Sotto l’asse, i capponi europei crepano

In questi giorni lo stagno italiano è tutto un sobbollire di fermentazione: sarebbe nato, nientemeno, un “asse italo-tedesco” per cambiare la Ue, per mano di Giorgia Meloni e Friedrich Merz. Eccitazione, l’immancabile provincialismo di chi continua a guardarsi l’ombelico e rivendicare di averlo posto al centro dell’orbe terracqueo, contrapposte a battute un filo idiote con l’auspicio che ora “a quest’asse non si aggiunga anche il Giappone” e il solito, deprimente chiacchiericcio. Ma di che parliamo?

Al castello delle buone intenzioni

Del fatto che, durante il “confessionale” europeo tenutosi nel castello belga di Alden Biesen qualche giorno addietro e finalizzato a rianimare la competitività europea, i due premier hanno ribadito quanto espresso pochi giorni prima, il 23 gennaio, in occasione di un bilaterale a Roma che ha prodotto un protocollo italo-tedesco per la cooperazione strategica, bilaterale ed europea.

In sintesi e in sostanza, oltre al rafforzamento del “pilastro europeo della Nato” e al sostegno all’Ucraina, in ambito di competitività europea i due premier hanno enfatizzato la richiesta di semplificazione e sburocratizzazione per ridurre gli oneri amministrativi, specialmente per le Piccole e Medie Imprese (PMI). I due paesi, seguendo le raccomandazioni dei rapporti Letta e Draghi, sostengono la creazione di un “28° regime” di diritto societario. Cioè di un quadro legale europeo unico e flessibile, opzionale, che permetterebbe alle aziende di operare in tutta l’Ue senza dover affrontare 27 legislazioni nazionali diverse, riducendo costi e incertezze.

E fin qui, nulla quaestio. Nel senso che sono richieste di senso comune e sufficientemente generiche da non poter essere rigettate. Come sempre, est modus in rebus. Viene richiamato il principio della “neutralità tecnologica” nella decarbonizzazione, che in essenza vuol dire tornare ai motori termici o al più all’ibrido (lo so, vi sembra un forzatura ma credo di non essere troppo lontano dal vero).

Meloni ha ribadito che non si tratta di un asse “contro qualcuno”, nello specifico la malandata Francia del tramonto di Emmanuel Macron, col suo collasso del centro politico e i baccanali ultrapopulisti rossobruni. Meloni e Merz non paiono entusiasti neppure della spinta protezionistica francese al Buy European, e in questo sono spalleggiati da molti paesi “minori” della Ue, che temono un decadimento ulteriore della competitività.

Ora, la caratteristica di queste interazioni europee di solito è quella di dialoghi se non tra sordi almeno tra soggetti che necessiterebbero di ausili acustici. A pensar male, non sfugge che la spinta francese per eurobond e Buy European sembra esattamente basata sul declino economico transalpino. Ma Meloni e Merz hanno un punto di divergenza: gli eurobond, appunto. Che gli italiani vorrebbero -in questo in linea col Rapporto Draghi- e i tedeschi no, perché ritengono di avere tasche ancora molto profonde per poter andare avanti da soli.

La presidente della Commissione Ue, la povera Ursula von der Leyen, ha correttamente fatto osservare che le “barriere interne” sono soprattuto quelle prodotte dagli stati nazionali, quando si mettono a trasporre le direttive europee in legislazione nazionale non prima di averle lardellate di ulteriori norme che, tu guarda il caso, servono in prevalenza a proteggere aziende domestiche. Ma inutile ribadire quello che vi sto dicendo da anni.

Ma questo “asse italo-tedesco”, quindi, come dovrebbe concretamente inverarsi? Meloni, bontà sua, ha precisato che non nasce per escludere (la Francia, nella fattispecie), i nostri nani di Pavlov da cortile, dalla politica ai commentatori a gettone, si sono subito schierati. Da un lato, “ecco il nuovo motore europeo” (che toglie i peccati dal mondo), dall’altro “Ecco Meloni subordinata a Merz e a Trump, vergogna!”, e così spero di voi.

Quando Merz, all’annuale Conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera, ha fatto intendere che i due lati dell’Atlantico si sono allontanati e tali resteranno, anche perché gli americani oggi sono guidati in politica estera dall’ideologia MAGA, Meloni ha subito rettificato che quello è un fatto interno agli americani. Forse cercava di convincere se stessa ma direi che, con questa lettura, non ha fatto esattamente sfoggio di acume. Ma è anche vero che non tutti hanno in uscita negli Stati Uniti un libro con prefazione del vice presidente.

Dopo di che, visto che in questo periodo tutti parlano con tutti, e Merz, Macron e il premier britannico Starmer si sono visti per parlare di deterrenza nucleare in Europa, per mezzo dell’ombrello francese e di quello britannico, gli antipatizzanti italiani di Meloni hanno subito messo mano ai cannoni del gnegné, l’arma in cui eccellono, con commenti del tipo “ecco l’asse italo-tedesco morto sul nascere!”, oppure “Ecco i tre veri pesi massimi d’Europa che finalmente tornano a parlarsi!”

La critica di Monti

A parte questo folklore di provincia, la critica rivolta a Meloni da soggetti senzienti come Mario Monti è che la Germania ha spazio fiscale, quindi è interessata a liberarsi delle restrizioni agli aiuti di stato, l’Italia no. Secondo l’ex premier e commissario Ue, in un commento sul FT di giorni addietro, Italia e Germania

Mentre professano il loro sostegno al mercato unico, propongono azioni che esacerberebbero la sua frammentazione: una spinta drastica alla deregolamentazione e il rilassamento delle restrizioni sugli aiuti di stato.

Monti inoltre denuncia

[…] l’ipocrisia politica che caratterizza le interazioni tra il Consiglio, la Commissione, gli Stati membri e i leader aziendali. Gli impegni vengono solennemente assunti, ma il giorno successivo gli ingredienti del nazionalismo economico — politici nazionali miopi, leader aziendali che cercano da essi protezione e un insufficiente rigore nell’applicazione delle regole — sono di nuovo all’opera.

In un editoriale comparso sul Corriere del 15 febbraio, Monti reitera e rilancia la critica alla linea apparente del governo Meloni:

Quindici anni fa l’Italia persuase la Germania a limitare se stessa nell’interesse dell’Europa; ora l’Italia aiuta la Germania ad avere più mano libera in Europa, anche a danno della stessa Italia.

Quanto alla linea europea da tenere rispetto all’ideologia MAGA che attualmente plasma la politica estera americana (anche se è una linea piuttosto fluida, tra interventismo selettivo e neo-isolazionismo), Monti sostiene (come il sottoscritto, si parva licet) che non è proprio il caso di derubricarla a questione interna americana, visto l’impatto globale che attualmente esercita, in termini di proiezione di potenza.

Bene, spero di non avervi ammorbato eccessivamente. Cosa intendo affermare, in questo commento? Che l’asse italo-tedesco non è di ferro né di acciaio ma è tattico, sulla base della comune base manifatturiera e delle sue esigenze vitali. Dove si manifesta divergenza tra i due paesi, per contro, è al solito sugli eurobond. Ma è perfettamente inutile che la nostra squinternata opposizione rimproveri a Meloni di non riuscire a costringere i tedeschi ad accettarli. Che dovrebbe fare, la premier italiana? Sequestrare Merz in Aspromonte sin quando non cede sul punto?

Certo, sul rischio di concedere ai tedeschi di liberarsi dei vincoli agli aiuti di stato, magari per ottenere da loro un do ut des non è chiaro su cosa, siamo d’accordo. L’Italia è e resta un paese dalla potenza di fuoco fiscale nulla. Quindi, cosa stiamo barattando coi tedeschi, esattamente? Immagino la protezione delle filiere comuni italo-tedesche: piuttosto che niente, meglio piuttosto. E Merz, che si scopre paladino del mercato unico, riuscirà a rendersi coerente spianando le sue corporazioni domestiche? Non è che Meloni e Merz puntano solo ad eliminare i vincoli europei, per proteggere alcuni gruppi d’interesse domestici, in nome della lotta a “barriere” che sono soprattutto nazionali?

Certo, sarebbe tragicamente miope se così fosse. Però, ancora una volta: voi davvero credete che, se la Germania decidesse di fregarsene del mercato unico per suoi interessi nazionali a spendere, ci sarebbe davvero modo di imbrigliarla? Io no. Certo, il governo italiano potrebbe fare come suggerisce la rappresentante d’istituto dell’opposizione, Elly Schlein: battere i piedi chiedendo gli eurobond, magari per “salvare” l’Ilva e altre spesucce del genere. Poi, se arriva il nein, torniamo in assemblea studentesca a strimpellare la chitarra.

Meloni Derangement Syndrome

Io comprendo che un’opposizione debba fare l’opposizione, ma almeno con una modica quantità di senso del ridicolo. Esiste, in ampia parte dell’attuale opposizione italiana, una vera propria MDS (Meloni Derangement Syndrome), che sta toccando vette da torazina. Prendiamo la notizia, che a me pare molto grave, dell’accordo fra Trump e il presidente argentino Javier Milei, che inopinatamente apre le porte del paese sudamericano a un tripudio di sounding dagli USA.

La vicenda è molto seria perché l’Argentina è parte del Mercosur, con cui la Ue avrebbe appena concluso un negoziato, che durava da un quarto di secolo, che tra le altre cose prevede la tutela di origine dei prodotti alimentari. L’Italia, col governo Meloni, sottoscriverà questo trattato, contro le lamentazioni di Coldiretti. Quindi siamo vittime dell’asse Trump-Milei, come lo sono tutti i paesi Ue.

Se non avessimo firmato, à la Macron, saremmo comunque stati vittime della furbata americana, siamo d’accordo su questo? La replica dell’opposizione è “Ma Meloni non è amica di Trump? E vedi come è finita?” Ma secondo voi, esiste o è mai esistita una cosa chiamata “amicizia” di fronte a interessi economici nazionali? Ho una notizia per voi: mai, nemmeno ai gloriosi tempi andati dell’internazionalismo liberale, quello dove gli americani chiedevano con educazione, prima di procedere comunque.

A questo punto, qualcuno tra voi potrebbe rintuzzarmi con un bel “E allora, tanto vale opporsi a Trump e fargliela pagare!”. Sono d’accordissimo, troviamo il modo. Mettiamo fuorilegge Microsoft, Amazon, Apple, Visa eccetera? “Colpiamo dove fa più male”, come direbbe la rappresentante d’istituto Schlein, salvo scoprire un minuto dopo che è dove fa più male a noi? Io resto aperto ai suggerimenti e ai piani ben riusciti, per i quali vado pazzo come il colonnello Hannibal Smith dell’A-Team. Ma ho il vizio di guardare i vincoli di realtà perché molto tempo addietro qualcuno mi ha detto che, se devo sparare, devo prendere bene la mira ed evitare i rinculi.

Come dite? Prima del governo Meloni l’Italia aveva una politica estera assertiva e mai subordinata a chicchessia? Datemi il numero del vostro spacciatore, non ci vede nessuno.

Quindi, per esigenze di narrazione giornalistica -e non solo- giochiamo pure ai piccoli costruttori di assi e semiassi. Essendo consapevoli che queste sono tattiche, non strategie. E soprattutto, tattiche figlie di una grave crisi esistenziale per la costruzione chiamata Unione europea. Sempre più simile, sulla scena globale, ai capponi di Renzo. E che, come Italia, siamo e restiamo un paese geopoliticamente minore e con enormi fragilità. Da cui la nostra assertività internazionale è pesantemente limitata. Con buona pace di nazionalisti con le pezze al culo e internazionalisti progressisti a cui è finito in testa il Manuale delle Giovani Marmotte, causando seri danni cognitivi.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.
Per donare con PayPal, clicca qui, non serve registrazione. Oppure, richiedi il codice IBAN. Vuoi usare la carta di credito o ricaricabile, in assoluta sicurezza? Ora puoi!

Scopri di più da Phastidio.net

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Condividi
Your Mastodon Instance