UK: lavoro povero, Farage ricco (di voti)

La Resolution Foundation è un think-tank indipendente britannico fondato a Londra nel 2005. Si occupa esclusivamente di standard di vita, con focus su famiglie a reddito basso e medio, lavoratori precari e vulnerabilità finanziaria. Dal 2018 calcola il “Real Living Wage” britannico; tra il 2021 e il 2023 ha condotto l’Economy 2030 Inquiry con la London School of Economics, culminato nel rapporto “Ending Stagnation“.

Il suo nuovo rapporto fotografa i 13 milioni di famiglie britanniche in età lavorativa che si collocano nella metà inferiore della distribuzione dei redditi. Le battezza “Unsung Britain” — la Gran Bretagna che non viene celebrata — perché negli ultimi trent’anni ha lavorato di più, ha fornito più assistenza informale a familiari disabili, eppure ha visto i propri standard di vita ristagnare o arretrare.

Una stagnazione generazionale

Il dato di fondo è brutale. Nei quarant’anni fino al 2004-05, i redditi disponibili mediani di questo gruppo erano raddoppiati, con una crescita annualizzata dell’1,8 per cento e picchi del 4 per cento nell’ultimo decennio di quel periodo. Dal 2004-05 al 2023-24, invece, la crescita è crollata allo 0,5 per cento annuo. A questo ritmo, un ulteriore raddoppio richiederebbe oltre 130 anni. Al decimo percentile della distribuzione — dove i margini sono già minimi — i redditi reali sono calati del 3 per cento in vent’anni. Ancora più in basso, al quinto percentile, il declino appare ancora più marcato, sebbene i dati siano resi volatili da problemi di rilevazione.

La letteratura economica ha identificato due cause principali per questo impoverimento di massa. La prima è il crollo della produttività: fino al 2007 cresceva del 2,2 per cento annuo, poi è scesa allo 0,5 per cento. La seconda è lo spostamento del potere contrattuale dai lavoratori ai datori di lavoro, con il declino dei sindacati e l’aumento del potere monopsonistico delle imprese. Stephen Machin (LSE) stima che, se i salari avessero continuato sulla traiettoria pre-crisi, oggi i lavoratori britannici guadagnerebbero in media 10.700 sterline in più all’anno. Per ciò che tali controfattuali possono valere, s’intende.

Il nesso tra impoverimento di massa e populismo ha ampia letteratura. L’austerità del governo Cameron (post-2010) è correlata allo sviluppo nei sondaggi delle fortune dello UKIP, il primo veicolo partitico di Nigel Farage, il cui consenso è stato il principale predittore del voto Leave nel 2016. Nei distretti più colpiti dai tagli al welfare, il voto UKIP è aumentato fino a 11 punti percentuali.

Lavorano di più, guadagnano (quasi) uguale

Il paradosso centrale del rapporto riguarda il mercato del lavoro. Il tasso di occupazione tra le famiglie a basso reddito è salito di 11 punti percentuali in trent’anni, ed è interamente responsabile dell’aumento complessivo dell’occupazione britannica. Possiamo quindi affermare che la “riattivazione” della popolazione britannica in età lavorativa, anche mediante tagli al welfare, era già avvenuta ma ciò ha prodotto soprattutto lavoro povero e impoverito. C’è un momento nella storia del paese in cui qualcosa si rompe: i guadagni lordi medi annui per persona in queste famiglie — oggi 18.000 sterline — sono aumentati di 7.700 sterline dal 1995, ma quasi tre quarti di quell’incremento sono avvenuti prima del 2005. Da allora, la stagnazione della produttività ha annullato i benefici della maggiore occupazione e del salario minimo più alto.

I tentativi di puntellare il potere d’acquisto di lavoratori impoveriti, attuati tramite il salario minimo, sono riusciti a ridurre la diseguaglianza retributiva oraria tra il centro e il fondo di tale distribuzione. Ma quel recupero di salario reale, pari al 32 per cento nell’ultimo decennio, sembra essere arrivato al capolinea della sua efficacia, come mostra la recente perdita di occupati, anche dopo l’aumento dei contributi della National Insurance a carico dei datori di lavoro.

Il welfare che si ritira

Tra il 1994-95 e il 2010-11, il reddito medio da trasferimenti pubblici per le famiglie a basso reddito era cresciuto di 1.900 sterline l’anno in termini reali. Dal 2010-11 al 2023-24, è sceso di 1.600 sterline. Di rilievo è l’osservazione che la spesa complessiva per welfare non è diminuita — pensioni e indennità di disabilità sono cresciute — ma una serie di tagli ha colpito specificamente le famiglie in età lavorativa: congelamento delle prestazioni, limite dei due figli per prestazioni di welfare, “bedroom tax“, introdotta sempre dal governo Cameron, e che riduceva le prestazioni per i nuclei familiari che vivono in social housing in abitazioni “troppo grandi” per le loro esigenze; riduzione degli sconti sulla Council Tax.

Un indicatore sintetizza il fallimento del modello: nel 1995 il 38 per cento delle famiglie non pensionate in povertà aveva almeno un componente occupato; oggi la quota è salita al 55 per cento. Il lavoro, da solo, non basta più a uscire dalla povertà. È il fenomeno dei working poor, letteralmente esploso in Regno Unito in questi ultimi lustri.

Carissima casa

Il cambiamento più drammatico in termini di impoverimento riguarda la casa. Nel 1994-95, tre famiglie su dieci nella metà povera avevano un mutuo. Oggi l’affitto privato è la condizione più diffusa (29 per cento), mentre la quota di chi vive ancora coi genitori (15 per cento) si avvicina a quella dei mutuatari (17 per cento). L’affitto privato assorbe in media il 43 per cento del reddito netto. Chi passa dalla proprietà all’affitto privato ha il 26 per cento di probabilità di scivolare nella metà inferiore della distribuzione dei redditi entro quattro anni — un rischio superiore a quello di chi ha figli (21%) e molto più alto di chi diventa disoccupato (13%). L’accesso alla casa, più del lavoro, è diventato il principale “trapdoor” verso la povertà relativa.

Le statistiche ufficiali sui redditi disponibili sottostimano il peggioramento degli ultimi anni perché non catturano l’inflazione differenziata per fascia di reddito. Tra dicembre 2019 e settembre 2025, l’inflazione subita dalle famiglie più povere ha superato quella delle famiglie più ricche di 0,7 punti percentuali all’anno, perché i poveri spendono di più in beni essenziali — energia, cibo, affitto — i cui prezzi sono esplosi. L’effetto cumulato è un trasferimento regressivo del 3 per cento dai redditi più bassi a quelli più alti, invisibile nei dati standard. Le conseguenze si vedono negli arretrati sulle bollette: 1,6 milioni di clienti in rosso per il gas, quasi 2 milioni per l’elettricità; gli importi medi della morosità sono raddoppiati dal 2022, attestandosi rispettivamente a 1.300 e 1.100 sterline. Che le utilities recuperano a carico di tutti gli altri utenti, e questo contribuisce a tenere elevate le bollette.

L’incidenza della disabilità tra le famiglie a basso reddito è passata dal 19 al 30 per cento tra il 1995-96 e il 2023-24. Solo il 17 per cento dell’aumento è spiegato dall’invecchiamento della popolazione; il resto deriva principalmente da problemi di salute mentale, soprattutto tra i giovani. Il 31 per cento dei disabili poveri dichiara di non poter lavorare per motivi di salute. Si chiude quindi il cerchio: dalla “riattivazione” di lustri addietro alla “inattivazione” attuale, in compresenza di impoverimento. Corollario trascurato: un milione di persone in famiglie a basso reddito fornisce assistenza informale per almeno 35 ore settimanali — l’equivalente di un lavoro a tempo pieno, non retribuito. Il 34 per cento di questi caregiver afferma che i propri impegni escludono qualsiasi lavoro pagato.

Le proposte

Di fronte a un simile deprimente quadro, il rapporto prova ad avanzare raccomandazioni su più fronti: riforme dal lato dell’offerta per rilanciare la produttività; enforcement dei diritti dei lavoratori precari; revisione dei criteri di accesso ai benefit sanitari; indicizzazione stabile delle prestazioni; collegamento dell’indennità abitativa agli affitti reali; costruzione di nuove abitazioni sociali; riforma della Council Tax; spostamento di parte dei costi energetici dalla bolletta alla fiscalità generale. Come si nota, sono misure costose e l’elettorato britannico pare ancora, in maggioranza, incline a non voler maggiore pressione fiscale.

Il quadro descritto dalla Resolution Foundation non è solo un problema di policy: è il terreno su cui prospera il populismo britannico. Lo stesso profilo sociodemografico — aree deprivate, dipendenza dal welfare, struttura economica debole — che nel 2016 predisse il voto Leave oggi alimenta il consenso per Reform UK, ultima reincarnazione partitica di Farage, stabilmente in testa nei sondaggi con circa un terzo delle intenzioni di voto. La prima priorità degli elettori di Reform è il costo della vita; la seconda, l’immigrazione. È la fotografia speculare di “Unsung Britain”: una metà del paese che lavora di più, guadagna di meno e non si sente rappresentata.

Questo quadro spiega pressoché tutto quello che è accaduto in Regno Unito negli ultimi trent’anni, Brexit inclusa e inclusa l’incredibile vitalità dell’offerta politica di Farage, che si accinge a seppellire i Tories e lanciare l’assalto a un Labour il cui leader e premier, Keir Starmer, è letteralmente preso a ceffoni dalla realtà e dalla “superficialità” delle sue scelte, incluse nomine come quella di Lord Mandelson, sodale del predatore sessuale pedofilo Jeffrey Epstein. Come gestirà questo disastro epocale un eventuale governo Farage, che da sempre vuole burro, cannoni e cannoli, è tutto da vedere. C’è tuttavia moltissimo materiale su cui riflettere, anche per noi italiani.

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