Da qualche tempo, in Regno Unito, si sta verificando un fenomeno peculiare e anche preoccupante, per chi vorrebbe che la legge elettorale aderisse il più possibile ai precetti di base di una democrazia rappresentativa: il numero di partiti aumenta, il bipolarismo (o al più il tripolarismo) è uno sbiadito ricordo, l’affluenza alle urne crolla ma la legge elettorale resta invariata, producendo esiti di rappresentatività fortemente vulnerata.
I partiti si moltiplicano
Nei giorni scorsi, sul FT è uscito un articolo di un accademico del King’s College, Vernon Bogdanor, che ha cercato di accendere un faro su questa situazione. L’argomento centrale dell’articolo è strutturalmente paradossale: la Brexit, votata per distaccarsi dall’Europa, ha prodotto un sistema partitico che assomiglia sempre più a quelli continentali — ma con il mantenimento ostinato di un sistema elettorale uninominale a un turno (FPTP) che il resto d’Europa ha abbandonato. La Francia mantiene il doppio turno; ogni altra grande democrazia europea usa forme di rappresentanza proporzionale.
Verrebbe da dire: è il populismo, bellezza. Ma vediamo in dettaglio anche un po’ di storia, e cominciamo col lungo declino del duopolio partitico.
- 1955: i due partiti principali raccoglievano il 96% dei voti; praticamente nessun problema di rappresentazione con il FPTP.
- 2015 (ultima elezione pre-Brexit): il 67% ancora concentrato su Labour e Conservatori.
- 2024: i due partiti principali scendono al 57% dei voti — minimo storico dal 1920. I terzi partiti conquistano 117 seggi, il numero più alto dal 1923.
La frammentazione strutturale attuale (2024):
- 14 partiti rappresentati ai Comuni, più 13 parlamentari indipendenti.
- Ogni collegio aveva almeno 5 candidati; oltre metà ne aveva 7 o più.
- In soli 96 collegi su 650 un candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti.
- Labour e Conservatori erano prima e seconda forza solo in 306 collegi su 650 — per la prima volta nel dopoguerra una minoranza dei collegi.
L’elezione suppletiva di Gorton e Denton (febbraio 2026) ha consolidato questo quadro: Reform e Verdi hanno ora entrambi superato il 10% su scala nazionale. In Inghilterra ci sono ormai 5 partiti sopra il 10% (6 includendo Scozia e Galles con i nazionalisti).
Il 2024 ha prodotto il risultato elettorale più sproporzionato nella storia britannica. Il meccanismo è brutalmente semplice: includiamo una metrica di “costo medio per seggio”, espressa in termini di numero di voti necessari per essere eletti con l’attuale legge elettorale:
| Partito | Voti (%) | Seggi | Costo medio per seggio |
|---|---|---|---|
| Labour | 33,7% | 411 (63%) | ~23.500 voti |
| Lib-Dem | 12% | 72 (11%) | ~49.000 voti |
| Conservatori | 24% | 121 (19%) | ~56.000 voti |
| Reform UK | 14% | 5 (0,8%) | ~820.000 voti |
| Verdi+SNP+Reform | 23% totale | 18 (2,7%) | — |
Bogdanor cita anche una immancabile provocazione storica: l’italiana Legge Acerbo del 1923 (che attribuiva automaticamente i due terzi dei seggi al partito di maggioranza relativa), considerata l’architrave della dittatura fascista. Il risultato del 2024 britannico ha prodotto un esito quasi identico — 411 seggi su 650 per il Labour con il 34% dei voti — senza bisogno di alcuna legge speciale.
Il dato più radicale viene segnalato da Make Votes Matter, che è una organizzazione single-issue il cui obiettivo è quello di una legge elettorale a rappresentanza proporzionale: nel 2024 il 57,8% dei votanti ha espresso preferenze non rappresentate avendo votato per candidati non eletti.
Il crollo della partecipazione
Il FPTP non soltanto distorce la rappresentanza, ma questa distorsione viene aggravata dal progressivo calo dell’affluenza:
- 1950: 83,9% di partecipazione (picco storico)
- 1922-1997: mai sotto il 70%
- 2001: crollo al 59,4% (shock del sistema)
- 2005-2019: parziale recupero (67,3%)
- 2024: 60% — Verso il minimo dalla Seconda guerra mondiale
La suppletiva di Gorton e Denton è istruttiva anche su questo: in collegi con alta presenza musulmana (questione Gaza), l’affluenza scende al 39-51% della popolazione in età di voto. In Manchester Rusholme nel 2024 si è arrivati al 40%. Nei seggi operai delle zone depresse — le cosiddette left-behind areas — l’astensione riflette la percezione che il voto non cambi nulla per la propria vita.
La Young Foundation, organizzazione che punta ad avere comunità partecipate come architrave della democrazia, ha calcolato il dato più politicamente problematico: combinando bassa affluenza e distorsione del FPTP, solo il 20% degli aventi diritto al voto ha votato per il partito che ora controlla il 63% dei seggi.
Bogdanor cita il professor Robert Ford, esperto di tendenze elettorali: il FPTP è diventato un “meccanismo di destabilizzazione, un amplificatore di volatilità”. Piccole variazioni nei voti producono grandi variazioni nei seggi. L’Electoral Reform Society lo definisce “estremamente distorto” e “non predisposto per gestire il voto multipartitico o l’aumento della volatilità degli elettori”.
La trappola del “voto utile” — citata da Bogdanor — è la manifestazione quotidiana di questa disfunzione: i cittadini di Gorton e Denton non hanno potuto votare per un partito ma sono stati costretti a calcolare contro quale partito votare. L’Institute for Government lo ha definito “partecipare a una lotteria”.
Se il 29% ottenuto da Reform a Gorton fosse replicato a livello nazionale, secondo il sondaggista Electoral Calculus, Reform si troverebbe a 18 seggi dalla maggioranza assoluta. Con il 32% — che in un sistema proporzionale significherebbe circa 200 seggi — Reform potrebbe vincere una maggioranza schiacciante con il 70% degli elettori contrari. Questo è il paradosso finale del FPTP: nasce come diga contro gli estremismi, rischia di trasformarsi nel loro amplificatore.
Quale riforma?
Il Representation of the People Bill è stato introdotto ai Comuni il 12 febbraio 2026 e ha avuto la seconda lettura il 2 marzo. È il disegno di legge elettorale più esteso da generazioni e tocca molti aspetti, ma deliberatamente aggira la questione del sistema di voto. Le misure principali:
- Abbassamento dell’età di voto da 18 a 16 anni per tutte le elezioni UK (circa 1,7 milioni di nuovi elettori). Era impegno di manifesto Labour. Conservatori e Reform si oppongono.
- Introduzione di forme automatizzate di registrazione degli elettori (oggi tra 7 e 8 milioni di persone mancano dai registri).
- Ampliamento dei documenti ammessi come ID elettorale: anche le carte bancarie, non più solo documenti fotografici (la legge del 2022 aveva inasprito i requisiti, escludendo di fatto migliaia di elettori legittimi).
- Regole più stringenti sui finanziamenti politici: controlli “conosci il donatore” per bloccare i soldi esteri, misure contro le associazioni non registrate come veicolo di donazioni opache.
- Norme contro l’intimidazione di candidati e personale elettorale.
Cosa il disegno di legge non fa: non tocca il sistema di voto per Westminster. Il FPTP rimane intatto per il Parlamento nazionale.
Nel frattempo, però, il Labour sta tentando di smantellare selettivamente il FPTP, almeno in ambito locale:
- Elezioni dei sindaci metropolitani e dei Police and Crime Commissioners: il governo Starmer ha già proposto di ripristinare il supplementary vote (una forma di voto preferenziale a due turni) tramite l’English Devolution and Community Empowerment Bill del luglio 2025 — ribaltando la scelta dei Conservatori che nel 2022 avevano imposto il FPTP anche per queste cariche.
- Galles (Senedd): le elezioni del 7 maggio 2026 useranno per la prima volta un sistema proporzionale a lista chiusa, abbandonando il sistema a membro aggiuntivo (AMS).
- Scozia: le elezioni locali usano già il Single Transferable Vote (STV); il Parlamento scozzese usa l’AMS.
- Londra: l’Assemblea di Londra usa l’AMS.
Come si nota, quindi, ci sarebbe la possibilità di evolvere verso un sistema a rappresentanza proporzionale ma con gerarchia di preferenze elettorali. Ma è altresì intuibile che serve una maggioranza per questa legge elettorale, che al momento non c’è.
In sintesi, la sindrome italiana ha ormai contagiato il Regno Unito, mettendolo a rischio di torsione e distorsione democratica a causa di una legge elettorale nazionale che per molto tempo è parsa a molti, anche dalle nostre parti, come una sorta di panacea per la governabilità. Peccato che, come noi italiani ben sappiamo, a seguito dei molti ridicoli tentativi di scrivere leggi elettorali (che sono ordinarie) di taglio sartoriale sulla maggioranza pro tempore, tutti o quasi regolarmente sbertucciati dalla mobilità dell’elettorato, non è la coda che porta a spasso il cane, ma il contrario.
Per chi fosse interessato, questo sito fornisce una sintesi dei sistemi elettorali in termini di contenuto di proporzionalità, collegamento col territorio e ampiezza di scelta tra differenti candidati. È un sito britannico, ma i sistemi elettorali sono un prodotto umano, quindi non conoscono frontiere. Leggete, e scoprite o riscoprite i vari modelli elettorali: vi si aprirà un mondo rispetto all’asfittico dibattito italiano incardinato sui semplicistici poli “preferenze-proporzionale”.
Dopo di che, è ovvio che la legge elettorale “perfetta” non esiste, qualunque cosa ciò significhi. Ma non scordiamo un punto: una legge elettorale che si allontana dall’elettorato e dalle sue istanze di rappresentatività alimenta il rigetto del sistema, l’astensionismo e tutto quello che ne consegue, in termini di avventurismo politico.
(Photo: © UK Parliament Copyright 2026)



