Come da attese, la CDU-CSU ha vinto le elezioni federali tedesche, e il leader cristiano democratico Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere, anche se resta da definire con quale coalizione. Il fatto che al Budestag entrino solo cinque partiti, dopo che i liberali e il partito della rossobruna Sahra Wagenknecht non hanno superato la soglia di sbarramento né vinto tre mandati diretti (ciò che avrebbe permesso di superare lo sbarramento), dovrebbe in linea teorica semplificare il percorso. Solo in termini relativi, però.
Una grande (ma non troppo) coalizione tra CDU-CSU e l’assai ammaccato partito socialdemocratico, che il cancelliere uscente Olaf Scholz ha portato al minimo storico, dovrà trovare terreno programmatico comune. Avremo probabilmente lunghe settimane di scrittura del proverbiale “contratto di governo alla tedesca”, quello spesso invocato dal provincialismo italiano. Obiettivo di Merz è avere il governo entro Pasqua. Per tentare la resurrezione nazionale essendo consapevoli che la passione proseguirà ben oltre Pasqua.
Indipendenza dagli americani
Merz, nelle prime dichiarazioni dopo la chiusura delle urne ha colto il senso del tempo (e vorrei vedere): dobbiamo agire per l’indipendenza europea dagli Stati Uniti nella difesa. E fin qui, tanto semplice quanto ineccepibile enunciato. Per raggiungere l’obiettivo, servono soldi. Molti soldi. E ancor più ne servono per rilanciare l’economia tedesca, giunta a un punto di rottura del paradigma di crescita manifatturiera che l’ha resa prospera nel Dopoguerra.
La Germania ha spazio fiscale ma vincoli autoimposti a usarlo. In primo luogo, il cosiddetto freno al debito (Schuldenbremse), che meglio sarebbe definire al deficit, che non può eccedere su base strutturale lo 0,35 per cento del prodotto interno lordo, salvo emergenze e calamità naturali e umane.
Primo problema: l’opposizione uscita dalle urne, l’estrema destra di Alternative für Deutschland e la rediviva Linke, già prodotto tipico delle regioni della ex DDR, rappresentano una minoranza di blocco, avendo poco più di un terzo dei seggi: 216 su 630. In altri termini, per cambiare la costituzione e allentare il freno al debito, o per costituzionalizzare un maxi fondo di spesa dedicata, serve trattare con loro, o parti di loro.
La Linke è a favore dell’allentamento del freno al debito ma per la spesa per infrastrutture, non per quella militare. O almeno, non solo per quella. Quindi il do ut des andrà perseguito, e in tal modo si potranno liberare risorse. Invece, AfD è contraria a modificare il freno al debito.
Oggi, in conferenza stampa, Merz ha dichiarato che è pronto a dialogare con SPD e Verdi per emendare il tetto al debito entro la fine dell’attuale parlamento (il 27 marzo). Mossa che rischia di essere un assist ad AfD, che potrebbe facilmente denunciare che la volontà degli elettori, come uscita ieri dalle urne, viene in tal modo calpestata. Ma mossa che indica che Merz sente l’urgenza di liberare margini di spesa.
Come spendere di più
Come soluzione tampone, detto anche pannicello caldo, per il 2025 il freno al debito potrebbe essere sospeso, con voto a maggioranza semplice, invocando l’ennesima emergenza, dopo la pandemia e la crisi energetica causata dall’invasione russa dell’Ucraina. Ma questo non soluzione con tutta probabilità scatenerebbe ricorsi alla Corte costituzionale.
Ferve dunque l’attività per liberarsi della camicia di forza costituzionale che ha in realtà parecchi punti di sfilacciamento perché, come sapete, non esiste vincolo prodotto dagli uomini che gli uomini non possano rimuovere o aggirare. Anche la Bundesbank presenterà a breve le proprie proposte mentre il Consiglio degli esperti economici suggerisce di allentare il morso in funzione del livello raggiunto dal debito su Pil, sia pure in modo molto conservativo.
Alla fine, per fare più spesa, il governo Merz potrebbe ricapitalizzare entità pubbliche, le quali poi si indebiterebbero. Oppure potrebbe spingere, per ironia della sorte, su più debito comune europeo. Qualcosa accadrà, perché lo status quo non è semplicemente sostenibile. Sapendo che, come la storia (italiana) insegna, se bastasse fare debito per crescere in modo sostenuto e persistente, o per rigenerare un paradigma di crescita giunto al capolinea, il problema non si porrebbe, e tutti saremmo felici adepti della Chiesa della Grande Stampante.
Il governo Merz metterà alla prova le doti caratteriali e comportamentali di un personaggio giunto a coronare il sogno della sua vita in età avanzata, dopo essersi scontrato ed aver perso, con Angela Merkel. Merz si era ritirato dalla vita politica attiva, per anni è stato il chairman della sede tedesca di BlackRock. Ora ce l’ha fatta, e dovrà incarnare una Germania molto diversa, per amore o per forza, di quella che abbiamo conosciuto.
Fine delle fiabe di campagna elettorale
In campagna elettorale, oltre ad essere finito contro un muro (senza danni decisivi, come abbiamo visto ieri) tentando di svuotare l’acqua in cui AfD nuota, attività che necessariamente dovrà proseguire, Merz è apparso piuttosto facilone sulle opzioni per rianimare la crescita. Ad esempio, aveva inizialmente promesso tagli a imposte sul reddito, aziendali e contributi sociali, al costo stimato di 99 miliardi di euro, senza toccare il freno al debito, che gli erano valsi la critica di essere fiabe senza copertura. Al che Merz aveva risposto, in modo circolare, che una crescita aggiuntiva di “solo” 1 per cento annuo, oltre alla riforma del welfare in direzione da spingere l’offerta di lavoro, avrebbero trovato la quadra. Una manifesto di illusioni che la destra europea mainstream ha partorito per darsi coraggio e non guardare negli occhi la realtà.
La strada, per il cancelliere Merz e il suo paese, sarà quindi lunga e tortuosa. Perché dover reinventare una crescita al mutare di un paradigma tecnologico, e con una manifattura alle corde, non sarà per nulla facile. La stagnazione e l’erosione del welfare faranno il confortevole gioco dell’estrema destra di AfD e della sua leader, Alice Weidel, già globalista da dipendente di Goldman Sachs, che vive con una moglie extracomunitaria in Svizzera perché lì paga meno tasse. La sintesi dei valori di tradizionalismo che il partito venuto dall’Est incarna alla perfezione.




