Il Giappone ha un grave problema: la penuria di lavoratori. Come segnala Bloomberg gli imprenditori, soprattutto nel settore dei servizi come la hospitality, lamentano la persistente e crescente difficoltà a trovare manodopera. Che, secondo le stime della Bank of Japan, sarebbe ai massimi da trent’anni. Il numero di dissesti e fallimenti aziendali legati a carenza di manodopera si è impennato nel 2025, toccando le quasi quattrocento unità. Per questo motivo la premier, Sanae Takaichi, sembra intenzionata a rivedere le norme sul lavoro straordinario, entrate in vigore nel 2019, e che limitano il ricorso agli straordinari a 45 ore mensili e 360 ore annue.

La piaga Karoshi
Il Giappone ha una storia problematica di rapporto col lavoro. Le limitazioni al ricorso agli straordinari sono state introdotte anche per rispondere alla piaga del karoshi, la morte per superlavoro, oltre che agli effetti avversi dell’elevata intensità lavorativa sulla salute mentale. In un paese in profondo declino demografico e ancora radicalmente avverso all’immigrazione, il problema è destinato ad aggravarsi.
In media, un lavoratore dipendente giapponese trae dagli straordinari il 6 per cento circa del reddito annuo. Per alcuni, il contenimento del ricorso agli straordinari significa tensioni sul reddito, acuite dalla pressione inflazionistica che caratterizza da qualche anno l’economia giapponese. Anche per questo i sondaggi mostrano che l’iniziativa della premier è stata accolta positivamente dalla maggioranza dell’opinione pubblica e soprattutto dai giovani under 30.
La stessa Takaichi è una workaholic. All’atto del suo insediamento ha ripetuto per cinque volte che serve “lavorare”, e ha fatto scalpore il fatto che abbia convocato i suoi collaboratori alle 3 del mattino, in preparazione di un’audizione parlamentare. Secondo il ministero del Lavoro, il numero di karoshi, morti per superlavoro, nel 2024 ha raggiunto i 1.304 casi, massimo dall’inizio della serie storica, due decenni addietro.
Il problema è che non è affatto detto che l’aumento di ore lavorate serva a rilanciare la crescita. La forza lavoro sta invecchiando e riducendosi; la produttività, secondo un recente report del Japan Productivity Center, è nettamente inferiore a quella di Stati Uniti e Germania. Inoltre, la forza lavoro oggi presenta una maggiore componente femminile, conseguenza dell’Abenomics, la politica economica del defunto ex premier Shinzo Abe, di cui Takaichi era allieva, e le donne tendono a prediligere minori orari di lavoro.
Le regole attuali consentono comunque ai datori di lavoro un’ampia flessibilità, potendo aumentare il ricorso agli straordinari sino a 100 ore al mese e 720 ore annue, in circostanze speciali. Ma la richiesta è quella di incrementare comunque il tetto legale di ricorso allo straordinario. La federazione delle imprese di costruzione ritiene ad esempio che innalzare il tetto mensile agli straordinari servirebbe per concentrare i lavori nelle stagioni più fresche e ridurli durante i periodi più caldi.
Ma “flessibilità” è spesso sinonimo di sfruttamento, come facilmente intuibile. I datori di lavoro possono indurre i lavoratori a prestare “volontariamente” la propria opera di ore aggiuntive. I sindacati sostengono che il maggior ricorso agli straordinari causerebbe un arretramento rispetto ai risultati positivi conseguiti negli ultimi anni. Anche se, come visto, l’incidenza di morti attribuite al superlavoro e di problemi mentali per lo stesso motivo appare comunque in aumento.
Lavori al bivio
D’altro canto, il settore dei servizi e quello delle costruzioni non sono automatizzabili, al momento. Sin quando il Giappone sceglierà di mantenere ai minimi l’immigrazione, la situazione resterà questa e anzi tenderà a peggiorare. Qualcosa che i paesi occidentali, a loro volta alle prese con spinte anti immigrazione che coesistono con alta domanda di servizi, dovranno affrontare. Attendiamoci quindi una spinta alla riduzione del costo del lavoro straordinario, che potrebbe perdere la caratteristica di “eccezione” e diventare regola. Poiché i sindacati farebbero scontata opposizione a veder ridurre o scomparire la maggiorazione salariale per lavoro straordinario, crescerebbe la pressione per interventi a carico della fiscalità generale. Associati a pressioni e ricatti sui lavoratori per lavorare di più anche fuori dalle regole.
Un paese come l’Italia, ad alta incidenza di servizi arretrati e demografia fortemente avversa, oltre che caratterizzato da una costante erosione delle retribuzioni reali (che a sua volta favorisce i settori ad alta intensità di manodopera, generando circoli viziosi), si è mosso per detassare il lavoro straordinario e notturno. Con evidenti distorsioni e criticità.
- Leggi anche: Il CCNL è morto. L’Irpef paga il funerale
Come si nota, il panorama globale è piuttosto diversificato. Da un lato, gli esperimenti di riduzione dell’orario di lavoro, su base strettamente volontaria e per contrattazione tra aziende e lavoratori, a differenza di quanto credono alcuni ottusi sussidiatori compulsivi di casa nostra. Dall’altra, tensioni demografiche e stretta all’immigrazione che creano difficoltà nel settore dei servizi dove l’azione umana è poco o nulla sostituibile. Nel mezzo, paesi il cui modello di sviluppo manifatturiero è entrato in crisi, come la Germania, ma le cui élite credono che il problema sia il (basso) numero di ore lavorate e non l’innovazione. Col risultato di imboccare strade che riducono inevitabilmente la produttività complessiva. I tempi restano interessanti.
(Immagine creata con Gemini 3 Pro)