Negli Usa le imprese assumono perfino i galeotti o investono sui robot, in Giappone si offrono benefit e bonus

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

In Occidente viviamo un periodo storico in cui la tendenza dominante sta diventando quella di ridurre l’immigrazione, percepita come ostacolo al raggiungimento del pieno impiego autoctono e causa di stagnazione salariale e consumo di risorse di welfare. La Brexit è nata anche o soprattutto su questi presupposti, malgrado il Regno Unito fosse in condizioni di pieno impiego pur se con crescita della produttività molto debole.

Dopo tre anni e mezzo di tentativi pressoché disperati e regolarmente frustrati di portare l’inflazione in un intorno del 2%, oggi la banca centrale giapponese ha estratto dal cilindro un nuovo coniglio geneticamente modificato, in quello che appare sempre più come un esperimento che rischia di finire molto male: credere che la politica monetaria sia onnipotente, soprattutto nella creatività.

Come segnala il Financial Times, in Giappone sta (forse) accadendo qualcosa di epocale: un circospetto, lieve ma significativo ricorso a manodopera d’immigrazione. Sarebbe una profonda discontinuità, nel paese che sinora è riuscito a conciliare una popolazione tra le più anziane al mondo con la chiusura pressoché totale a lavoratori stranieri.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Contrariamente alle aspettative del mercato, venerdì scorso la banca centrale giapponese ha deciso di non aumentare la già straordinaria espansione monetaria in essere da circa tre anni, e che è parte della strategia nota come Abenomics, che prevedeva anche stimoli fiscali e riforme economiche dal lato dell’offerta, sui mercati dei prodotti e del lavoro. Il governatore Kuroda ha invece annunciato un aumento degli acquisti di Etf (strumenti legati a indici azionari), che passeranno da 3.300 a 6.000 miliardi di yen all’anno, pari al cambio attuale a poco più di 50 miliardi di euro.

Il Financial Times segnala un fenomeno che in Giappone sta prendendo risvolti socialmente ed economicamente preoccupanti: il taccheggio nei negozi da parte di anziani che in tal modo tentano di finire in carcere per ottenere quella assistenza di welfare che la loro povera pensione pubblica non consente. E la situazione è in costante peggioramento, per motivi demografici ma non solo.

Pubblicati oggi i dati sulle vendite al dettaglio giapponesi di dicembre, e non è un bel vedere. Su base annua, la flessione è dell’1,1%. Prosegue quindi la debolezza del consumatore giapponese, colpito da una insufficiente crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita delle pressioni inflazionistiche indotte dalla reflazione causate soprattutto dal deprezzamento del cambio. Un forte indizio del fallimento della Abenomics.

Sul Financial Times è comparso un commento di Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics, e dell’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, oggi senior fellow dell’istituto guidato da Posen. Il tema del commento è: perché al Giappone serve più inflazione, e come procurarla. Lo svolgimento è piuttosto convoluto, a dirla tutta.