a bilancio, in attesa del dissestato risveglio.

Effetto domino

Andiamo con ordine: il governo ha deciso di condonare le cartelle inferiori a mille euro la cui riscossione è stata assegnata all’Agenzia delle Entrate dal 2000 al 2015. Capita che il 90% dei crediti comunali infatti non superi quella soglia. Multe, Imu, Tari e assimilate che dovrebbero rientrare nel provvedimento. Ma i comuni hanno iscritto quelle cartelle tra i propri crediti e ogni anno, anche e soprattutto su quei dati, costruiscono il proprio bilancio. O forse fingono di costruirlo, sin quando “qualcosa” o “qualcuno”, a intervalli regolari, non li induce a stralciare quei crediti o rettificarli pesantemente, certificando la realtà e il dissesto dell’ente locale.

Il presidente dell’associazione dei comuni italiani, Antonio Decaro, nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme prevedendo, in base alle prime bozze della manovra, un buco stimato in un miliardo e preannuncio di dissesto per molti enti locali.

Successivamente ad alcune delimitazioni del campo di applicazione del condono, la stessa Anci ha ridimensionato il buco, tra impatti diretti e indiretti, a 350 milioni di euro. Che resta una cifra ragguardevole, se dovesse trasformarsi in un colpo di spugna sui bilanci degli enti locali. Alcuni dei quali, come noto, sono in condizioni non esattamente floride.

Ad esempio Napoli, dove si costruì una coalizione, non solo locale, sull’obiettivo di spostare il debito cittadino in capo al resto dei contribuenti italiani. Poi intervenne Mario Draghi, e la piattaforma politica giallorosa venne smantellata sotto il peso delle condizionalità e degli importi erogabili. Ma tra i comuni più indebitati troviamo anche Torino e Palermo.

Qualcuno tra voi potrebbe chiedersi “ma se questi crediti non sono realmente esigibili, significa che i bilanci sono falsi?”. Bella domanda. Alla fine di ogni anno all’interno del bilancio consuntivo, il comune iscrive i cosiddetti residui attivi, dati dalla differenza tra gli accertamenti (ovvero le entrate che si prevedevano di incassare a inizio anno) e le riscossioni (ovvero le entrate effettivamente incassate). Tali residui sono crediti che il comune vanta nei confronti di terzi. Fondamentale, come si può intuire, è la verosimiglianza delle previsioni di incasso e la dinamica delle rettifiche ai crediti in essere, al cui freno i comuni di solito si aggrappano per calciare il dissesto più in là.

Scelgano i comuni

Ora il governo Meloni, dopo essersi accorto dell’impatto a livello locale, pare aver deciso che spetterà ai comuni scegliere se condonare quelle cartelle, in tutto o in parte. In pratica, si realizzerebbe una sorta di “federalismo del dissesto”, dove ai comuni spetterebbe la scelta: se non cancellare alcunché, esponendosi alla impopolarità vagamente sudamericana del caso, oppure se cancellare senza avere le risorse almeno contabili per compensare l’onere, e fare un passo avanti verso il dissesto.

A questo punto, l’Anci ha rilanciato e chiesto al governo di pagare ai comuni almeno 80 milioni, un quarto dello stralcio stimato, che in media dovrebbe corrispondere al valore di recupero previsto di quei crediti. Siete confusi? Vi state chiedendo quanti dissesti sorgerebbero in conseguenza di un abbattimento per oltre 200 milioni di quei crediti? Vi capisco.

Come che sia, il governo pare non essere d’accordo, soprattutto perché aveva sbandierato il “costo zero” del condono, e quindi pare si andrà verso il rimando della scelta e della decisione ai comuni, fermo restando che gli enti locali che hanno riscossione autonoma restano esclusi dal condono.

Conoscere per deliberare

Un paio di considerazioni, oltre alla nota finzione contabile di bilanci costruiti su residui attivi in consistenze spesso di fantasia. In primo luogo, il governo e la maggioranza non sapevano, quando hanno lanciato la fantasmagorica proposta, che questa avrebbe avuto un costo non nullo sugli enti locali? Pare di no e complimenti per la visione sistemica, quindi.

In secondo luogo, visto che la grancassa di maggioranza batte sul presunto “stato di necessità” dei condonati, anche riguardo alla rateizzazione delle cartelle non cancellabili, pare non sia stata prevista la valutazione oggettiva della sussistenza di tale stato. Quindi, tutti i destinatari di cartelle si intendono in stato di bisogno. Il che pare una lieve forzatura. In secondo luogo, pare che neppure si sia messo un tetto al numero di cartelle condonabili in capo al singolo debitore.

In breve: pressappochismo e approssimazione, figli legittimi della propaganda. Ma che ve lo dico a fare?

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